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Editoriale

MA A SANREMO ADESSO CI VANNO PER GIOCARE

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Leggo e rileggo l'elenco dei 20 “big” della prossima edizione del Festival di Sanremo, quest'anno affidato alla direzione artistica di Claudio Baglioni, e ad ogni lettura mi convinco sempre più che lo spirito di quella manifestazione dalla gravità della rianimazione è passato ad una sorta di coma irreversibile. Ormai siamo al senso ludico assoluto. Non che in passato fossero sempre credibili le graduatorie di vincitori e vinti. Ma un clima di sana rivalità, per le ragioni più svariate, lo si respirava con una certa frequenza. O perchè ad alimentarlo erano antipatie e rancori personali tra gli artisti, oppure per una questione di contrapposizione di generi e di scuole d pensiero (il melodico contro il rock'n'roll dei primi anni Sessanta, la borghesia dei paludamenti del festival contrapposta alle contestazioni sessantottine che si consumavano nelle piazze...). Più nulla. Oggi la sensazione è che la maggior parte degli artisti in gara sia lì per giocare, approfittando della prima serata Rai, per dare una spolverata a carriere un po' in declino o per misurarsi su di un terreno diverso e lontano dai loro abituali. Gli ex Pooh Roby Facchinetti e Riccardo Fogli che duellano con l'altro ex Pooh Red Canzian, sa di una sfida a bocce tra vecchi frequentatori del circolo Arci, la riapparizione di Luca Barbarossa odora di favori tra romani veri (Baglioni e lo stesso Barbarossa appunto), la presenza di Ornella Vanoni affiancata da Bungaro e Pacifico, sa più di celebrazione di una vecchia gloria della canzone italiana, che non di una muscolare partecipazione ad una gara con relativo obiettivo di vittoria finale. Ed altrettanto si potrebbe dire della presenza di Ron, che ha tutta l'aria di uno che ha voglia di farsi un giro nostalgico laddove cominciò a bazzicare, con un certo successo, sin da quando era un adolescente. Enrico Ruggeri poi, non si presenta neppure in prima persona, ma con i Decibel, cioè la formazione della sua giovinezza, quasi a voler ricercare la dimensione che fu. Che dire poi di Nina Zilli ed ancor più di Mario Biondi? La prima è una cantante straordinaria, ma di una raffinatezza che va ben al di là della dimensione nazional-popolare di un festival come quello di Sanremo, ove ha partecipato e non una volta soltanto, passando pressochè inosservata (deve alla rassegna solo gli apprezzamenti ottenuti, successivamente, in ambiti non festivalieri). Biondi è invece assolutamente fuori dal suo ambiente e Dio sa chi lo ha convinto a partecipare alla gara dell'Ariston (per certi aspetti ricorda la partecipazione di Gualazzi, anche lui prestato dal jazz al mercatone di Sanremo). Enzo Avitabile e Beppe Servillo sono altri due grandi professionisti della canzone italiana, la cui popolarità però si è ultimamente un po' appannata ed in tal senso la partecipazione al festivalone potrebbe rappresentare un'occasione di rilancio. Max Gazzè lo avremmo immaginato più facilmente al fianco di Levante, con la quale la scorsa estate aveva portato al successo “Pezzo di me”, autentico tormentone balneare. Tralasciando la solita partecipazione di Elio e le Storie Tese, che come Renzi quando disse che si sarebbe ritirato dalla politica se avesse perso il referendum, allo stesso modo hanno annunciato il loro scioglimento un mese fa, salvo poi riemergere su di un palco che di fatto hanno sempre irriso, quel che rimane non sono “big”. The Kolors, Diodato e Roy Paci, Lo Stato Sociale, Giovanni Caccamo, Renzo Rubino, Noemi, Ermal Meta, Fabrizio Moro, Le Vibrazioni e Mudimbi non sono “big” poiché, se li considerassimo tali, come dovremmo definire Vasco, Zucchero, Mina, Celentano. De Andrè.......? Eccoci dunque in prossimità di un festival che sa di luna park, tra pacche sulle spalle, incontri tra vecchi amici, ritorni e celebrazioni. Potrebbe essere un buon festival. Ma non è, e forse non sarà mai più, “quel” festival.

Giorgio Pezzana

 
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Da alcune settimane, su vari organi di informazione ed in moltissimi social network frequentati da musicisti o comunque operatori del mondo della musica, corrono voci incontrollate (e per ora incontrollabili) su una serie di normative a sostegno delle attività musicali che dovrebbero essere contenute nel decreto “del fare” approvato dal Governo Letta. Di fatto non esiste una sola circolare attuativa, non vi sono informazioni certe, non si dispone di dichiarazioni ufficiali da parte di parlamentari o ministri, se non qualche battuta frammentaria che lascia intuire la presenza di queste tematiche sui tavoli dell'esecutivo, senza però sapere nulla sugli esiti del dibattito (qualora un dibattito su questi temi vi sia stato). Nel pianeta dei “Si dice” circola voce di un emendamento in virtù del quale, per i locali che vogliono proporre musica dal vivo ed abbiano una capienza inferiore ai 200 posti, dovrebbero essere abolite tutte le incombenze legate ai permessi previsti da svariate leggi e leggine, locali e nazionali, che riguardano le esecuzioni dal vivo. Ed è questo il tema sul quale più facilmente ci si imbatte. Ma, verrebbe da domandarsi: tutto qui? Già perchè, in ogni caso, già ora tanta parte di quelle norme burocratiche vengono allegramente disattese e quindi, in cosa consisterebbe lo sforzo del Governo a sostegno del mondo della musica? Qualcuno osa immaginare che in quelle circostanze verrebbe anche meno l'obbligo di pagare Siae ed Enpals. Andiamoci piano, perchè qui si entra su di un terreno minato. Intanto, scorrendo il sito della Siae, non si trova un solo riferimento a questa ipotesi. Certo, diranno i più smaliziati, vorrete mica che sia la Siae e darvi le dritte per non versare diritti d'autore e contributi? No, non ci aspettiamo un vademecum di questo tipo. Però, se una norma esistesse davvero, sia pure a malincuore, la Siae non potrebbe continuare a pretendere pagamenti di diritti che non le spetterebbero più o versamenti contributivi (Enpals) non più contemplati. Se a tuttoggi negli ambienti della Siae, almeno in termini ufficiali, non se ne parla, la verità più attendibile, per ora, è che nulla di tutto ciò sia stato deciso. E lo confermerebbe anche l'attuale totale assenza di circolari ad hoc. Ma c'è già chi si spinge oltre ed anche in questo caso, in un contesto assolutamente confuso, giunge ad affermare che il “pacchetto” di queste normative dovrebbe comprendere anche l'eliminazione del pagamento dei diritti d'autore per le Associazioni Onlus; altri più genericamente giungono a dire che ne sarebbero escluse le Associazioni senza fini di lucro. A molti sfugge che “onlus” e “senza fini di lucro” sono solo apparentemente definizioni diverse per un eguale stato. Non è così. Si tratta di realtà differenti e quindi, anche in questo caso, qualora davvero esistesse questo intento, dovrebbero essere forniti tempestivi chiarimenti al fine di evitare il caos. Ma non basta. Nell'apoteosi di mezza estate, si inserisce anche il ministro Bray che avrebbe annunciato (ma non si comprende in che circostanza e dove) l'introduzione del “tax credit” nella musica, per una somma pari a 5 milioni di euro per promuovere l'attività dei giovani artisti. Detto questo però, nessuno ha aggiunto altro. Chi sarebbero i “giovani artisti” in questione? Quella somma sarebbe destinata ad enti lirici e Conservatori, come è puntualmente avvenuto in tempi passati, oppure qualcuno potrebbe finalmente accorgersi che esiste un mondo musicale emergente fatto di altre tipologie di artisti, che non sono neppure quelli dei talent show? Anche in questo caso, ai proclami non sono seguiti ulteriori sviluppi. A conclusione di queste riflessioni, aggiungerei un ulteriore elemento, in realtà piuttosto inquietante. Da anni (sicuramente più di dieci) nei cassetti del Parlamento, giacciono ripetute domande provenienti da svariati ambienti, che chiedevano a gran voce l'abbattimento dell'Iva dal 20 (ora 21) per cento al 4 per cento per le vendita dei cd. In altri termini, un trattamento uguale a quello riservato al mercato librario, al quale sono stati riconosciuti i presupposti dello sviluppo culturale. Di quelle richieste non si è più saputo nulla e la discutibile disparità, che di fatto rende il libro un prodotto culturale ed il disco no, è rimasta inalterata per tutti questi anni, nonostante che la situazione del settore discografico andasse facendosi sempre più critica. Un precedente che purtroppo non lascia ben sperare.

Secondo il direttore di “Onstage”, Daniele Salomone, l'Italia, contrariamente a diverse altre nazioni europee, non avrebbe un grande festival musicale. “Perché l’Italia non ha un grande festival?” si domanda Salomone “Perché non riusciamo ad organizzare un evento all’altezza di quelli che invidiamo ai paesi europei e agli Stati Uniti? Domande simili sono tornate di moda quest’anno perché è saltato l’Heineken Jammin’ Festival e abbiamo assistito al caso eclatante dell’A Perfect Day, annullato dopo che la line up completa era stata annunciata. Ma questo problema in Italia ha radici molto profonde: è un grave fallimento del sistema-paese. Se non abbiamo un festival degno di questo nome le responsabilità sono di tutti. Dei privati, delle istituzioni e del cosiddetto popolo. Il lungo periodo di recessione non aiuta, ma non può essere un alibi: in questo campo faticavamo molto anche quando il paese cresceva”.

Una lunga elencazioni di fattori e probabili cause, talvolta condivisibili, altre meno, però il concetto nel suo insieme, a mio avviso, andrebbe chiarito e dettagliato. I festival hanno caratteristiche molteplici, si rivolgono a fasce di pubblico diverse, non devono necessariamente riunire folle oceaniche, nè durare settimane. Quello che scrive Daniele Salomone riguarda evidentemente le grandi kermesse del rock (non a caso il suo scritto si apre con il rammarico per il fatto che sia saltato l'Heineken Jammin' Festival). E di queste, è vero, in Italia non ve ne sono. Ma il domandarsi il perchè l'Italia non ha un "grande festival" mi pare quanto meno riduttivo. In parte sono condivisibili i limiti che Salomone denuncia parlando di pubblico ed istituzioni (soprattutto queste ultime non sono quasi mai riuscite ad entrare nei meccanismi dei grandi eventi musicali, nè hanno voluto farlo). Ma non è vero, per esempio, che gli eventi siano sempre nelle mani dei grandi promoter, con tutto quel che ne consegue. La dimensione della musica indipendente è principalmente fatta di persone di buona volontà, coraggiose quanto basta, a volte anche un po' folli. L'Italia ha festival dedicati al jazz ed all'ambito cantautorale, che non potranno mai diventare Woodstock, ma che sono in grado di offrire proposte di altissima qualità artistica. Ci sono le convention dedicate al rock e sono anche piuttosto numerose. Ma a questo punto credo sia indispensabile capirci sulle terminologie: i concerti dei Rolling Stones o di Bruce Springsteen sono eventi, il Bologna Jazz Festival o il Premio "Bindi" sono festival. Compresa la differenza, si può anche sognare di traformare l'isola d'Elba nell'Isola di Whight. Dice il direttore di Onstage (riferendosi alle kermesse di Glastonbury e Sziget): "Sia in Inghilterra che in Ungheria, pur in epoche e contesti diversi, hanno pensato a un prodotto (magari aggiustandolo in corsa), l’hanno posizionato presso un pubblico che lo chiedeva e non hanno incontrato resistenze sul territorio". Dunque, "....l'hanno posizionato presso un pubblico che lo chiedeva...." e "non hanno incontrato resistenze sul territorio...". Pare poco? Vogliamo chiedere alla Siae chi, in ambito musicale, in Italia, vende più biglietti al di fuori dei concerti-evento? La risposta sarà: i locali di liscio e revival o se vogliamo quelli ove impazza il latino-americano (che personalmente rispetto molto). E vogliamo chiedere ad un po' di organizzatori quanti sono quelli che non hanno mai "....incontrato resistenze sul territorio...."?. Credo che le dita di una mano siano già troppe. E allora, forse, le riflessioni da fare sono altre. Fermo restando l'apprezzabile contributo di “Onstage” che, come ho detto all'inizio, è almeno in parte condivisibile. Eppoi, concludendo, in Italia c'è un festival che conoscono anche le tribù Masai e che probabilmente è stato concepito quando altrove non era ancora neppure molto chiaro che cosa si intendesse per “festival”. E' il Festival di Sanremo. Può non piacere, lo capisco. Avrebbe bisogno di un profondo e radicale miglioramento, lo so.  Ma...suvvia, ci vuole un minimo di onestà intellettuale prima di dire che l'Italia non ha grandi festival, ignorando quello della riviera dei fiori. E comunque, volendo monetizzare ad ogni costo, visto che Salomone nel suo articolo parla anche di indotto prodotto dalle grandi kermesse, proviamo a pensare ai capitale che muove ogni anno proprio la rassegna sanremese. Diritti televisivi in Italia ed all'estero, sponsor, movimenti turistici che fanno fare il “tutto esaurito” per una settimane negli alberghi della zona, ristoranti e bar strapieni. Ce n'è abbastanza per capire il perchè, da anni, la rassegna viene dilatata per un'intera settimana, anche quando la dimensione artistica non lo giustificherebbe.

Elton John, nel corso di una recente intervista radiofonica, si è scagliato contro i talent show musicali affermando che producono delle "nullità''. Il cantante inglese ha criticato il programma “The Voice”, ideato in Olanda, che va in onda sulla Bbc e che ha anche una versione negli Stati Uniti e in Italia. «Alla fine The Voice è solo un modo che usano i giudici per mettersi in evidenza», ha detto il musicista, ed ha sottolineato che nessuno dei concorrenti, sia in Inghilterra, sia negli Stati Uniti,, ha visto le proprie canzoni scalare le classifiche. Segnatamente, la vincitrice britannica dell'anno scorso, Leanne Mitchell, avrebbe registrato un clamoroso flop con il suo album di debutto, che non è andato oltre il 134° posto delle hit discografiche.

Non c'era bisogno di Elton John per comprendere quale crudele fiera dei sogni siano i talent. Certo, la sua presa di posizione, data l'autorevolezza dell'artista, dovrebbe ora contribuire a qualche riflessione in più. Ma senza andare a cercare figure effimere negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, limitiamoci a quanto da alcuni anni sta accadendo in Italia. La prima vincitrice di un talent show fu Giusy Ferreri, l'ex cassiera di Esselunga improvvisamente balzata al centro dell'attenzione ed indicata come una sorta di fenomeno in grado di stimolare paragoni talvolta anche imbarazzanti con altre grandi protagoniste della canzone italiana ed internazionale. Da oltre un anno Giusy Ferreri è praticamente sparita. Il suo ultimo cd, disperato tentativo di rimanere a galla, è venduto nei supermercati tra le rimanenze a 9,90 euro. Marco Carta e Valerio Spanu, rispettivamente nel 2009 e nel 2010, vinsero il Festival di Sanremo ove erano approdati quali vincitori di talent. Pochi mesi dopo più nessuno si ricordava di loro, a cominciare dalle televisioni e dagli organizzatori di serate. Attualmente di quei due non ne parla più nessuno ed è davvero difficile ipotizzare un loro ritorno. Miglior fortuna pare stia avendo Emma, soprattutto grazie al duetto sanremese con i Modà che nel 2011 le spianò la strada verso l'affermazione del 2012. Quindi non tanto in virtù della vittoria al talent quanto ad un percorso artistico decollato in contesti diversi. E con ogni probabilità Elton John ha ragione anche quando dice che i talent servono più a chi li conduce che a chi vi partecipa. Alla fine i veri protagonisti sono i Cocciante (che brutta impressione vederlo nei panni del giudice), i Morgan, le Simona Ventura e Raffaella Carrà, oltre all'immarcescibile Maria De Filippi. Tutti coinvolti in un gioco al massacro finanziato dall'uno o l'altra, major che mettono in campo risorse per tentare la promozione dei vincitori, o dentro o fuori. E se non va pazienza. A sfidarsi sono decine di ragazzi, spesso privi di consolidata esperienza, costruiti su misura per l'evento, talvolta spersonalizzati e con l'unico miraggio di un'affermazione per la quale sarebbero disposti ad ogni compromesso. Soltanto una di loro, pochi anni or sono, disse apertamente di non essere disposta a svendere le proprie convinzioni. Nathalie lo aveva dichiarato in lacrime nel corso di una drammatica intervista che chi segue questi ragazzi sa benissimo quanto possa esserle costata. E l'impressione oggi è che Nathalie, che è un'artista di grande raffinatezza ed altrettanta preparazione, sia fuori dai giochi. E questo è il prezzo che spesso viene pagato a discografici improvvisati, manager maestri di bilanci e di scaltrezza, che producono dischi come in precedenza avevano prodotto con successo copertoni o materassi a molle. Ma la musica è arte. E l'arte la fanno gli artisti.

“Un'altra Music@” si arricchisce di.....spazio. Come annunciato sui numeri scorsi, in attesa di una revisione grafica già in fase di progettazione, la priorità della nostra rivista era e rimane quella di riuscire a dare la maggiore evidenza (e quindi il maggiore spazio possibile) agli artisti dei quali vogliamo parlare. E' un dovere che sentiamo nostro, alla luce del continuo flusso di cd che approdano in redazione e del moltiplicarsi di comunicati e notizie che giungono al nostro indirizzo dal mondo della musica indipendente. Sinceramente, quando questo progetto venne avviato, non avremmo immaginato che in poco più di un paio di anni saremmo riusciti a conquistarci uno spazio tanto significativo. E non lo avremmo potuto immaginare soprattutto perchè il mio intendimento, che ribadisco quasi quotidianamente a chi collabora con la nostra rivista, è sempre quello di lavorare con estrema schiettezza, rappresentando nel modo più semplice ed immediato il nostro pensiero, facendoci carico anche del dissenso di chi può, com'è giusto che sia, non riconoscersi nelle nostre valutazioni. Ma una cosa è certa: qui non ci sono discografici che acquistano spazi di pomozione, non ci sono inserzionisti che pagano solo a determinate condizioni, non esistono altri percorsi al di fuori di quelli di una rivista che vuole parlare di musica, vuole farlo esprimendo giudizi anche severi, trattando talvolta percorsi artistici non condivisi, ma comunque presenti e significative nel mondo indie. Con la fermezza di queste convinzioni i prossimi passi saranno rivolti ad un progressivo ampliamento della mailing list, che oggi conta poco meno di 7mila contatti. Impresa non semplice poiché dietro agli intrecci delle normative sulla privacy si celano spesso incomprensioni, timori di raggiri o di richieste di denaro. E' questa una ulteriore occasione per ribadire che chi riceve la nostra rivista online, non riceverà mai richieste di denaro ad essa riconducibili, né impegnative di alcun genere. Chi lo desidera può cancellarsi e chi lo vuole può iscriversi, con la massima semplicità. Non ci piacciono sinceramente i “tromboni” (ma fortunatamente sono stati pochissimi) che hanno minacciato chissà quali azioni nei nostri confronti non avendoci “autorizzati” all'uso dei loro indirizzi. Dimenticando che circolano ormai costantemente mail aperte inviate a decine di persone, i cui indirizzi compaiono, senza ricorrere ad alcuna ricerca forzata, negli elenchi dei destinatari. Chi ama davvero la musica o quanto meno ha la curiosità della lettura e dell'ascolto, non è neppure stato sfiorato da questi pensieri. Chi invece se ne è fatto paladino, ci ha fatto un favore togliendosi dai piedi. Andiamo orgogliosi dei nostri lettori, non di coloro che vivono meste esistenze combattute tra le pieghe di codici e codicilli, credendosi importanti.

Riceviamo con una certa frequenza informazioni relative all'uscita di nuovi cd con il link attraverso il quale “scaricare” le canzoni ed ascoltarle, per poi procedere all'eventuale recensione. Spesso, in quei casi, richiediamo esplicitamente agli uffici stampa degli artisti o agli artisti stessi, di poter disporre del cd fisicamente. Perchè? Siamo forse diventati dei collezionisti compulsivi che adorano vedere gli scaffali della redazione riempirsi di cd multicolori per dare un senso cromatico più accattivante ai locali? No. La ragione è diversa e merita una riflessione. Nell'epoca degli Ipod, degli mp3, di facebook e di tutti i percorsi informatici che consentono di approdare all'ascolto di un brano, le canzoni perdono la loro tracciabilità. Che significa? Semplicemente che dopo alcuni ascolti, di quei brani non rimarrà più nulla. Si dimenticherà presto il nome dell'artista, non si saprà mai quello degli autori di brani che spesso sono molto piaciuti, ancor meno si ricorderà l'etichetta discografica (quando c'è) che ha prodotto il supporto. Non parliamo dei testi, delle immagini, dei nomi di coloro che hanno collaborato alla realizzazione dell'album, dei loghi impressi in copertina. Insomma, se tra vent'anni, in un qualunque contesto, avremo modo di riascoltare un brano, che potrebbe averci procurato emozioni intense o avere legato le sue note a ricordi importanti della nostra vita, non sapremo neppure riconoscere il nome dell'artista che canta quella canzone o di coloro che l'hanno scritta. Tutto ciò significa trasformare la musica, cioè un'espressione artistica tra le più elevate, in un prodotto usa e getta, senza storia e senza futuro. Se oggi siamo ancora in grado di ricordare, per esempio, che nel 1975, Goffredo Canarini (volutamente faccio riferimento ad un artista di non grande notorietà, poiché non solo gli artisti noti compongono e cantano belle canzoni) scrisse ed incise un 45 giri per la Carosello, intitolato “Scarafaggi” e con quel brano partecipò alla venticinquesima edizione del festival di Sanremo, è perchè quella canzone ha mantenuto la proprie tracciabilità a quasi 40 anni dall'uscita del vinile. E quei dati sono tutt'ora leggibili sulla copertina del disco e sull'etichetta tonda applicata al vinile. Ecco dunque perchè è importante disporre non solo di un link buttato lì alla rinfusa, ma di quello che oggi viene chiamato con somma raffinatezza “package” e che un tempo altro non era se non la copertina del vinile prima e del cd poi.

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Il Commento

ECCO I MOTIVI DELLE RECENSIONI SENZA FRETTA

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Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto per quale ragione le recensioni degli album su “Un'altra Music@” compaiano sistematicamente a distanza di qualche settimana, se non di qualche mese, dalla loro pubblicazione. Si tratta di una scelta o di un'esigenza dettata dalle ridotte dimensioni della nostra redazione e degli spazi sul magazine? Fermo restando che in redazione siamo in pochissimi e ci siamo imposti di ascoltare sempre tutto ciò che finisce sulle nostre scrivanie (contrariamente a quanto fanno altri che si limitano a fare il copia/incolla di quanto inviano le agenzie di stampa), il che richiede tempo, molto tempo, è anche una scelta dettata da una riflessione più ampia. Da quando le nuove tecnologie hanno di fatto ridotto ai minimi termini il mercato discografico, abbiamo assistito al trionfo dell'usa e getta che tutto divora e tutto azzera. Cosicchè, di un cd uscito oggi, sulle riviste specializzate, si parla nei prossimi cinque giorni, dopodichè cala il silenzio. Tutti ne scrivono insieme e tutti lo fanno subito. In virtù di quella esigenza di “stare sul pezzo” che, se è irrinunciabile qualora ci si occupi di cronaca, non lo è affatto quando ci si occupa di arte in genere (dalla musica al settore editoriale, dall'arte visiva alle programmazioni teatrali). In tal modo, un prodotto che ha richiesto mesi quando non anni di lavoro, “sfiorisce” in pochi giorni soppiantato da altre produzioni, destinate a fare la medesima fine. “Un'altra Music@”, ponendosi in alternativa rispetto alle dilaganti tempistiche dei lanci e della promozione discografica, non intende farsi risucchiare da questo vortice, che sta alla base del mancato consolidamento di tante produzioni discografiche, ma anche della mancata affermazione di artisti ai quali non viene più concesso il tempo di “crescere” e di entrare in sintonia con il pubblico. Il pubblicare una recensione settimane o mesi dopo l'uscita di un album, significa continuare a fare vivere quel prodotto, significa sottoporlo nuovamente all'attenzione di chi legge e di chi ascolta, recuperando le distrazioni di coloro che, fuorviati dalla frenesia delle uscite in tempo reale, si sono forse persi la possibilità di cogliere il senso di una canzone o il percorso artistico di un album. Una rivista che si occupa di musica non ha e non deve avere i tempi della cronaca. Né ha esigenze di primogenitura. Non importa se prima di noi a scrivere di quel cd sono state altre riviste. Importa la professionalità con la quale noi ci accostiamo a quel lavoro, l'attenzione che gli dedichiamo, il rispetto che portiamo a chi ci ha richiesto un parere. Oltre alla già espressa convinzione che non vi sia lavoro musicale o comunque artistico che possa esaurirsi in cinque giorni. Ed a costo di sembrare “passatista” a tale proposito mi piace ricordare che nel tempo dei vinili le canzoni di maggior successo del Festival di Sanremo occupavano le classifiche discografiche sino a maggio, per poi lasciare il posto ai brani di “Un disco per l'estate” che si contendevano i piazzamenti sino a ottobre. Altri tempi, certo. Tempi in cui la musica si ascoltava davvero ed il lavoro di un artista era un progetto al quale veniva concesso il tempo per esplicarsi e svilupparsi. Se ciò non accadeva i fattori avversi erano altri, non certo l'ansia di divorare tutto e subito.

G. Pe.

 

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