musicamag.com

ATTENZIONE: per recensioni di album o EP occorre il supporto fisico da inviare al seguente indirizzo:

Associazione Artistica AnniVerdi - Rivista "Un'Altra Music@" - Via del Carmine, 5 - 13878 Candelo( Bi)

Per i soli annunci di EP, singoli e videoclip, non viene richiesto il supporto fisico.

Editoriale

E SE FOSSE MINA IL NEODIRETTORE DEL FESTIVALONE?

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDF | Stampa | E-mail

La notizia che circola in questi giorni e che va letta con tutta la prudenza e lo scetticismo del caso, vorrebbe Mina quale direttore artistico della prossima edizione del Festival di Sanremo. E’ una voce che si rincorre a pochi giorni dal concertone del 1° Maggio a Roma, evento fortemente e da sempre politicizzato, che ha la pretesa di fare scendere in campo quelli che, si dice, dovrebbero essere la “meglio gioventù” della canzone italiana. Una contrapposizione stridente dunque tra quella che da almeno 50 anni, ma forse anche più, è l’indiscussa signora della canzone italiana e quelli che sono gli artisti delle ultimissime generazioni, alle prese con spaventosi slalom ove i paletti sono la politica, l’ìmmigrazione, il razzismo, un’Italia che cambia ed una memoria sempre più sbiadita dell’Italia che fu. Mina è certamente, oltre che una grande cantante, una persona che percepisce la  buona musica da un cenno, da poche note, da un fraseggio. Ma alle soglie degli 80 anni, a qualcuno la sua nomina suonerebbe come una definitiva ed insanabile spaccatura tra l’evento sanremese, che da anni andiamo dicendo che non è più solo un evento musicale, ma di costume ed il gusto musicale dei più giovani, che tornerebbero ad allontanarsi dal festivalone dopo i tentativi, in parte riusciti, di Claudio Baglioni, di inserire nel cast  alcuni tra i più celebrarti rapper del momento. E pazienza se a molti questa scelta ha procurato disgusto e incredulità. Se ai giovani oggi piace un certo tipo di musica, che attinge assai più da una dimensione sociale che non da un discorso artistico, occorre prenderne atto. E’ giusto ed auspicabile invocare quell’educazione musicale che dovrebbe portare nelle scuole la storia della canzone italiana più che “La canzone del Piave”, proprio per far sì che i giovani sappiano che il presente è stato preceduto da un passato al quale loro per ragioni anagrafiche non possono attingere, ma che devono sapere che è esistito. Un passato che ha in Mina (e non solo in lei) un monumento che ancora oggi, talvolta, riesce a fare sentire le vibrazioni della propria imponenza, ma che al cospetto delle nuove generazioni deve accettare di confrontarsi con un Lorenzo Fragola qualunque. Ciò significa anche che Mina, direttore artistico del Festival di Sanremo, potrebbe certamente celebrare sé stessa, pur senza apparire, mandando in visibilio platee nazionali ed internazionali. Ma sarebbe un elemento staccato, a sé stante e quasi imbarazzante per quella macchina della canzone italiana di oggi, che ha perduto la propria identità e che sta vivendo una fase di profonda transizione, alla ricerca di una dimensione che guardando al passato ha perduto e guardando al futuro non ha ancora saputo ridisegnare.

Giorgio Pezzana

 

Poniamo quale premessa il fatto che in questi ultimi tempi ci siamo ritrovati più volte a recensire album che sarebbe stato preferibile ridurre ad Ep, per dire che questo “Fuochi e fate” del cantautore Davide Berardi regge senza problemi le dieci tracce che lo caratterizzano. Le regge per originalità, per i testi, in buona parte caratterizzati da un percorso narrativo gradevole e per gli arrangiamenti affidati ad un gruppo di musicisti tra i quali spiccano alcune interessanti individualità. E c'è del buono anche nel coinvolgimento dei ragazzi di Eridano, potagonisti di un progetto sociale che impegna ragazzi disabili e svantaggiati, creando le condizioni per un reinserimento sociale sostenibile.

Si tratta di un cd realizzato con il sistema del crowdfunding che si apre con un brano intitolato “Povero fesso” che pare ponga curiosamente il testo al servizio delle belle aperture musicali che ne caratterizzano l'andamento. A seguire, “Indescrivibile”, brano il cui testo pare scritto con l'ausilio di un tubolario visto che al senso compiuto sembra prediligere la musicalità delle parole, ma la canzoncina funziona, il ritornello “prende” come l'ottima fisarmonica di Giancarlo Pagliara. Con “Bruxelles” invece anche i testi si fanno più convincenti accanto ad un arrangiamento gradevole. “Supervisionario” è una canzone trascinante che mette insieme un testo fatto di situazioni ed immagini veloci con un che di fiabesco. “Mi sento una formica” è la canzone più bella del cd, con un testo estremamente poetico, arrangiamenti delicati pur nella pienezza dei suoni; può ricordare il miglior Concato, ma è solo la sensazione di un attimo. Simpatica e garbatamente provocatoria è “I piedi e gli occhi” dove si parte da un rimprovero che un giorno mosse la maestra all'autore, accusato di scrivere con i piedi, per arrivare a dimostrare che “...non è con una penna o con le mani ma con i piedi e con gli occhi che si scrive...”. Con “Roba da poco” si torna ad una dimensione più poetica, ma emotivamente meno coinvolgente di “Mi sento una formica” ed eccoci ad un'autentica prova di coraggio di Berardi, che inserisce tra le tracce del suo lavoro anche una cover. Ma non una cover qualunque, bensì “La cura” di Battiato e Sgalambro, una delle canzoni più intense del cantautore siciliano. Il nostro ne esce bene, anche se l'aura mistica che pervade molte delle canzoni di Battiato ed in modo particolare proprio “La cura”, si conferma irraggiungibile. E ci si avvia alla chiusura con “Che meraviglia”, il brano forse meno riuscito dell'intero album e “Sudamerica” che ci riporta sui livelli migliori di quanto ascoltato chiudendo, dopo un po' di attesa, con una “bonus track” inaspettata, anche perchè non annunciata e che sa un po' di sala prove. Nell'insieme dunque un buon lavoro, con un paio di spunti ragguardevoli ed una continuità che mantiene costantemente vivo l'ascolto, anche perchè anche la voce di Berardi ha tonalità e sfumature che mantengono lontani i sintomi della noia.

Visite

Tot. visite contenuti : 915780

Chi è online

 299 visitatori online

Il Commento

ECCO I MOTIVI DELLE RECENSIONI SENZA FRETTA

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDF | Stampa | E-mail

Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto per quale ragione le recensioni degli album su “Un'altra Music@” compaiano sistematicamente a distanza di qualche settimana, se non di qualche mese, dalla loro pubblicazione. Si tratta di una scelta o di un'esigenza dettata dalle ridotte dimensioni della nostra redazione e degli spazi sul magazine? Fermo restando che in redazione siamo in pochissimi e ci siamo imposti di ascoltare sempre tutto ciò che finisce sulle nostre scrivanie (contrariamente a quanto fanno altri che si limitano a fare il copia/incolla di quanto inviano le agenzie di stampa), il che richiede tempo, molto tempo, è anche una scelta dettata da una riflessione più ampia. Da quando le nuove tecnologie hanno di fatto ridotto ai minimi termini il mercato discografico, abbiamo assistito al trionfo dell'usa e getta che tutto divora e tutto azzera. Cosicchè, di un cd uscito oggi, sulle riviste specializzate, si parla nei prossimi cinque giorni, dopodichè cala il silenzio. Tutti ne scrivono insieme e tutti lo fanno subito. In virtù di quella esigenza di “stare sul pezzo” che, se è irrinunciabile qualora ci si occupi di cronaca, non lo è affatto quando ci si occupa di arte in genere (dalla musica al settore editoriale, dall'arte visiva alle programmazioni teatrali). In tal modo, un prodotto che ha richiesto mesi quando non anni di lavoro, “sfiorisce” in pochi giorni soppiantato da altre produzioni, destinate a fare la medesima fine. “Un'altra Music@”, ponendosi in alternativa rispetto alle dilaganti tempistiche dei lanci e della promozione discografica, non intende farsi risucchiare da questo vortice, che sta alla base del mancato consolidamento di tante produzioni discografiche, ma anche della mancata affermazione di artisti ai quali non viene più concesso il tempo di “crescere” e di entrare in sintonia con il pubblico. Il pubblicare una recensione settimane o mesi dopo l'uscita di un album, significa continuare a fare vivere quel prodotto, significa sottoporlo nuovamente all'attenzione di chi legge e di chi ascolta, recuperando le distrazioni di coloro che, fuorviati dalla frenesia delle uscite in tempo reale, si sono forse persi la possibilità di cogliere il senso di una canzone o il percorso artistico di un album. Una rivista che si occupa di musica non ha e non deve avere i tempi della cronaca. Né ha esigenze di primogenitura. Non importa se prima di noi a scrivere di quel cd sono state altre riviste. Importa la professionalità con la quale noi ci accostiamo a quel lavoro, l'attenzione che gli dedichiamo, il rispetto che portiamo a chi ci ha richiesto un parere. Oltre alla già espressa convinzione che non vi sia lavoro musicale o comunque artistico che possa esaurirsi in cinque giorni. Ed a costo di sembrare “passatista” a tale proposito mi piace ricordare che nel tempo dei vinili le canzoni di maggior successo del Festival di Sanremo occupavano le classifiche discografiche sino a maggio, per poi lasciare il posto ai brani di “Un disco per l'estate” che si contendevano i piazzamenti sino a ottobre. Altri tempi, certo. Tempi in cui la musica si ascoltava davvero ed il lavoro di un artista era un progetto al quale veniva concesso il tempo per esplicarsi e svilupparsi. Se ciò non accadeva i fattori avversi erano altri, non certo l'ansia di divorare tutto e subito.

G. Pe.

 

Login



Con la registrazione ci si iscrive automaticamente alla news letter di "un'altra Music@"