Esponendo le proprie opinioni in materia di musica, accade talvolta di dover ribadire alcuni concetti già espressi valutando lavori precedenti. E' ciò che ci tocca fare questa volta, all'ascolto del cd d'esordio di Cecilia, "Mari e venti".

Ciò che dobbiamo ripetere in questo caso è l'osservazione che, purtroppo, confrontarsi con la musica elettronica non è affatto così semplice come potrebbe sembrare. In fondo c'è l'ausilio dei computer, no? In fondo c'è la possibilità di spaziare in un universo quasi infinito di suoni, suggestioni, effetti, echi, loop, distorsioni, rumori... Difficile sbagliare, parrebbe. E invece no. Sbagliare qui è facilissimo. Perché se non c'è vera originalità ed assoluta, rigorosa, reale capacità di padroneggiare la tecnologia, gli strumenti, creando le atmosfere, si rischia di ottenere risultati deprimenti. Proprio come fa, ci spiace dirlo, l'autrice ed interprete di questa raccolta. Inizialmente fanno ben sperare i titoli, quello dell'album, come quelli dei brani, originali ed evocativi: "Opera Prima", "Il fine Inconsueto", "Siamo nel vento"... Alla prova dell'ascolto si precipita invece in un'esecuzione piuttosto monocorde, sia per quanto riguarda appunto l'utilizzo dell'elettronica - con un continuo uso ed abuso di echi, rumorini, effettini, brusii, loop - sia per quanto concerne l'interpretazione strettamente vocale: una via di mezzo tra il cantato ed il recitato, sconcertante nella sua monotona uniformità, pezzo dopo pezzo. Per di più, costantemente sovrastato e confuso dai vari effetti sonori, sino a rendere a tratti davvero difficoltoso l'ascolto, e la comprensione dei testi. Testi che tentano costantemente  il volo del poetico, ma troppo spesso s'infrangono in immagini ed espressioni sul limite del banale ("Una forza intelligente che dà peso all'altra gente... E avrai quel viso da duro... Ci son momenti che meritano"). No, per il momento non ci siamo proprio.