IL REBUS, TUTTO IN UN CD

Qualche critico un po’ passatello, definirebbe con ogni probabilità l’album de il Rebus, “A cosa stai pensando?”, un “disco colto”. In realtà, si tratta di undici tracce che fanno pensare e che offrono spunti che vanno al di là della dimensione puramente musicale. Diciamo che questo lavoro è la dimostrazione che anche oggi è possibile fare del pop/rock cantautorale senza stordimenti, senza compromessi, assumendosi il rischio di qualche attimo di noia, per restituire tanti attimi di intensità emotiva.

Lo si avverte sin dal primo brano, “Gerontocomi”, che rivela la consapevolezza di una società diffiicile da vivere, come verrà ribadito in altri contesti e con altri perchè. “Quello che non dico”, brano che segue, fa un piccolo passo indietro rispetto all’ascolto precedente, recuperato però, subito dopo, da “Avere trent’anni” ove si affacciano affanni generazionali d’impatto immediato. “Roma brucia” è la canzone della disillusione ove tutto è soffocato dalla quotidiana ipocrisia. Rimane invece un po’ nelle intenzioni il messaggio che vorrebbe portare “La notte urla”, fors’anche perchè musicalmente meno interessante di altri brani. E non manca la sorpresa che ritroviamo “Nei ghetti d’Italia”, brano intenso da teatro-canzone che reca la traccia cupa del dramma dell’immigrazione su di un testo di Adriano Sofri, recitato in modo eccellente. Stessa tematica in “Vuoti a rendere”, il brano che segue e che emotivamente risulta però meno immediato. Ritroviamo un altro testo di Sofri in “Questo non è un uomo”, un po’ più cervellotico ed un po’ meno immediato, seguito da “Scie”, brano che non lascia tracce profonde. “Equità” è invece un altro testo ben costruito intorno al concetto di uguaglianza fisico/esistenziale che precede la canzone di chiusura, forse la più bella, “Brava Sara”, che tratteggia in modo impietoso e ruvido la ricerca del successo nel mondo della televisione, segnato da compromessi e volgarità, colmo di nulla secondo i ritmi scanditi dalle mode. Il Rebus è una band che non gioca le proprie carte sugli effetti speciali della musica, pur non manifestando mai cedimenti significativi sul fronte puramente musicale. Ma come si diceva, è un “disco colto” che si rivolge assai più all’ascoltatore che non al fruitore. E la differenza, a ben pensarci, non è poca.

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