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Editoriale

E COSI' SANREMO HA... "SCARICATO" I NUOVI TALENTI

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Mi ero compiaciuto, nella passata edizione del Festival di Sanremo, per il fatto che il nuovo direttore artistico, Claudio Baglioni, avesse deciso di dare notevole risalto alle cosiddette “nuove proposte”, dando continuità ad una convinzione già manifestata da Carlo Conti e cioè, che la musica italiana ha bisogno di nuova linfa e non è affatto vero che a mancare sia la materia prima. In questi giorni però Baglioni, riconfermato alla guida del festivalone, pare abbia deciso un rimescolamento della carte, portando addirittura le “nuove proposte” fuori dalle serate sanremesi. In altri termini, se il progetto sarà confermato, si avrà una sorta di kermesse riservata agli emergenti dalla quale spunteranno due vincitori. E soltanto questi acquisiranno in tal modo il diritto di varcare la soglia del teatro Ariston e verranno inseriti nel cast delle cinque serate. Intanto, va detto che non si tratta di una novità. Sino ai primi anni ’70, aveva accesso al Festival di Sanremo un solo emergente, cioè il vincitore del Festival di Castrocaro. Un esempio eclatante fu quello di Gigliola Cinquetti che nel 1964 vinse a Castrocaro e pochi mesi dopo andò a vincere anche a Sanremo con “Non ho l’età”. Evidentemente altri tempi, altre situazioni, altre dinamiche nel mondo della canzone. Era l’epoca in cui, se un giovane cantante o una band non approdavano a Sanremo, avevano però molte altre opportunità: Canzonissima, Un disco per l’estate, il Cantagiro, la Caravella di Bari, la Gondola d’Oro di Venezia, il Festival delle Rose, il Festivalbar e via elencando. Tutte queste manifestazioni però, poco alla volta, hanno esaurito il loro corso, fatta eccezione per il festivalone sanremese. Che quindi dovrebbe sentire ancora di più la responsabilità di farsi carico di nuovi talenti, consentendo loro di avere un approccio con il grande pubblico televisivo. Ma è a questo punto che scattano svariate altre valutazioni che ci conducono nella jungla del business della canzone. Il mondo della discografia è in crisi nera da anni e pare che le “nuove proposte” non siano in grado di garantire ritorni economici significativi. Togliendo però spazio sul palcoscenico dell’Ariston ad altri artisti più affermati, che una manciata di dischi riescono ancora a piazzarla con un paio di apparizioni televisive. E poi, ci sono i talent, anche questi in caduta libera perché il pubblico sta cominciando a subodorare il giochino, che però sono affiliati alle grandi televisioni ed alle pochissime major discografiche rimaste, che in qualche modo si spartiscono il “bottino” e mollano la presa, dopo avere generato attese ed illusioni. E così, le migliaia di aspiranti cantanti e musicisti, tra i quali non mancano straordinarie personalità artistiche, a volerle e saperle cercare, rimarranno orfani anche di quell’ultimo legame televisivo che era rappresentato dalle “nuove proposte” sanremesi. Sia chiaro, non che il festivalone sia il top della canzone italiana, anzi, i big autentici, dopo averlo sfruttato, non ci sono più tornati se non in veste di superospiti  strapagati. Da molti anni ormai è una rassegna riservata, salvo rarissime eccezioni, ad artisti di seconda fascia o bisognosi di una spolverata televisiva. Le espressioni migliori vanno quasi sempre ricercate tra gli ospiti. Ma per le “nuove proposte” si trattava di una vetrina comunque importante, come lo può essere (ma non ve ne sono più) una qualunque passerella televisiva in una trasmissione di grande ascolto. Il privare gli artisti emergenti anche di quell’opportunità, significa non ritenere sufficientemente monetizzabile il dare una voce ed un volto ai più giovani. Il che è meschino. Oppure ritenere che di talenti in giro non ve ne siano più. Il che invece è triste, oltre che falso.

Giorgio Pezzana

 
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Ci sono concorsi riservati ad artisti emergenti, non importa quali, importa sapere che sono più d'uno, che come premio riservato al vincitore ci mettono borse di studio, talvolta anche di consistenza interessante, rendendo appetibile la partecipazione. Tralasciando quei concorsi che richiedono tasse di iscrizione più o meno importanti e che, solo per questo, dovrebbero essere evitati (non è onesto far pagare i sogni), ne rimangono altri i cui meccanismi sono spesso altrettanto discutibili.  Sto parlando di quei concorsi, dotati appunto di borse di studio, destinate alla partecipazione a corsi musicali presso centri, scuole, associazioni quasi sempre gestiti dallo stesso soggetto che è animatore o comunque figura di prino piano nell'organizzazione delle rassegne. Ciò che significa? Che i soldi delle borse di studio che escono dalla porta principale nel momento della gioiosa premiazione, sono quasi sempre destinati a rientrare dalla finestra, in momenti assai meno vistosi ed eclatanti. Come? Semplice. Se chi organizza la rassegna musicale o ne è figura di riferimento è per caso anche musicista-docente, o responsabile di scuole musicali, o figura di riferimento di centri che si occupano di musica, alla fine sarà anche colui che “recupererà” in parte o del tutto la somma stanziata per la borsa di studio destinata al vincitore e vincolata alla partecipazione a corsi di formazione musicale. Corsi gestiti da chi? Guarda caso proprio da chi organizza il festival o ne è figura di riferimento. Insomma, se ricevo mille euro che devo necessariamente utilizzare per partecipare a un corso di formazione e quel corso è in qualche modo gestito da una figura di riferimento del festival, io quei mille euro, nel volgere di pochi mesi, li restituirò a chi me li ha dati. Con qualche possibile variante: se colui al quale li restituirò è l'organizzatore della rassegna, non farà altro che recuperare la cifra stanziata (spesso messa a disposizione da pubbliche amministrazioni attraverso l'intricato sistema dei contributi destinati alla cultura e allo spettacolo); se si tratta invece di figura di riferimento, è probabile che quella somma venga ridistribuita in parti più o meno eguali tra chi organizza e chi fa da testimonial del concorso. Certo, i corsi promessi devono in qualche modo avere svolgimento e comportano qualche spesa. Però, immaginate con quale stato d'animo un artista, dico a caso, di Messina, può venire a trovarsi quando riceve una borsa di studio che lo vincola a prendere parte a corsi che si svolgono, faccio per dire, a Milano? E' il meccanismo in sé che non convince. E' soprattutto il fatto che dietro a certi “specchietti per le allodole” si muovono spesso dei professionisti che vivono di concorsi e rassegne, speculando sui sogni di tanti ragazzi o che mettono il marchio di una notorietà acquisita nel tempo (dietro congruo compenso) facendosi garanti di premi che alla fine gratificano solo loro stessi.

Giorgio Pezzana

“Ho sempre avuto il timore di essere protagonista, e il terrore addirittura di essere invadente; aggiungi anche la mia pigrizia. Quindi ho sempre considerato i rapporti con i media uno stress evitabile.” Leggendo questa frase verrebbe quasi spontaneo pensare che chi l’ha pronunciata non potrebbe mai far parte del mondo della musica o, per lo meno, non con successo. Eppure chi l’ha proferita è forse uno dei più immensi cantautori che la storia della musica italiana possa vantare di aver avuto. Fabrizio De Andrè è ammirato e conosciuto in tutta Europa. Certo anche Eros Ramazzotti lo è, ma Ramazzotti non ha apportato alcun cambiamento al pensiero di generazioni, non ha lasciato dietro di se nessun’eredità artistica, a differenza di De Andrè, che ancor oggi continua ad ispirare cantautori dal timbro grave e serio, poeti in equilibrio tra l’impegno politico e la bestemmia facile, carovane di folk band barricate nell’ormai familiare endecasillabo con rima baciata. Ma quindi, qual è la differenza tra un’opera e un prodotto? Un prodotto è qualcosa di cui si sente il bisogno e si desidera possedere, qualcosa che ci appare conquistabile, ed il goderne ci appaga. Il prodotto è qualcosa che si consuma avidamente, e solitamente in breve tempo. Un’opera è qualcosa che può lasciarci di stucco, può turbare o lasciare addirittura interdetti, può sorprendere e meravigliare. Ci appare ardua da afferrare, ma ci affascina e ci incanta terribilmente perché ciò che la distingue veramente da un semplice prodotto è che l’opera permane, resiste al tempo. Spesso mi è stata posta questa domanda: la musica è un’opera o un prodotto? La mia risposta è sempre la stessa: ci sono musicisti artisti e musicisti intrattenitori. Queste due distinzioni esistono da sempre e sempre ci saranno. Oggi però è molto più frequente e facile confondersi. E’ in atto una macchinazione di camuffamento, in cui spesso i più distratti inciampano. Così come stiamo lasciando che i cinesi contraffacciano le nostre tradizioni artigianali, con un’iperproduzione di massa e di bassa qualità, regalandoci l’illusione di poterci permettere tutto e a poco, anche l’industria musicale è passata agli armamenti e noi, come in tutte le guerre invisibili, siamo testimoni e protagonisti occulti. Stiamo lasciando che il prestigiatore faccia apparire il trucco una magia. Cosa credete che siano i talent show, se non una grande macchina che produce intrattenimento e intrattenitori? Anche tu, critico musicale, giornalista, A&R di una casa discografica, che il sabato sera ti tira il culo ad andare ad ascoltare un nuovo gruppo o una cantautrice che ti ha scritto decine di volte e a cui non hai mai risposto, anche tu sei complice di questo declino. La risposta alla crisi del mercato musicale, le grandi Major l’hanno trovata nei talent show, dove si guadagnano cifre da capogiro sulle edizioni di celebri canzoni, di cui detengono i diritti editoriali, che fanno interpretare, in prima serata tv, ai ragazzi che sognano di diventare  grandi “artisti”. Una fabbrica d’illusioni e aspettative costruite sulle grandi difficoltà che oggi si devono affrontare per guadagnarsi una nicchia di pubblico, un esercito di ragazzi che cantano e ballano divinamente ma incapaci di scrivere un testo o di produrre una coreografia, e professionisti  del pianto facile e senza pudore di fronte a telecamere in diretta tv ma totalmente ignari di cosa siano lacrime e gioie della vita di un musicista, di un tour in un furgone del ‘89, della gavetta sui palchi veri, della gestione di un pubblico che ti ascolta cantare per la prima volta, da conquistare e sempre pronto a giudicare. E poi ci sono le nostre colpe: vogliamo essere famosi senza soffrire, vogliamo essere ricchi senza lavorare, vogliamo lavorare senza rischiare, vogliamo andare via senza rinunciare a quello che abbiamo. Sì, la musica è un prodotto e noi siamo i suoi consumatori, ma esiste anche un’altra faccia della medaglia e dipende sempre e solo da noi capire da che parte stare. Tutto ha un prezzo. E per concludere, cito la frase di una donna, una cantautrice, una rocker italiana che ha fatto sempre scelte coraggiose, guadagnandosi la stima e il successo più bello che un’artista possa desiderare, perché saper “scegliere” oggi, è l’unica vera forma di rivoluzione, ma ricordiamoci che “Ad ogni rinuncia corrisponde sempre una contropartita”.

Marzia Stano aka Una

 

Riceviamo:

Trovo l'editoriale di Marzia Stano (Una) drammaticamente vero. La musica italiana ruota tutta vorticosamente intorno a bravissime/i cantanti che però non dicono mai nulla al di fuori di parole altrui e comunque, centrate su una idea stereotipata di amore. Ed anche quando vi è qualche timido accenno ad amori diversi mai, se non nel caso di Marzia, si coglie l'intima ed irrinunciabile connessione tra i vissuti personali, le storie individuali ed i contesti sociali o politici in cui quelle storie albergano. Calare una storia di amore in un costesto come quello di Taranto e della devastazione che l'Ilva ha prodotto e continua a produrre in quella città è esattamente quello che cantautori degni di questo nome hanno fatto. da De Andrè a Piero Ciampi. Persino Celentano e' riuscito a fare questa opera di fusione ed a cogliere le connessioni tra il vivere individuale e quello colletivo, tra denuncia e nostalgia, tra rimpianto e speranza. tra humor e tristezza. Ma come si fa concretamente ad aiutare questi nuovi talenti coraggiosi ad emergere sul serio? Forse potenziando e rendendo grandi i festival della canzone d'autore come Giorgio Pezzana ed il suo coraggioso team fa a Biella. Occorre potenziare questo sforzo procurandosi però quegli appoggi e quegli aiuti concreti che ne farebbero eventi importanti e rappresentativi come purtroppo ancora oggi sono Sanremo ed i terribili talent. Non credete?”

Lucia Laterza

Nel maggio del 1970, cioè 45 anni or sono, nei primi dieci posti della hit parade italiana, figuravano tra gli altri “La prima cosa bella” cantata da Nicola di Bari e “Eternità” portata al successo dai Camaleonti. Entrambe canzoni che erano state presentate all'edizione del Festival di San Remo dello stesso anno, svoltosi tra il 26 ed il 28 febbraio, al Casinò della città dei fiori. Nell'aprile di quest'anno, la classifica discografica riservata ai singoli, equiparabili in qualche modo ai vecchi 45 giri, già non presentava più, se non in posizioni assolutamente irrilevanti, nessuno dei brani presentati in gara a Sanremo solo tre mesi prima. E' l'eloquente fotografia di una situazione che evidentemente va al di là della semplicistica affermazione di chi sostiene che i tempi sono cambiati. Nel 1970 o comunque in quegli anni, prima del Festival di Sanremo, l'altro grande evento televisivo era “Canzonissima” e con l'inizio della primavera, cioè poco dopo la conclusione del festivalone, partiva “Un disco per l'estate”. Tre grossi supermercati televisivi per la discografia, di fatto uno dopo l'altro, dai quali emergevano sistematicamente successi dalle 250mila copie vendute in su. Oggi, secondo quando asserito dalla Fimi, l'organo che promuove e tutela l'attività dell'industria discografica, per quel che riguarda i singoli, il “disco d'oro”, cioè il primo riconoscimento per numero di copie vendute, lo si ottiene a quota 15mila mentre, per quel che riguarda gli album, è necessario venderne 25mila. Si tratta di numeri che 45 anni or sono avrebbero decretato l'assoluto fallimento di un progetto e, quasi sicuramente, il mancato rinnovo contrattuale da parte della casa discografica nei confronti dell'artista, che sarebbe probabilmente stato indotto a fare altro. Indubbiamente l'affermarsi dell'era digitale, dei social network, di internet, hanno contribuito in modo significativo a sconvolgere il mercato discografico in Italia e nel mondo. Come, indubbiamente, ad inquinare lo stesso mercato, è innegabile che sia un'iperproduzione di cd come mai in passato si era visto. Ma neppure questo basta a giustificare un crollo verticale di vendite discografiche senza precedenti. In Italia, fatta eccezione per i soliti nomi, per i quali bastano le dita delle due mani, per tutti gli altri protagonisti del mondo della musica, per sopravvivere, i proventi delle vendite discografiche e dei diritti d'autore non sono assolutamente più sufficienti. Occorrono le serate, molte serate. Al termine delle quali, personaggi anche di ragguardevole notorietà, vendono i loro dischi al pubblico su banchetti improvvisati all'ingresso dei locali. “Per arrotondare”, dicono alcuni. Un po' come fanno quelli che si cercano un secondo lavoro per potersi permettere qualcosa in più o, semplicemente, per poter arrivare alla fine del mese. Ma di occasioni per esibirsi ve ne sono sempre meno. Le piazze estive, un tempo sedi di innumnerevoli eventi, sono sempre più deserte. I Comuni non hanno più risorse per le spese primarie, talvolta neppure per l'emergenza. Ovvio che vengano meno spazi e opportunità dedicati all'evasione. E se pensiamo che dagli Stati Uniti giungono segnalazioni secondo le quali, per la prima volta, il numero di brani “scaricati” legalmente da internet ha superato quello dei cd venduti nei supermercati, appare evidente che ci troviamo al cospetto di una rivoluzione senza precedenti nel mondo della musica. Con la prospettiva che l'era dei computer comprometta anche la tracciabilità dei brani, poiché lo “scarico” della canzone non fornisce altre informazioni al di fuori del titolo del brano stesso e il nome del suo interprete. Precludendo quindi l'archiviazione, con il semplice acquisto del brano, che una volta queste informazioni le recava in copertina, di quei dati che dovrebbero rappresentare la storia della musica. A meno che ci si voglia dedicare a pazienti ricerche alle quali le nuove generazioni non sembrano troppo avvezze. Insomma, si naviga a vista, in attesa di capire dove si sta andando. Con una sola certezza: la musica potrà soffrire e sta tuttora soffrendo, ma non morirà mai.

Giorgio Pezzana

“Educazione al Suono e alla Musica” : così recitano i Programmi dell' Istruzione Primaria. Io lo so bene, poiché da molti e molti anni mi interfaccio con l' universo Scuola di Base. Ecco, di questo si dovrebbe scrivere : delle “basi” della Musica. Le note? La teoria? La tecnica? No di certo, siamo già oltre il presupposto basilare. Non entrerò in ambiti legislativi, né didattici, né riassumerò gli articoli sempre presenti periodicamente nei quotidiani o mensili di scienza o attualità, su quanto e come lo studio della musica o di uno strumento sviluppi intelligenza, coordinazione, capacità di analisi e sintesi. Non lo farò. Perché ancor prima di tutto questo c'è un aspetto più educativo, più bello, più misterioso, ancor più funzionale e propedeutico degli altri, allo sviluppo dell' intelligenza pratica ed emotiva di un individuo, che sempre Musica è, ma in modo ancor più speciale. Il Silenzio. Ecco come dovrebbe mutare la dicitura del programma formativo per le nostre giovani menti e i nostri giovani cuori : “Educazione al Silenzio”. Nessun Ascolto è possibile, se non si è dato prima spazio al Silenzio. E il saper stare in silenzio, non è purtroppo un' abilità propria della maggior parte degli individui. Un ragazzino che impara a stare in silenzio, impara necessariamente ad ascoltare. E chi sa ascoltare, valuta, discrimina, interiorizza, apprende, per via diretta e naturale. Peccato : sembra invece che il mondo viaggi nella direzione opposta. Ci si parla tutti addosso, la maggior parte delle volte senza neppure avere dei contenuti interessanti o di pregio da comunicare. Voce a manetta, a surclassare ogni altra fonte sonora, non essendo in grado spesso di ascoltare né gli altri né sé stessi.Chi tace spaventa. E' pericoloso. Perché nel silenzio si pensa, si ragiona e si ascolta. Quindi, meglio non prodigarsi troppo in siffatta educazione. Non vorremo mica troppe teste sensibili e pensanti in giro?!? Il silenzio è il delicato concerto di suoni che non si possono udire in prima istanza con le orecchie, vibrazioni pure delle corde dei sensi e dello spirito. Per questo occorre restarvi : per ascoltare e intendere. Nel Silenzio sbocciano fantasia, immaginazione, ispirazione, istruzione, apprendimento, abilità. Il Silenzio fa affiorare e riaffiorare, fiorire e rifiorire, rigenera, rinfresca come un temporale nel cuore di una caldissima estate. Regala godimento fisico e mentale. Nella prima mia lezione di pianoforte in Conservatorio il mio Maestro mi disse “ Ricorda, le pause sono ancor più importanti delle note stesse ”. Io lo cerco, lo sogno, lo bramo, lo chiedo, quando non ce l'ho. Lo afferro, lo stringo, lo accarezzo, lo sbrano, lo regalo, quando ce l'ho finalmente. Lo insegno. Quantomeno ci provo. Qualcuno non sopporta il silenzio, non comprende l' esigenza o il piacere dell' assenza di suono e rumore. Senza iPod, c'è chi perderebbe davvero il controllo. Certo perché se ti svegli al mattino e, senza radio o tv, ti fermi un attimo a pensare alla giornata che ti aspetta, il lavoro, i figli o il cane, la fidanzata o la moglie, il compagno o il marito, gli incastri, il traffico, il finchè morte non ci separi … come sopravvivi?!? Semplice : con due auricolari sparati nei timpani.Mia figlia ci ha messo...quanto ci ha messo per imparare a parlare? Un anno, un anno e mezzo? E ora per imparare a tacere, quanto ci dobbiamo mettere, noi tutti? Bisogna insegnare a stare in silenzio, quando serve, quando ci sta, quando ogni altra cosa è superflua. Perché dai silenzi si impara, nel silenzio si osserva, con il silenzio si conosce. Le cose che io più mi ricordo, quelle che più mi hanno segnato, non sono le parole o i fatti, ma gli spazi e i tempi intercorsi tra una parola e un' altra, tra un accadimento e un altro. Tutto nella vita ha un suo ritmo e sono le pause e i silenzi a scandirne il divenire. E quando avremo imparato e insegnato a chiudere la bocca e ad aprire le orecchie, allora e solo allora, si tornerà ad apprezzare la Musica, ad ascoltarla con coscienza, a scriverla con consapevolezza,  a darle il giusto spazio, a restituirle la doverosa considerazione.

Mariangela Di Michele (Marydim)

Mi è stato chiesto di esporre il mio punto di vista sulla scena musicale indipendente italiana in qualità di autore, compositore e arrangiatore. Una posizione che trovo lusinghiera sebbene abbastanza scomoda, vista la lateralità del mio progetto. Preferisco quindi parlare del mio ideale di "canzone", che già di per sè è un punto di vista schierato. Per un buon brano, innanzitutto, credo si debba sudare tanto e avere il coraggio di essere spietati con sè stessi. La geometria della lingua inglese, i rimbalzi sensuali e aggressivi nelle consonanti, la sua fluidità, hanno per forza di cose creato archetipi di riferimento inconsci in chiunque si cimenti con la musica "leggera" in lingua madre. La lingua italiana, nonostante la sua ricchezza di rimandi, di vocaboli e di giochi di parole, è schiava delle vocali che addolciscono anche la parola più aggressiva e moderna, se non ben utilizzata. Sui tappeti sonori dell'immaginario anglosassone o black (blues, rock, funky, electro, jazz, ecc...), il contrasto, il confronto con la nostra lingua è spesso impietoso. Ed è giusto che lo sia. Perché stiamo tentando, inutile nascondercelo, una forzatura stilistica. Questa forzatura, se non la si porta fino in fondo, se ci si accontenta della prima rima, o se si cerca di comprimere parole o frasi troppo lunghe in geometrie brevi, genera banalità o fastidio, o peggio ancora, trattati supponenti, pseudo intellettuali cacciati dentro a viva forza su strutture che non li contengono. L'unico modo per vincere la sfida è lottare con ogni singola sillaba, assonanza, articolo, consonante, possibilmente rispettando l'Italiano scritto e il messaggio generale del brano, che deve sempre emergere originale. Un lavoro di dettaglio, ma anche di regia complessiva. Questo tipo di scrittura, veicolato dalla scorrevolezza obbligatoria che richiede la musica "leggera", rende l'impresa davvero ardua, ma una volta scalata la vetta, si vedrà la differenza. La si vedrà negli anni. Una canzone cesellata con cura e sacrificio durerà nel tempo. Spesso, però, quando ci si riesce (e questo è un fenomeno tutto italiano), si tende a vestirla di un accompagnamento musicale ai limiti del superficiale, in virtù del fatto che il testo deve spiccare indisturbato. Io sono fermamente contrario a questa scorciatoia, anche di molte band indie-saccenti, di barbuti filosofi in acustico, o paladini del reading, che spacciano per "alternativa" una musica clonata pari pari dal caro vecchio rock elementare (che non si sbaglia mai...), in tutte le sue declinazioni e cliche. Quello che non trovo nella buona musica italiana, insomma, è la pari complessità e dignità musicale, negli accordi, negli arrangiamenti e nella ricerca sonora. Questa è a mio avviso la grande differenza con molte produzioni internazionali. Non mi riferisco alla complessità nell'esecuzione: di virtuosismo e tecnica ce n'è fin troppa, spesso a discapito di gusto e idee. In mancanza di soluzioni nuove, oggi, si delega all'arrangiamento "vintage" anni '60-'70'-80' l'illusione di una dimensione originale e internazionale. Quasi nessuno accetta la sfida di rendere stratificata una canzone ad entrambi i livelli, tra poesia, bella scrittura, ricerca sonora, armonie e sound. Uno dei limiti della scena alternativa italiana, credo, sia stato quello di nascondersi troppo dietro un minimalismo di facciata, spacciato per sintesi voluta, laddove magari scarseggiavano le idee. Ecco, credo che oggi essere coraggiosi in Italia, in musica e in ogni altro campo, voglia dire saper affrontare di nuovo la cultura della complessità, senza paura di annoiare, e una buona volta fare la pace con l'elettronica, ad esempio, unica vera fonte "alternativa" e rinnovabile di suono, ingrediente base di ogni vero passo in avanti, da almeno vent'anni.
Alessandro Zannier (Ottodix)

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Il Commento

ECCO I MOTIVI DELLE RECENSIONI SENZA FRETTA

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Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto per quale ragione le recensioni degli album su “Un'altra Music@” compaiano sistematicamente a distanza di qualche settimana, se non di qualche mese, dalla loro pubblicazione. Si tratta di una scelta o di un'esigenza dettata dalle ridotte dimensioni della nostra redazione e degli spazi sul magazine? Fermo restando che in redazione siamo in pochissimi e ci siamo imposti di ascoltare sempre tutto ciò che finisce sulle nostre scrivanie (contrariamente a quanto fanno altri che si limitano a fare il copia/incolla di quanto inviano le agenzie di stampa), il che richiede tempo, molto tempo, è anche una scelta dettata da una riflessione più ampia. Da quando le nuove tecnologie hanno di fatto ridotto ai minimi termini il mercato discografico, abbiamo assistito al trionfo dell'usa e getta che tutto divora e tutto azzera. Cosicchè, di un cd uscito oggi, sulle riviste specializzate, si parla nei prossimi cinque giorni, dopodichè cala il silenzio. Tutti ne scrivono insieme e tutti lo fanno subito. In virtù di quella esigenza di “stare sul pezzo” che, se è irrinunciabile qualora ci si occupi di cronaca, non lo è affatto quando ci si occupa di arte in genere (dalla musica al settore editoriale, dall'arte visiva alle programmazioni teatrali). In tal modo, un prodotto che ha richiesto mesi quando non anni di lavoro, “sfiorisce” in pochi giorni soppiantato da altre produzioni, destinate a fare la medesima fine. “Un'altra Music@”, ponendosi in alternativa rispetto alle dilaganti tempistiche dei lanci e della promozione discografica, non intende farsi risucchiare da questo vortice, che sta alla base del mancato consolidamento di tante produzioni discografiche, ma anche della mancata affermazione di artisti ai quali non viene più concesso il tempo di “crescere” e di entrare in sintonia con il pubblico. Il pubblicare una recensione settimane o mesi dopo l'uscita di un album, significa continuare a fare vivere quel prodotto, significa sottoporlo nuovamente all'attenzione di chi legge e di chi ascolta, recuperando le distrazioni di coloro che, fuorviati dalla frenesia delle uscite in tempo reale, si sono forse persi la possibilità di cogliere il senso di una canzone o il percorso artistico di un album. Una rivista che si occupa di musica non ha e non deve avere i tempi della cronaca. Né ha esigenze di primogenitura. Non importa se prima di noi a scrivere di quel cd sono state altre riviste. Importa la professionalità con la quale noi ci accostiamo a quel lavoro, l'attenzione che gli dedichiamo, il rispetto che portiamo a chi ci ha richiesto un parere. Oltre alla già espressa convinzione che non vi sia lavoro musicale o comunque artistico che possa esaurirsi in cinque giorni. Ed a costo di sembrare “passatista” a tale proposito mi piace ricordare che nel tempo dei vinili le canzoni di maggior successo del Festival di Sanremo occupavano le classifiche discografiche sino a maggio, per poi lasciare il posto ai brani di “Un disco per l'estate” che si contendevano i piazzamenti sino a ottobre. Altri tempi, certo. Tempi in cui la musica si ascoltava davvero ed il lavoro di un artista era un progetto al quale veniva concesso il tempo per esplicarsi e svilupparsi. Se ciò non accadeva i fattori avversi erano altri, non certo l'ansia di divorare tutto e subito.

G. Pe.

 

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