I LOVINSKY E IL LORO NUOVO MINIALBUM

E’ da pochi giorni in circuitazione “Triste sbaglio sempre lontani”, il nuovo album dei Lowinsky, un progetto musicale di Carlo Pinchetti, che è anche l’autore di tutti i brani, nonchè il chitarrista del gruppo. Il progetto si sviluppa proprio intorno alla figura di Carlo che negli anni si è avvalso della collaborazione di svariati amici musicisti dando vita d un collettivo piuttosto eterogeneo.

L’album, caratterizzato da sei tracce, è per molti aspetti interessante, ma non vorrei essere frainteso se dico che non lo consiglierei per un lungo viaggio notturno da soli in autostrada. E lo dico non perchè abbia considerato qusto lavoro in qualche modo noioso, ma semplicemente perchè è caratterizzato da atmosfere spesso molto rarefatte e coinvolgenti che inducono ad un cosciente stupore. Piuttosto, se questo lavoro ha un limite, a mio avviso è quello dell’essenzialità musicale: tutto parte dalla chitarra di Pinchetti e tutto ruota intorno a quella chitarra, fatta eccezione per un brano, che per altro esce dai contorni di una progettualità definita dando l’impressione di una sorta di intrusionene, sia pure piacevole. S’inizia con “Amphetamina crown”, brano dall’atmosfera evanescente in un contesto delicato e vagamente onirico, “Nessuno si ricorda di noi” ha una struttura musicale piuttosto classica, con una piacevole linea melodica ed un finale a sorpresa, recitato con un breve brano tratto da “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, Segue “Harakiri”, piacevole soprattutto in quei tratti in cui il violoncello conferisce profondità al brano in un’atmosfera incantata che richiama l’attenzione di chi ascolta, un po’ come avviene per l’intero progetto, ben lungi dall’essere un tappeto musicale sul quale adagiare altri pensieri. “Bottom of the barrel” è, a mio avviso, l’utile intruso di questo disco; utile perchè porta una ventata di dinamismo diverso rispetto alle precedenti e successive dimensioni musicali, intruso perchè ha contorni rock più spinti di poca coerenza con il resto del lavoro; il pezzo comunque non è male. “Grande niente e una giostra che non mi vuole” è forse il pezzo meno convincente del progetto sin dal titolo, arriva poco ed è musicalmente ed anche negli arrangiamenti banaluccio. E si va a chiudere con “Doppio gioco” che riserva le note introduttibe ad una voce femminile che poi va a coniugarsi molto bene con quella maschile dando vita ad un insieme gradevole favorito anche dalla canzone, nell’insieme convincente. Insomma, questa sorta di minialbum merita un ascolto attento, forse non è l’emblema della perfezione, ma riserva momenti piacevoli ed una musicalità lontana e diversa dalla monotonia e dal piattume  di questi tempi.

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