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Editoriale

PIU' RISPETTO POTREBBE FARE LA DIFFERENZA

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S’intitola “Ora o mai più” ed è il programma condotto da Amadeus riservato a quelli che, senza troppi preamboli, né alcuna sensibilità, sono stati definiti “cantanti falliti” dal collega del Corriere della Sera, corroborato dagli schizzi di veleno della critica televisiva de “La Stampa”, Alessandra Comazzi, che l’indomani in un video-commento non ha esitato a dire che “…se di loro non si è più saputo nulla un motivo ci sarà…”. Stiamo parlado di personaggi come Lisa (“Sempre”), Valeria Rossi (“Tre parole”), Alessandro Canino (“Brutta”), i Jalisse (“Fiumi di parole” con vittoria al Festival di Sanremo) e alcuni altri. Un manipolo di personaggi che, sia pure per un brevissimo periodo, hanno comunque conquistato le vette delle hit parade nazionali più di quanto non riescano a fare molti dei loro celebrati colleghi di oggi che, tra rap e trap, la pagnotta a casa stentato a portarla. E’ stato però indicativo cogliere certi titoli e certi commenti, fatti di supponenza e di sarcasmo, che spiegano meglio di tante riflessioni musical-sociologiche, il perché in Italia la musica migliore è quasi sempre quella che si muove nel sottobosco. In questi giorni, la moglie di Gino Santercole da poco scomparso, in un’intervista, rivela che dopo l’uscita dell’ultimo album del compianto marito (album che la critica seria aveva accolto con molto favore), si erano sentiti chiedere 100mila euro per tre passaggi radiofonici. Non fa nomi la signora, proprio perché tale. Ma avrebbe fatto bene a farli. E aggiunge anche che le televisioni avrebbero accettato il passaggio di Santercole, solo se in qualche modo fosse stato coinvolto Celentano. Delle due l’una: chi ha rivolto una simile richiesta, o è un imbecille o è in malafede, perché anche i sassi sanno che un passaggio televisivo di Celentano è, da sempre, il frutto di trattative spesso estenuanti e che di norma si protraggono molto a lungo. E non è certo lo “spot” per qualcuno, fosse anche un ex ragazzo del Clan che era anche suo parente stretto. Quindi rimane la malafede, il che non è comunque una bella cosa. E si potrebbe andare avanti all’infinito tra improvvisatori, speculatori, saccenti e sparlanti. Ciò che manca comunque sempre è il rispetto, il rispetto per la professionalità di artisti che hanno comunque lasciato una traccia del loro passaggio, anche soltanto una, ma rilevabile. Ed anche per quelle carriere che per mille ragioni non hanno saputo o potuto avere il decorso auspicato o immaginato. In alcuni casi forse soltanto per mancanza di risorse in grado di sostenere il passo successivo. Ed anche questo non è bello.

Giorgio Pezzana

 
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Nell'articolo-intervista ad Amadè che compare qui sotto, redatto da Enrica Ferrari, ad un certo punto leggerete "...Mario Luzzatto Fegiz parla di lui sul Corriere della Sera, la Universal ripubblica il suo album di esordio cambiandone il titolo...". Questo passaggio mi offre il pretesto per una riflessione: poichè la Universal non ha certamente offerto un contratto ad Amadè perchè di lui aveva parlato Luzzatto Fegiz sul Corriere della Sera, è verosimile che Luzzatto Fegiz abbia parlato di Amadè poichè a questo talentuoso musicista era stato proposto un contratto dalla Universal, che lui aveva firmato. Diversamente, nè Luzzatto Fegiz nè buona parte dei critici delle più gosse testate, avrebbe parlato di questo cantautore. Poichè, in realtà, a fare meritare una citazione a firma Fegiz, Venegoni ed altri vecchi soloni del giornalismo musicale, non è l'oggettivo valore dell'artista, ma la griffe che gli viene appicciata addosso. Se è quella di una major, può trattarsi anche degli evanescenti e già artisticamente defunti vincitori di un talent show (vedi Carta e Scanu). Se l'area di appartenenza è quella indi, allora cala la più totale indifferenza. Lascio al lettore l'interpretazione di questi atteggiamenti, anche se 25 anni di frequentazione della sala stampa del Festival di Sanremo qualche suggerimento in proposito me lo indurrebbero con facilità.

 

Alice ritorna, Patty se ne va ed Adriano apre l'Arena di Verona ad un euro. “Un'altra Music@”, di solito, non parla di artisti già ampiamente affermati. Non è la nostra mission né ci piace farlo, rischiando di rincorrere ciò che altri hanno già fatto o stanno facendo. Ma queste tre coincidenze meritano una riflessione un po' estemporanea.

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La scure della crisi ha colpito anche il Premio Tenco. La storica rassegna sanremese quest’anno non si svolgerà per mancanza di finanziamenti. Lo ha annunciato il Club Tenco con un comunicato che però riserva solo poche righe a fondo pagina a quella che è invece una notizia di tutto rilievo. E’ difficile comprendere la ragione di questo semioccultamento da parte di chi ha seguito e curato il progetto per 37 anni, facendolo diventare un approdo sicuro per decine di cantautori italiani e stranieri. Che il Premio navigasse in cattive acque lo si sapeva da tempo. Che potesse arrivare ad una interruzione, che il responsabile artistico Enrico De Angelis auspica sia solo una sosta, è invece questione ben più grave poichè è notorio come le manifestazioni a cadenza annuale, dopo una “sospensione”, ben difficilmente possano riprendere il loro cammino.

 

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In questi giorni tutte le radio sono impegnare a diffondere le note di quella dozzina di artisti italiani che hanno confezionato, certamente non a caso in vista del prossimo Natale, il loro nuovissimo cd. Da Giorgia a Gianna Nannini, da Jovanotti a Tiziano Ferro, da Antonello Venditti all’irraggiungibile Adriano Celentano. E le major, a suon di euro, si contendono gli spazi radiofonici e le pagine dei giornali per promuovere le loro novità, i “cd-panettone” che invadono tutto quel che in queste settimane fa musica. Ma al di là di questa dozzina di proposte, vi sono centinaia di artisti che onestamente, alacremente, con tanta passione e pochissime risorse, producono la loro musica, propongono il loro mondo, trasmettono i loro sogni e le loro emozioni. “Un’altra Music@” si occupa, ormai da un anno, di loro. E per celebrare il primo anno di attività della nostra rivista, con la prossima news letter che invieremo ai nostri 5mila iscritti, pubblicheremo la lista delle nostre 10 proposte di Natale. Dieci cd di area indipendente che attraverso il nostro spazio vogliamo proporre ai nostri lettori. Non al posto dei lavori dei grandi artisti di cui abbiamo parlato poco sopra, ma accanto a questi, per non dimenticare che c’è tanta, tantissima buona musica, che rischiamo di non ascoltare mai. E che invece meriterebbe di essere ascoltata.

Ora che il Tenco sembra accusare gli effetti di una crisi che sta investendo l’ìntero Paese, c’è chi sostiene che di fatto la canzone d’autore è finita, è una nicchia per pochi nostalgici, un qualcosa che risulta anacronistico e fuori dal tempo. Il Premio Tenco muore” scrive Andrea Scanzi su “Il fatto quotidiano” “ non solo per mancanza di fondi. Scompare perché premia un simulacro, un caro estinto: una categoria che non esiste quasi più. Evaporata per sua stessa mano. Il profeta armato di voce e chitarra aveva senso nei Sessanta e Settanta: oggi, molto meno. Tutto è cambiato e chi ha saputo resistere lo ha fatto in virtù della capacità di rivoluzionarsi”. E’ un’opinione, discutibile sin che vogliamo, ma un’opinione. Poco dopo però ancora Scanzi indica quelli che a suo parere sono gli emergenti della canzone d’autore italiana, facendo una premessa: “i veri cantautori di oggi sono i rappercioè la non musica per eccellenza. Se così fosse sarebbe davvero grave. Ma così non è. Soltanto che i soloni del giornalismo milanesi e romani, masticano sempre la stessa carne per poi dire che è carne vecchia.

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Il Commento

ECCO I MOTIVI DELLE RECENSIONI SENZA FRETTA

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Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto per quale ragione le recensioni degli album su “Un'altra Music@” compaiano sistematicamente a distanza di qualche settimana, se non di qualche mese, dalla loro pubblicazione. Si tratta di una scelta o di un'esigenza dettata dalle ridotte dimensioni della nostra redazione e degli spazi sul magazine? Fermo restando che in redazione siamo in pochissimi e ci siamo imposti di ascoltare sempre tutto ciò che finisce sulle nostre scrivanie (contrariamente a quanto fanno altri che si limitano a fare il copia/incolla di quanto inviano le agenzie di stampa), il che richiede tempo, molto tempo, è anche una scelta dettata da una riflessione più ampia. Da quando le nuove tecnologie hanno di fatto ridotto ai minimi termini il mercato discografico, abbiamo assistito al trionfo dell'usa e getta che tutto divora e tutto azzera. Cosicchè, di un cd uscito oggi, sulle riviste specializzate, si parla nei prossimi cinque giorni, dopodichè cala il silenzio. Tutti ne scrivono insieme e tutti lo fanno subito. In virtù di quella esigenza di “stare sul pezzo” che, se è irrinunciabile qualora ci si occupi di cronaca, non lo è affatto quando ci si occupa di arte in genere (dalla musica al settore editoriale, dall'arte visiva alle programmazioni teatrali). In tal modo, un prodotto che ha richiesto mesi quando non anni di lavoro, “sfiorisce” in pochi giorni soppiantato da altre produzioni, destinate a fare la medesima fine. “Un'altra Music@”, ponendosi in alternativa rispetto alle dilaganti tempistiche dei lanci e della promozione discografica, non intende farsi risucchiare da questo vortice, che sta alla base del mancato consolidamento di tante produzioni discografiche, ma anche della mancata affermazione di artisti ai quali non viene più concesso il tempo di “crescere” e di entrare in sintonia con il pubblico. Il pubblicare una recensione settimane o mesi dopo l'uscita di un album, significa continuare a fare vivere quel prodotto, significa sottoporlo nuovamente all'attenzione di chi legge e di chi ascolta, recuperando le distrazioni di coloro che, fuorviati dalla frenesia delle uscite in tempo reale, si sono forse persi la possibilità di cogliere il senso di una canzone o il percorso artistico di un album. Una rivista che si occupa di musica non ha e non deve avere i tempi della cronaca. Né ha esigenze di primogenitura. Non importa se prima di noi a scrivere di quel cd sono state altre riviste. Importa la professionalità con la quale noi ci accostiamo a quel lavoro, l'attenzione che gli dedichiamo, il rispetto che portiamo a chi ci ha richiesto un parere. Oltre alla già espressa convinzione che non vi sia lavoro musicale o comunque artistico che possa esaurirsi in cinque giorni. Ed a costo di sembrare “passatista” a tale proposito mi piace ricordare che nel tempo dei vinili le canzoni di maggior successo del Festival di Sanremo occupavano le classifiche discografiche sino a maggio, per poi lasciare il posto ai brani di “Un disco per l'estate” che si contendevano i piazzamenti sino a ottobre. Altri tempi, certo. Tempi in cui la musica si ascoltava davvero ed il lavoro di un artista era un progetto al quale veniva concesso il tempo per esplicarsi e svilupparsi. Se ciò non accadeva i fattori avversi erano altri, non certo l'ansia di divorare tutto e subito.

G. Pe.

 

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