STAIN, UN ROCK OMOLOGATO

Questo “Zeus” degli Stain, ultima raccolta del gruppo che racchiude il progetto in undici tracce, è un cd che non si può dire sia strutturato malissimo, né che sia mal suonato, né che sia fuori posto la voce del cantante della band, anche se più e più volte viene sommersa dai suoni fino ad annegarci dentro. Ma detto tutto questo, forse meglio sarebbe riscontrare maggiori criticità, ma scoprire anche un solo brano tra gli undici proposti in grado di lasciare una traccia, un desiderio di riascolto, una sensazione di maggiore freschezza.

 

 

Invece, brano dopo brano, il disco finisce e ci si scopre distratti, abulici, privi di entusiasmo, perché non vi è nulla in quelle undici canzoni che sia stato capace di risvegliare una partecipazione più attiva ad un lavoro che appare omologato e molto appiattito su suoni e linee melodiche anglofoni. Di canzoni come quelle undici se ne sono sentite in passato ed ancora se ne sentono e come non suscitavano entusiasmi nel passato, continuano a non suscitarne oggi. La personalità. Ecco, forse è proprio la mancanza di personalità artistica a fare di questo album un prodotto che non decolla mai. Personalità e creatività, perché anche sul fronte degli arrangiamenti, non si ha la sensazione di poter disporre di quella marcia in più che talvolta riesce a fare diventare interessante un prodotto mediocre. Ed ancor più si rileva questa carenza quando, giunti al quinto brano e quindi a metà dell’opera, si ha l’imbarazzante sensazione di avere ascoltato sempre la stessa canzone, con qualche variante nell’intro e nel finale, appena percepite. Come amo ripetere, nulla è più soggettivo della critica e non escludo che qualche collega possa trovare questo progetto entusiasmante o, almeno, molto piacevole. Non me la sento però di associarmi a questo ipotetico coro di positività. Credo che questa band abbia discrete potenzialità, ma scarsissima personalità. E questo è un limite che non conduce lontano.

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