“Inattesi” è il titolo dell’album/ep di Davide Peron, cantautore veneto che ha registrato queste sette tracce per l’etichetta New Model Label. Tutti i brani recano la firma dello stesso Peron e di Davide Lopizzo. Buoni gli intenti che animano il progetto, riconducibili al grande dono della “nascita” ed ai sani principi che la devono accompagnare. Purtroppo la traduzione in canzoni di questi sani ed auspicabili principi, non trova la forza, la chiave di lettura, lo stimolo all’ascolto che ci si attenderebbe.

 

 

E così, le sette canzoni di Peron scivolano via senza mai riuscire a destare un sussulto, un palpito, quanto meno un attimo di sorpresa. S’inizia con “Abbiamo pensato a giocare”, toni cantautorali, ma quasi subito si coglie una sorta di incompatibilità tra la voce e una strumentazione per altro piuttosto fragile, come lo sono gli arrangiamenti. “L’attesa vuol cura” mette in rilievo un percorso testuale che talvolta inciampa con la musica ed una struttura generale piuttosto incerta. “Filastrocca” parte malissimo con una prima frase costruita facendo un pessimo uso della lingua italiana: “In ogni luogo che devo andare….” chiede vendetta al cielo anche se poi, il testo nell’insieme non è così male, pur continuando a non uscire da un percorso melodico a dir poco banale. “Fiore del campo” è un brano recitato in italo-veneto affidato alla voce aggraziata di Eleonora Fontana, ma il cd non decolla neppure con questo espediente. Ci riprova allora Peron con “Io fiore che ho davanti”, che in effetti rivela qualche cenno di arrangiamento più plausibile e “ragionato” che non riesce però a risollevare le sorti di una canzone fragile con la chiosa parlata che ci regala un sorriso ricordandoci i sapidi monologhi di Natalino Balasso per via della cadenza fortemente veneta. E’ discreto anche il testo di “Prima di”, ma musicalmente la canzone risulta fragile e senza ali. E si chiude con “Un silenzio”, brano noiosetto che non riesce a contraddire le sensazioni maturate dall’ascolto delle sei precedenti canzoni, nonostante qualche alzata di tono della chitarra. Forse, per meglio comprendere che cosa aspettarsi da questo lavoro, basterebbe semplicemente dire che la dimensione davvero professionale non prende mai il sopravvento e il tutto si assesta sulle dimensioni di un sano dilettantismo, con tutti i limiti che ciò comporta. Nulla di offensivo, anzi, il voler cimentarsi con le parole e con la musica rappresenta sempre un arricchimento. A condizione, in casi come questo, di non pensare di poter farne un mestiere.