NON SERVONO CANTAUTORI SERVONO PSICOLOGI

Schermata 2026-07-09 alle 16.06.11

Se c’è una chiave di lettura possibile nel megaconcerto di Ultimo a Roma, con la presenza di oltre 250mila persone, non è una chiave del tutto positiva. Fa effetto, certo, l’immagine dall’alto di una folla oceanica. E fanno effetto anche i dati della Siae che riferiscono di oltre un miliardo di fatturato nel corso del 2025. Ed anche i concerti dal vivo, nello stesso periodo, hanno superato il miliardo di euro di spesa, in gran parte dovuto soprattutto ai mega eventi che trainano i fatturati e procurano vistosi utili.

I mega eventi però creano, come nel caso di Ultimo, aggregazione sociale, senso di appartenenza, talvolta anche unità d’intenti, un qualcosa cioè che va oltre la musica, ma che alla musica restituisce poco. Senza dire poi che mentre si consumano eventi come quello, in tutt’Italia chiudono tanti piccoli club, tanti festival, tanti luoghi ove la musica la si guarda in faccia e non la si percepisce da lontano, annegati in un mare di folla.

Ed allora, si ripropongono tanti interrogativi, vecchi ma sempre nuovi: i giovani che cosa cercano nella musica? Sarebbe bello poter dire che cercano emozioni, sarebbe bello affermare che oltre ad ascoltare la musica riescono anche a “sentirla” dentro, sarebbe bello poter sostenere che la musica è un approdo sicuro, mentre la sensazione è che l’assoluta priorità sia la ricerca di un’aggregazione che forse altro non è se non il tentativo di fuggire da molte solitudini, in tanta parte alimentate dalle illusioni dei social.

Scene come quelle viste al Kappa Future Festival di Torino, rassegna dedicata alla musica elettronica, ove avvenenti dj al cospetto di giovani ammassati sotto il palco davano vita a set incessanti fatti di “tunz tunz” tutti uguali, sono francamente desolanti. E lo sono perché appare chiaro sin da subito che in quel contesto la musica non va oltre a quei “tunz tunz”, arricchiti di laser accecanti e coordinati da quelle dj che spostano l’aria con giochi di mani affascinanti che alla fine non fanno nulla, ma lo fanno molto bene.

Si capisce allora perché Fiorella Mannoia, solo pochi giorni fa, al debutto del suo nuovo tour in cui canta i brani di “Anime salve”, ultimo album di Fabrizio De Andrè scritto con Ivano Fossati, ha candidamente dichiarato che “Oggi la canzone d’autore è morta”. Lo è semplicemente perché le canzoni d’autore, quelle vere, riuscivano a coinvolgere e smuovere i sentimenti più intimi di ciascuno. Andavano ascoltate e riascoltate in silenzio, meglio se da soli o nel buio di un teatro e poi, certo, veniva il momento della liturgia di massa, ma a quel punto quelle canzoni erano già divenute un patrimonio di chi aveva consumato i vinili per cercare quella frase, quel passaggio…

Da allora molte cose sono cambiate ed i giovani vanno ad un concerto, come nel caso di Ultimo, perché lo vivono come bandiera di un riscatto sociale, sfogo di una rabbia, consolazione di un malessere. Sensazioni che per trovare una spiegazione, non hanno più bisogno di un cantautore, ma di uno psicologo. Ed ecco perché l’importanza della musica diventa secondaria.

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su google
Google+
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su pinterest
Pinterest

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza cookies per migliorare la tua navigazione, se procedi nella navigazione ne accetti l'utilizzo.