Da pochi giorni è uscito “Basta crederci un po'”, il nuovo album di John Strada, un cantautore che di cammino alle spalle ne ha molto, in Italia ed all’estero. Ha suonato in locali prestigiosi, sino ai mitico The Bitter End di Ndw York ed ha incrociato artisti di altissimo livello; le sue serate live sono centinaia. Il primo lavoro discografico esce nel 2008 e s’intitola “Dalla periferia dell’anima”; è una sorta di mix tra musica, letteratura e pittura con all’interno un libretto con dieci racconti dello scrittore bolognese Gianluca Morozzi che si rifanno ad altrettante fotografie dipinte dal fotografo/pittore Andrea Samaritani; da registrare anche nel 2011 la pubblicazione di un album doppio live e via via tra concerti e studio sino a questo “Basta crederci un po'” al quale mi sono accostato con curiosità perchè, sin dalle prime battute, Strada mi ha colpito per quella sua voce da rocker stanco, ma che ha ancora molto da dire e, a questo punto, anche da insegnare.
Cantautore solo apparentemente un po’ strascicato, ma dotato invece di un proprio carisma che certamente si può ricercare nei suoi testi, mai banali, anche nei brani meno riusciti mentre, dal punto di vista musicale, emerge ad ogni brano la presenza di musicisti che sanno il fatto loro, alcuni dei quali vantano collaborazioni di prestigio. Detto questo, non è tutto oro il contenuto di questo album, vi sono alcuni brani meno coinvolgenti come, purtroppo, quello che dà il titolo all’intero progetto e che appare un po’ scontato. Così come mi ha suscitato qualche perplessità “La Tygre e l’Agnello” con quell’andamento vagamente marziale, non cantato ma di fatto parlato oppure, “Manca il respiro” che crea un’atmosfera vagamente country con una linea melodica che però fa fatica a decollare. Allo stesso modo è giusto sottolineare l’apprezzamento per “Ballando in città” che valorizza la voce di Strada, ma anche e forse ancor di più l’insieme strumentale che lo accompagna. Molto piacevoli anche “Girasoli” ed “Amori social”, il primo con un’interessante intro con un bel giro di chitarra il secondo per quella vena malinconica che però riesce sempre a tenere alti i toni. John Strada non è mai sopra le righe, il suo è un passo forte e deciso, brano dopo brano e spesso affiora un’esperienza maturata nel tempo e ben assecondata dai componenti della sua band. Ho tenuto per ultimo “Parlavo da solo” perchè lo considero un gioiello di poesia rock, musicalmente sontuoso ed emotivamente molto intenso. Nell’insieme si tratta sicuramente di un bel disco, senza sbavature, che riesce a raccontare tanti scampoli della provincia italiana così come l’autore ha voluto. Consigliato ad un pubblico trasversale, ma ancor più a chi si affaccia sulla scena di un certo rock intrecciato con il blues. Potrebbe risultare molto utile.