“LEVIA GRAVIA”, L’INTENSO PRIMO ALBUM DEGLI ESERA

Da qualche giorno è in circuitazione “Levia Gravia”, il primo album degli Esera, un trio alternative rock toscano che si è formato nel 2023 in seguito all’incontro tra Federico Barghini (chitarra), Simone Bracci (basso elettrico, contrabbasso e synth), Lorenzo Greco (voce). A questo lavoro hanno iniziato a lavorare nel 2024 ed in studio sono stati affiancati da Pierluigi Foschi alla batteria e percussioni.

L’uscita dell’album era stata anticipata da due doppi singoli. Prima di parlare di questo lavoro, mi corre l’obbligo di dire che non è certo un progetto commerciale ma, al contrario, è un disco che sia musicalmente, sia nei suoi contenuti testuali, è introspettivo, un po’ misterioso ed un po’ provocatorio, forte anche quando canta ansie e debolezze, con qualche punta di misticismo. Insomma, un lavoro difficile che non guarda al mercato, ma ai messaggi che cerca di far passare nella profondità della sua riflessione globale. L’album si apre con “La cattedrale nel deserto”, un brano per certi aspetti ingannevole presentato come “mistico, potente e totalizzante”, ma tradito nelle intenzioni da quello che in realtà pare più prossimo ad un rock tradizionale, neppure troppo originale e che alla fine, a mio avviso, risulterà con “Kaleì”, il brano meno riuscito dell’album. Ma si rimedia subito con un uno-due formidabile: “Fame”, un brano musicalmente penetrante, interessante anche dal punto di vista vocale, poco più che un sussurro intriso di timori e di attese sui quali incalza la musica e poi, di seguito, “Cu ti lu dissi”, pezzo legato all’antica tradizione siciliana interpretato con magica mnaestria, tanto che ne fa, nella versione acustica, la cosa migliore di questo disco. “Amarire” è un brano vocalmente molto interessante, anche se complesso, ma del resto, come già detto, questo non è un album di gran fruibilità, ma sa tenere vivo, dall’inizo alla fine, un affascinante senso di inquietudine. Mi sono soffermato a lungo, lo confesso, su “Purificami” che in è avvio altro non è se non il notissimo canto religioso, che annega poi in una sorta di profanazione musicale che cerco di accertarmi, senza troppa fortuna, se sia davvero solo musicale. Nell’incertezza mi astengo da ogni giudizio. Mi convince invece “A ch’infelice sempre”, che trasforma una cantata di Vivaldi in un elettro-barocco dalle sonorità inedite. “Male Muse” ha una ritmica che asseconda la vocalità dialogando con essa che si fa narrazione con una conclusione un po’ arruffata e si va a chiudere con “Outro”, brano oppressivo, quasi soffocante, finchè lascia una lunga traccia di chiassosa desolazione; con “Cu ti lu dissi” forse il pezzo più bello. Disco difficile, ma chi vuole cercare orizzonti nuovi per le tematiche affrontate e per gli intrecci di diverse musicalità, dovrebbe ascoltarlo.

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