CON “SAMURAI” SCOPRIAMO TUTTO IL RITMO DI MARIGHELA

Potrà piacere o non piacere questo “Samurai”, primo album di MariGhela (al secolo Marighela Fiaschini, originaria di Narni, in provincia di Terni) ma un fatto è certo: questa artista ha un bel  bagaglio di originaltà e creatività ed una personalità che riesce quasi sempre a tradurre in musica questo potenziale ed a farlo senza dare mai la sensazione (oggi molto diffusa) del “già sentito”.

“Samurai” è un progetto caratterizzato da undici tracce e da un indotto pieno di energia, di t-shirt colorate, di collaborazioni estrose e di grande vitalità. Si apre con “Corazza di Varja”, una sorta di intro dalle venature paramistiche ed echi atavici di canti lontani. “Non alimentare” entra invece, anche se non ancora in modo definito, nel vivo di questo lavoro, la voce rimane per ora sullo sfondo, ma il contesto è subito molto dinamico. “Tuttology” ha un testo ironico ed il tratto di MariGhela si fa via via più definito, prende il sopravvento un ritmo che lascia solo immaginare quanto interessante potrebbe essere la dimensione live di questo pezzo, già di per sè assai fruibile. “Don’t Mess It Up” ci consegna una dimensione quasi più interessante musicalmente che non vocalmente (la voce risulta vagamente opacizzata), ma anche qui le sonorità arrivano. “Switch” è un po’ il brano che definisce completamente i tratti di MariGhela e ne rivela un’artista molto determinata, ma mai aggressiva (come emerge anche dal bellissimo video che accompagna la canzone). “Rastafyah” con la partecipazione di Bill Hicks prospetta una situazione complessiva un po’ confusa, non è il meglio dell’album nonostante che, anche in questo caso, il ritmo alla fine abbia il sopravvento su tutto. “Samurai” è il brano che dà il titolo all’intero lavoro, è una sorta di giuramento prestato alla musica attraverso una figura emblematica ed a suo modo epica qual’è quella del samurai; il brano è più strutturato rispetto agli altri, genera un’atmosfera interessante. In “Doppio 8” (come in altri brani) prende consistenza l’uso dell’elettronica che risulta però sempre coerente, cioè non utilizzato per una semplice effettistica; e c’è sempre un momento in cui il senso del ritmo dell’artista diviene un tutt’uno con la musica e proprio in questo sta l’interesse che suscita il suo modo di porsi. Scorrono ancora “Consciousness” (con Fondazione Estro Musicale)  e “Dicono di me” prima du approdare all’ultima traccia, “Love Is The Order” con Tiziano Tetro ed una MariGhela la cui voce si distende su di un tappeto di ukulele (strumento che suona, come il pianoforte ed il sassofono che erano comparsi in alcuni dei brani precedenti) e risalta in modo più accentuato perchè in questo frangente ancor più pulita e, come di consueto, assai disinvolta e sicura; il brano risulta un po’ diluito nel finale, ma ciò non ne mette in discussione la fruibilità. Requisito quest’ultimo che merita una ulteriore riflessione poichè buona parte della musica di MariGhela è ritmo che trova nella sua voce una complicità immediata, ma non stiamo parlando di un prodotto “commerciale” come il termine potrebbe far supporre, bensì di una dimensione decisamente più personale e per questo originale, che come dicevo in apertura, può piacere o non piacere, ma sa di fresco. Ed a me è piaciuta.

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