L’ALBUM “ANNIE” PRIMA PROVA SOLISTA PER PHOMEA

Da qualche tempo è in circuitazione “Annie”, il primo progetto solista di Phomea (al secolo Fabio Pocci) uscito per il marchio Mela Verde Records. Phomea ha un percorso artistico che passa attraverso formazioni che hanno fatto della ricerca musicale e della sperimentazione un obiettivo prioritario; il suo bagaglio di esperienza è maturato in quella dimensione corroborato oggi dalla sua capacità di scrivere testi e musica coerenti con un “sentire” più cantautorale. “Annie” è un album caratterizzato da undici tracce, la prima e l’ultima in lingua inglese, tutte le altre in italiano. Canzoni da ascoltare, alcune anche da riascoltare, in compagnia del silenzio e della musica. L’artista è dunque sconsigliato per le adunate birraiole e selfiestiche dietro alle transenne di qualunque piazza..

I testi sono contenuti in un libretto che a sua volta contiene il cd, a testimonianza dell’importanza di Phomea ha inteso conferire alle parole ed anche all’iimmagine stlizzata che accompagna ognuno di questi testi. E l’intero progetto è dedicato alla mamma, Annie Denise Couture. S’inizia con il brano che dà il titolo a tutta la raccolta, “Annie”, cantato in inglese, con un avvio di pianoforte che lascia poi spazio a effetti e voce che promettono un percorso all’insegna delle emozioni; buona la linea melodica. “Solo aria” si propone con la voce surreale di Phomea, testo e musica che rivelano la sperimentalità del progetto con un paio di versi finali che fanno riflettere nella loro apparente semplicità: “Il corpo si abitua a tutto, malamente/Il corpo si abitua a tutto, ma la mente”. Una bella intuizione. “Carnefice” mi convince definitivamente che questo album non è stato pensato per la fruibilità dei brani che contiene e non ha la fruibilità tra i suoi obiettivi; qui e non solo qui ci si confronta a tratti con l’ermetismo di testi forse troppo autoreferenziali, ma la canzone in sé scorre piacevolmente, con un buon uso della loop station. “Non ho memoria” è un brano che ha una dimensione poetica eccellente ed anche la struttura d’insieme è quanto di più somigliante ad una canzone di taglio quasi classico, scandita da una musicalità meno sofisticata, come giustamente impone l’esigenza di un testo che merita di essere valorizzato. “Piazze in festa” è una sensazione, una riflessione a voce alta che diventa canzone; spuntano qua e là getti di ironia e di malinconia. Con “Ho paura di te” si torna alla dimensione più sperimentale di cui si diceva poco sopra per un brano che risulta però tra i meno convincenti. In “Battito regolare” piace la modulazione della voce di Phomea ed è molto accattivante la linea melodica della prima parte del pezzo, che poi si disperde un po’ seguendo percorsi più ardui; buono il finale con ampio respiro musicale. Il testo di “Gravità” è molto bello, forse il più bello e l’insieme del brano assume una sua drammaticità spinta da un finale un po’ ossessivo. In “Mi manca un gesto” piace la linea melodica ed il testo in sé è interessante, meno però se lo si traduce in una canzone che diventa difficile. In “Santa Maria Elettrica” la voce di Phomea si trasfigura e pare voler mettere in campo rabbia e disagio, anche se non sempre la percezione è così nitida ed è qui più che altrove che emerge tutta la difficoltà di trasmettere messaggi troppo interiorizzati (l’autoreferenzialità di cui scrivevo poco sopra) che pongono dubbi di comprensione non sempre risolti. Musicalmente il brano è piacevole, come lo è quello di chiusura, in lingua inglese come quello che apre questo cammino a tratti appassionante, a tratti impervio. “Don’t Look Back” è una ballata piuttosto “tirata” che mette in gioco anche qualche aspetto onirico per chiudere piacevolmente quasi un’ora di ascolto. “Annie” è stato sicuramente un lavoro impegnativo per chi lo ha ideato e lo è anche per chi si pone all’ascolto di queste undici tracce non facili, non a caccia di superficiali consensi, non per un pubblico distratto. Un progetto interessante in ogni suo aspetto, con pochissimi cedimenti, e l’obiettivo di andare un po’ oltre, difficile da centrare e proprio per questo non sempre centrato.

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