“A MAN WITH A GUN LIVES HERE” CI CONSEGNA GLI OTTIMI HO BO

Accade, non troppo frequentemente, ma accade. Accade di ascoltare un album tra i tanti che si accatastano sulla scrivania e tra le mail del pc e di rimanerne talmente entusiasti tanto da segnalarlo a moglie ed amici per condividere con loro le belle sensazioni di quell’ascolto. E’ il caso di “A Man With A Gun Lives Here” (letteralmente “Un uomo con una pistola vive qui”) titolo del nuovo album della band di origini biellesi HO BO.

Nove tracce che scorrono una dopo l’altra senza concedere un attimo di distrazione e, soprattutto, senza quelle fsiologiche cadute di tono (quelli che io definisco “brani transitori” riferendomi a canzoni contenute in un album e che potrebbero anche non esserci) che spessissimo mi capita di individuare. Qui invece si parte subito molto bene con il brano introduttivo “Hoboes That Pass in The Night” che tra il rumore di un treno che va, lasciando ben presto la scena ad un grillo e ad una chitarra, ci fa scoprire una voce intensa e profonda che ci acompagnerà sino all’ultimo brano, creando atmosfere ora misteriose, ora malinconiche, tra le tinte di un blues mai scontato. Con “Prairie-Dogs” ci imbattiamo invece in una ballata nella quale, tra voce e chitarra, fa capolino un banjo estremamente discreto che incrementa però la sensazione di un ottimo arrangiamento. “Falling Down, Henry” ha un andamento lento in cui la voce di Sam ci ricorda quella di Willy de Ville in “Heaven Stood Still”; in entrambi i casi, grandi atmosfere. “In Cold Blood” è coinvolgente ed in crescendo a mano a mano che ci si approssima alla fine del pezzo;  invece in “A Tiny Man Called Smith” riscopriamo, con maggiore determinazione il banjo, mentre la voce questa volta ci riporta al Tom Waits di “Hold On”, quindi ancora e sempre in dimensioni molto coinvolgenti. Un po’ estraneo, rispetto alla struttura dei brani sin qui ascoltati, è “Summer Cloud”, con sonorità più scandite (con la partecipazione di Swanz The Lonely Cat) ma non meno piacevoli; una sorta di variazione sul tema senza però troppo allontanarsi dal percorso intrapreso. Percorso sul quale si torna pienamente con “Psalm” che ha un avvio curiosissimo con la voce che si coniuga ad un’andatura lenta che evoca immagini di sobborghi bui, le luci incerte dei pub, qualche bicchiere di troppo ed il canto apparentemente incerto che riesce a rendere l’atmosfera ancor più suggestiva. In “The Curse of Peak Hill” la voce di Sam si fa narrante, assecondata da sonorità quasi ossessive, andando a dare vita ad un insieme di oltre sette minuti che “arriva” alle orecchie, ma soprattutto alla mente, senza mai un calo di tensione. E si va a chiudere con “Bones Orchard” che ci consegna ancora un brano caratterizzato da ottimi arrangiamenti e che ci consente di rilevare, al di là della voce, un ensemble musicalmente molto affiatato, caratterizzato da individualità collaudate che si confermano in un sontuoso finale solo strumentale, degna chiusura di un progetto di ottimo impatto, pur se ampiamente al di fuori dei canoni più commerciali del momento (che sostanzialmente, in attesa di tempi migliori, si rimpallano rap e trap).

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