QUELLE “MALEDETTE CANZONI D’AMORE” DI FRIDA MARTINI

Quando scrivo (e lo faccio spesso) che talvolta un buon Ep potrebbe essere assai più premiante di un album tirato per i capelli, non lo faccio per sminuire il lavoro di nessuno (so bene che traguardo sia per un artista la realizzazione di un album), ma semplicemente perchè troppo spesso mi capita di avere a che fare con un paio di brani di altissima levatura annegati in un prodotto complessivamente non di pari livello. E quei due brani inseriti in un Ep di cinque tracce, sarebbero due gioielli in bella vista. Questa riflessione l’ho fatta anche ascoltando “Maledette canzoni d’amore”, il primo album di Frida Martini, autore che già molto ha lavorato per altri interpreti tra i quali Eros Ramazzotti, Ermal Meta, Fabrizio Moro e, sempre come autore, ha vinto anche un Festival di Sanremo. Intanto partiamo dal nome d’arte: Frida come omaggio alla fragilità, ma anche al coraggio della pittrice Frida Kahlo e Martini come omaggio a Mia Martini. Il disco è caratterizzato da undici tracce e senza alcun dubbio si tratta di un prodotto tecnicamente impeccabile con alcune soluzioni negli arrangiamenti che rivelano una professionalità elevata. Frida Martini ha una voce spesso un po’ soffocata, che però riesce a far vivere alcuni brani con molta intensità. Ma veniamo al perchè della mia introduzione: a mio avviso questo disco contiene una canzone straordinaria che s’intitola “Lunedì”; una canzone bellissima che s’intitola “E allora ciao” ed una canzone molto piacevole che è “Figlia della luna”, caratterizzata tra l’altro da un accdordo iniziale di chitarra che “acchiappa” subito e si rinnova, sullo sfondo, sino alla fine del brano. Le altre non sono brutte canzoni (salvo forse “Distrattamente amore” e “Mare acido” che proprio non mi convincono), semplicemente sono canzoni rinunciabili, brani cioè che s’intende sin da subito che non segneranno la storia di questo album. “Platonico” e “Paradiso criminale” si somigliano troppo, “Soli” è un brano alla Vasco; “Senza di me” con la partecipazione di Eddie Brock non è male, ma certo non fa sobbalzare dalla sedia. Sono invece quasi sempre molto interessanti i testi che rivelano la dimestichezza dell’autore. Se poi in questi undici brani ci vogliamo leggere, come vorrebbe Frida Martini, gli amori sofferti, le solitudini, le incertezze, gli addii, i ripensamenti e financo le sensazioni più piccole, ma comunque parte di quegli stati d’animo, allora si, probabilmente c’è tutto questo. Ma forse non sempre le canzoni lo hanno saputo tradurre, fatta eccezione per quei tre brani che ho voluto porre in risalto. Un disco comunque interessante che consiglierei a chi pensa di accostarsi al cantautorato vero.

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