E’ di questi giorni la pubblicazione del nuovo album di inediti di The Niro intitolato “La nascita”. The Niro (al secolo Davide Combusti), è un cantautore e polistrumentista romano che ha all’attivo cinque album il primo dei quali, “The Niro”, è stato pubblicato nel 2008. Generalmente i suoi dischi sono cantanti parte in inglese e parte in italiano, eccezion fatta per “1969”, tutto scritto e cantato in italiano e con la sua title track presentata nel 2014 al 64° Festival di Sanremo nella sezione Nuove proposte. The Niro ha aperto i concerti di svariati big tra cui i Deep Purple, Amy Winehouse, Carmen Consoli, Malika Ayane e molti altri. Notevole la sua attività live che lo ha portato anche all’estero. Si è cimentato anche come attore, nel 2023, nel film di Paolo Genovese, “Il primo giorno della mia vita”.
Ma veniamo al nuovo album, “La nascita”, caratterizzato da undici tracce, parte in lingua italiana e parte in inglese. Inizierei dicendo che, almeno in questo lavoro, The Niro lo ascolto più volentieri quando canta in inglese poichè nei brani in lingua italiana il contenuto narrante, tipico della canzone d’autore nazionale, non sempre è del tutto percettibile. Si avverte del mestiere, sia nella disinvoltura vocale, sia negli arrangiamenti di buona parte dei brani, il che contribuisce, nel’insieme, a dare vita ad un progetto interessante anche se forse, il vero brano che ti inchioda alla sedia, non arriva mai. I buoni pezzi, per ragioni diverse, comunque non mancano. “La nascita” è una canzone delicata, fatta di pochi accordi, ma molto gradevole anche musicalmente; “So Odd”, in inglese, rivela una buona gestione del falsetto ed una buona fruibilità; “My desires” è, più di altri, un brano che dà maggiore risalto alla voce di The Niro ed ha un buon andamento; piacevolissimo il “giro” di accordi di base di “Tarantola” mentre un po’ più animato e fresco rispetto agli altri brani mi è parso “Borderline”; “Rainy days”, anche questa in inglese, mi ha fatto pensare a come diverse delle canzoni contenute in questo lavoro le definirei “canzoni da viaggio”, brani cioè di rilassante ascolto alla guida, senza ansie, percorrendo un lungo nastro d’asfalto. Si tratta dunque di un disco piacevole anche se, come scrivevo poco sopra, manca forse quel brano che rimane inciso nella memoria e che al primo ascolto fa sobbalzare. Cosa, per altro, sempre più rara.