LE PRIGIONI DI LUCA RUZZA

Luca Ruzza è l’autore di musica e testi, oltre che interprete, di “Le prigioni della mente”, dodici tracce tutte dello stesso Ruzza fatta eccezione per la cover di “Una buona idea”, brano di Niccolò Fabi al quale il nostro intende rendere omaggio. Quello di Ruzza è un rock collaudato, maturato attraverso svariate esperienze artistiche, talvolta un po’ scontato e/o ruffiano, sempre proposto senza sbavature perché, comunque, chi suona ha padronanza del proprio strumento.

 

 

S’inizia con “Fino alla fine”, un rock moderato con la voce graffiante di Ruzza, non eccelso come primo approccio anche se questo brano è stato scelto anche come singolo-guida dell’intero progetto. “Seghe mentali” è un brano il cui testo pare marginale e di semplice supporto ad un rock che risulta ancora poco definibile, non soccorso dall’andamento di una canzone nell’insieme noiosetta.  “La cura del cuore” pone in maggiore risalto una dimestichezza strumentale che va a tutto merito di Ruzza e di chi lo accompagna, anche se continua a latitare quel guizzo di personalità che renderebbe più riconoscibile la cifra del progetto, sin qui piuttosto incerta in una dimensione genericamente rock. “Supereroe” conferma ed evidenzia ancor più questa latitanza di Ruzza, sino a sfiorare l’omologazione di sé stesso. Ma fortunatamente arriva “Solo”, uno dei brani più belli dell’album sin dalla fase iniziale, con un arpeggio di chitarra che dà respiro alla voce per essere però travolto dal “bisogno di fare rock”, ma che ritroveremo più avanti sino ad un bellissimo fraseggio che accompagna al finale della canzone. Si prosegue con “You Can See” in cui si rasenta più volte il metal, ma si torna anche ad una dimensione più anonima che se non pone in risalto l’insieme della canzone, conferma però il “mestiere” dei musicisti ed in particolare del synth di Dario Amoroso. “Sam Jam il folle” sà più di canzone ed anche la linea melodica pare farsi più definita. Così come in “Cammino di notte” che sino ad un certo punto va e poi inciampa, offrendo però un altro bello spazio a synth e tastiere che vanno a simulare il suono dell’hammond in una dimensione così piacevole tanto che la voce giunge quasi fastidiosa. E ancora, “Nel tuo mondo”, che parte con una buona linea melodica che sul percorso si fa però incerta, anche se strumentalmente non è male (notevoli le note del synth che danno profondità).  E poi il rinunciabilissimo “Il sogno” cui segue la cover del brano di Fabi “Una buona idea” che non convince del tutto in una versione più graffiante (ma del resto neppure l’originale risulta essere un brano epocale); a merito della versione di Ruzza va però ascritto un buon arrangiameto. E si deve arrivare alla fine di questa lunga galoppata per ascoltare il brano più bello dell’album: “Sbaglio sempre ogni cosa”, che colpisce per la sua semplicità che “arriva” con immediatezza, pur con un testo un po’ dimesso, ma è l’insieme di questa breve canzone (due minuti e mezzo circa) che chiude in gloria un percorso che non si era aperto benissimo. Ruzza usa bene la sua voce e sa che fare con la chitarra, ma “Le prigioni della mente” è un lavoro in parte irrisolto che mette in luce buone potenzialità, ma con diversi cedimenti ed un modo di pensare al rock che non riesce ad avere un sufficiente tratto distintivo.

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