CON “EUROPE” DEBUT ALBUM DI RUSSO AMORALE

Sarà pur vero che viviamo anni di difficili slanci creativi, momenti in cui pare che anche nella musica tutto sia stato scritto, suonato e cantato, passaggi attraverso i quali la fruibilità di una canzone può essere un optional, come lo può essere per ogni dimensione artistica, perchè tutto trova una propria motivazione, che quasi sempre basta a sè stessa, anche perchè altri non saprebbero che dire. Ecco, queste riflessioni sorgono dopo l’ascolto di “Europe”, l’album d’esordio di Russo Amorale (al secolo Ugo Russo) nato in Francia, bolognese d’adozione, che in questo cd canta in italiano, inglese e francese e per questo si parla di viaggi mitteleuropei e di un novello Gulliver sradicato.

Come per tanta parte dell’arte contemporanea dunque, dopo avere ascoltato queste dieci tracce (l’undicesima è una bonus track perchè riprende, in lingua inglese, il brano della prima traccia) tutto si potrebbe dire ed il contrario di tutto, certi di non essere smentiti in nessun caso. Cominciamo dunque con “Wildfire”, scusandoci sin da ora per tutto ciò che non… capiremo. La voce cantante pare quella di un etilista dalla sbronza cattiva, la linea melodica è approssimativa, gli arrangiamenti sembrano dissestati; per tutto questo è un brano interessante. “Emergenza di emergere” ci presenta invece una dimensione vocale da duro del saloon, ma non andiamo molto neglio rispetto al primo brano. “Qui s’y frotte s’y pique” assume subito i contorni di una ballata dall’approccio gradevole, qualche cenno country non male, insomma reggerebbe sicuramente meglio se Russo si riprendesse prima dell’ultima nota. “Europe” è il brano che dà il titolo all’intero progetto ed è anche il brano scelto per il video che accompagna la produzione; cantata in francese (ma il video è sottotitolato in italiano) la canzone avanza blandamente, non decolla, non convince; la parte più comprensibile del testo dice: Questa sera accartoccerò la mappa d’Europa per riavvicinare le città dei miei amori sparpagliati”. In “Acque torbide” la voce rimane monocorde e lo è per quasi sei minuti, un ascolto faticoso. Con “Galileo” si passa alla lingua inglese ed anche se il “raspare” sulla chitarra permane, si coglie un tentativo di arrangiamento più coerente. Arriviamo un po’ faticosamente a “Ma l’amor non muore” che però inaspettatamente ci premia, perchè è forse i prodotto migliore di tutto l’album, ha una buona linea melodica, discreti arrangiamenti e nell’insieme regge, nonostante la voce di Russo vada più volte “in cantina”, destando qualche perplessità. “Alberto Neri”, quello che profana i cimiteri e si addormenta sotto i peri (questo recita il testo) acquista finalmente in ritmo e vivacità, ha un buon arrangiamento, può piacere.  Ed anche “I ritorni” sembra un brano più accostabile che ci concede anche una rapida ma piacevole escursione di un’armonica. E si va a chiudere con “Le mie vele” (prima della bonus track finale per la quale rimandiamo a quanto scritto all’inizio, poichè una mediocre canzone in italiano non diventa un capolavoro solo perchè cantato in inglese), ma anche con le vele le cose non vanno benissimo e sopratutto nella seconda parte la canzone si ammanta di una ripetitività ossessiva. Che dire? Può essere che ci sia sfuggito qualcosa, che il “rock industriale” indicatoci come genere di Russo Amorale, non ci risulti appassionante e che non troppo convincente ci appaia neppure la sua voce, che ha però certamente il merito dell’originalità. Ma “Europe” , almeno per quel che ci riguarda, per quel che abbiamo compreso o forse, soprattutto, non compreso, non ci sembra un progetto riuscito.

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