A bocce ferme, dopo una settimana di musica praticamente non stop, giunti alle conclusioni, che cosa ha lasciato questo 76° Festival di Sanremo? Innanzitutto una sensazione: siamo arrivati ad un capolinea e si sta ricominciando a cercare le canzoni, quelle vere, quelle fatte di belle voci e bella musica, quelle che sanno anche dire qualcosa, ma con la consapevolezza di una dimensione artistica che sembrava essersi smarrita, ormai da diversi anni.
La vittoria finale di Sal Da Vinci e quella di Ditonellapiaga e TonyPitoni nella serata delle cover rivelano la ricerca di brani strutturalmente tradizionali, ben eseguiti e fors’anche un po’ nostalgici. Da Vinci viene dalla scuola napoletana quindi il suo genere è un neomelodico forte, deciso, coinvolgente. Ditonellapiaga e TonyPitoni hanno invece recuperato un brano presentato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1937 che coniuga swing e jazz come dimostrò anche la versione di questo stesso brano presentato in duo da Frank Sinitra ed Ella Fitzgerald. E’ stato però un Festival che ha aperto porte importanti anche per diversi giovani, su tutti Sayf, secondo classificato assoluto con un brano destinato a divenire un tormentone, ma anche con un testo che ammicca a contenuti importanti. Sayf però porge le sue riflessioni con garbo, con simpatia e con un sorriso, al contrario di tanti rapper visti in questi anni, carichi di rabbia, scostanti e talvolta portatori di messaggi di forte negatività per i giovanissimi. Interessanti anche LDA & Aka 7even, due ragazzi pieni di energia e di allegria che hanno coinvolto con il loro entusiasmo la platea dell’Ariston. Molti si sono detti convinti da Fulminacci. Non è il mio caso, mi è parso un po’ evanescente. Ma se vogliamo parlare di giovani parliamo delle nuove proposte. Sono arrivati in quattro sul palcoscenico del teatro Ariston dopo lunghe selezioni e si sono poi ulteriormente ridotti a due: Nicolò Filippucci ed Angelica Bove. Ha vinto il primo, che per alcuni aspetti mi ricorda, almeno come genere, Francesco Renga, in gara anche quest’anno; Angelica Bove però è, a mio avviso, il vero talento, come dovrebbero dimostrare i due premi della critica che ha ricevuto (sala stampa “Mia Martini” e sala stampa “Lucio Dalla”, per capirci carta stampata e web la prima, radio la seconda). L’auspicio è che di lei si possa sentir riparlare molto presto e magari la si possa rivedere a Sanremo il prossimo anno, magari tra i “big” (se l’annoti il nuovo direttore artistico e conduttore Stefano De Martino che ha ricevuto l’investitura direttamente all’Ariston da Carlo Conti). Dei “big” veri, quelli in pista da decenni, posso solo dire che mi è piaciuto rivedere i Pooh ed Andrea Bocelli, entrambi ospiti. Ho ritenuto assolutamente meritati i riconoscimenti alla carriera attribuiti a Mogol, Fausto Leali e Caterina Caselli. Ho trovato straordinaria la performance di Achille Lauro quando ha cantato “Perdutamente” pensando ai ragazzi di Crans-Montana, con la partecipazione dello straordinario soprano Valentina Gargano. Mi è piaciuto il messaggio che ha cercato di far passare Ermal Meta con la sua tragica filastrocca sui bambini di Gaza (per altro sponsorizzata a metà Festival niente meno che da Adriano Celentano con un post sul suo sito “L’inesistente”). E Patty Pravo? Chi mi conosce sa quanto io consideri un piccolo capolavoro ogni sua esibizione, ma quest’anno la canzone non prendeva, nonostante un arrangiamento orchestralmente così avvolgente che rischiava però di “coprire” la sua voce, ancora così bella da sentire.