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Editoriale

MA A SANREMO ADESSO CI VANNO PER GIOCARE

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Leggo e rileggo l'elenco dei 20 “big” della prossima edizione del Festival di Sanremo, quest'anno affidato alla direzione artistica di Claudio Baglioni, e ad ogni lettura mi convinco sempre più che lo spirito di quella manifestazione dalla gravità della rianimazione è passato ad una sorta di coma irreversibile. Ormai siamo al senso ludico assoluto. Non che in passato fossero sempre credibili le graduatorie di vincitori e vinti. Ma un clima di sana rivalità, per le ragioni più svariate, lo si respirava con una certa frequenza. O perchè ad alimentarlo erano antipatie e rancori personali tra gli artisti, oppure per una questione di contrapposizione di generi e di scuole d pensiero (il melodico contro il rock'n'roll dei primi anni Sessanta, la borghesia dei paludamenti del festival contrapposta alle contestazioni sessantottine che si consumavano nelle piazze...). Più nulla. Oggi la sensazione è che la maggior parte degli artisti in gara sia lì per giocare, approfittando della prima serata Rai, per dare una spolverata a carriere un po' in declino o per misurarsi su di un terreno diverso e lontano dai loro abituali. Gli ex Pooh Roby Facchinetti e Riccardo Fogli che duellano con l'altro ex Pooh Red Canzian, sa di una sfida a bocce tra vecchi frequentatori del circolo Arci, la riapparizione di Luca Barbarossa odora di favori tra romani veri (Baglioni e lo stesso Barbarossa appunto), la presenza di Ornella Vanoni affiancata da Bungaro e Pacifico, sa più di celebrazione di una vecchia gloria della canzone italiana, che non di una muscolare partecipazione ad una gara con relativo obiettivo di vittoria finale. Ed altrettanto si potrebbe dire della presenza di Ron, che ha tutta l'aria di uno che ha voglia di farsi un giro nostalgico laddove cominciò a bazzicare, con un certo successo, sin da quando era un adolescente. Enrico Ruggeri poi, non si presenta neppure in prima persona, ma con i Decibel, cioè la formazione della sua giovinezza, quasi a voler ricercare la dimensione che fu. Che dire poi di Nina Zilli ed ancor più di Mario Biondi? La prima è una cantante straordinaria, ma di una raffinatezza che va ben al di là della dimensione nazional-popolare di un festival come quello di Sanremo, ove ha partecipato e non una volta soltanto, passando pressochè inosservata (deve alla rassegna solo gli apprezzamenti ottenuti, successivamente, in ambiti non festivalieri). Biondi è invece assolutamente fuori dal suo ambiente e Dio sa chi lo ha convinto a partecipare alla gara dell'Ariston (per certi aspetti ricorda la partecipazione di Gualazzi, anche lui prestato dal jazz al mercatone di Sanremo). Enzo Avitabile e Beppe Servillo sono altri due grandi professionisti della canzone italiana, la cui popolarità però si è ultimamente un po' appannata ed in tal senso la partecipazione al festivalone potrebbe rappresentare un'occasione di rilancio. Max Gazzè lo avremmo immaginato più facilmente al fianco di Levante, con la quale la scorsa estate aveva portato al successo “Pezzo di me”, autentico tormentone balneare. Tralasciando la solita partecipazione di Elio e le Storie Tese, che come Renzi quando disse che si sarebbe ritirato dalla politica se avesse perso il referendum, allo stesso modo hanno annunciato il loro scioglimento un mese fa, salvo poi riemergere su di un palco che di fatto hanno sempre irriso, quel che rimane non sono “big”. The Kolors, Diodato e Roy Paci, Lo Stato Sociale, Giovanni Caccamo, Renzo Rubino, Noemi, Ermal Meta, Fabrizio Moro, Le Vibrazioni e Mudimbi non sono “big” poiché, se li considerassimo tali, come dovremmo definire Vasco, Zucchero, Mina, Celentano. De Andrè.......? Eccoci dunque in prossimità di un festival che sa di luna park, tra pacche sulle spalle, incontri tra vecchi amici, ritorni e celebrazioni. Potrebbe essere un buon festival. Ma non è, e forse non sarà mai più, “quel” festival.

Giorgio Pezzana

 
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“Amici, eroi, raiser, gente da festival! Il Coachellamare (Cellamare Music Festival) rischia di non diventare mai realtà. Certo, il risultato ottenuto fino ad ora è grandioso. Circa 10mila euro raccolti da oltre 500 raiser. Ma non bastano per il progetto ambizioso che abbiamo avuto sempre bene in mente. Se entro sabato non raggiungeremo i 25mila tutti voi riceverete i soldi indietro, in automatico...». Questo è quanto si legge sul sito della manifestazione. E che impone una riflessione. Di questi tempi mettere insieme del denaro è sempre più difficile. I referenti di sempre (Regioni, Province, Comuni...) sono all'asciutto o dicono di esserlo. Banche e Fondazioni bancarie, da alcuni anni stanno costruendo veri e propri percorsi minati sulla modulistica per la richiesta di contributi. Basta una svista, un nonnulla e il contributo salta. Basta non rientrare nei parametri, che spesso sono fumosi e poco esaustivi e si rimane all'asciutto. E poi ci sono quelli che sostengono che le realtà che vogliono dare vita a manifestazioni culturali (sempre che la musica sia ancora considerata un'espressione culturale) dovrebbero pagarsele e con questa convinzione spingono nella direzione della cultura d'impresa. Cioè, partita Iva sempre, rischio totale a carico di chi organizza, contributi zero, sostegno morale poco e svogliato. Ma se la cultura d'impresa ha senso laddove esistono i grandi enti lirici (che fanno acqua da anni e che comunque di contributi ne ricevono) o le grandi stagioni teatrali, assolutamente diverso è il discorso che accompagna le manifestazioni musicali di area indipendente. Qui gli affanni sono molti, le aspettative poche, le certezze nessuna. Si naviga quasi sempre a vista e ultimamente si naviga male. Ma, come sempre, il buon senso dovrebbe essere alla fine patrimonio di tutti. Comprendo gli amici di Cellamare Music Festival che pensano ad una kermesse con 44 band in scena, luci, colori, ricchi premi e cotillon. Però, ragazzi, diamoci una calmata! Per anni sono state allestite manifestazioni, spesso di dubbia utilità, con budget sovradimensionati. Per anni sono state finanziate a piè di lista iniziative che hanno dilapidato somme non necessarie, per ritrovarci ora a casse vuote. Ricominciamo con i piccoli passi, ridimensionando le pretese di tutti. La musica è arte ed anche, per alcuni, lavoro. L'arte va rispettata ed il lavoro va pagato. Però, se non vogliamo andare a fondo del tutto, ridimensioniamo pretese ed aspettative. Un festival, una rassegna musicale, nel mondo degli indipendenti, si possono fare anche con qualche migliaio di euro. Ci si viene incontro, tutti rinunciano a qualcosa, ma alla fine tutti avranno il loro spazio. Il successo non nasce per forza dall'ostentazione di kermesse roboanti, ma soprattutto dalla qualità di ciò che si va a proporre. E la qualità scaturisce dal talento, non dal budget. Vi sono supporti necessari ed irrinunciabili (buoni impianti in scena, un buon ufficio stampa), ma alla fine la differenza la fanno sempre gli artisti e le loro canzoni. Non vale la pena insistere con la presentazione di bilanci improbabili e con la speranza che vengano finanziati, spesso con qualche leggerezza, come avveniva un tempo. Se non è ancora abbastanza chiara l'antifona, qui cercano di chiudere i rubinetti di tutto ciò che non è sopravvivenza. E il tentare di strappare contributi troppo impegnativi, talvolta con il sostegno di appartenenze politiche disinvolte, significa solo soffocare altre iniziative, andando ad impoverire un patrimonio collettivo già molto in sofferenza. Si può fare ancora molto per la musica indipendente, ma con oculatezza, con cautela, con moderazione e, soprattutto, con onestà intellettuale e consapevolezza dei tempi che viviamo. Se non vogliamo arrenderci completamente al perverso sistema dei talent.

Giorgio Pezzana

Siamo una testata online che si occupa di musica indipendente. E non possiamo nascondere che all'ultimo Festival di Sanremo, a causa di un pasticcio tecnico la cui natura non è ancora stata accertata, la rassegna si è giocata la migliore delle otto “nuove proposte” che erano approdate sul palcoscenico dell'Ariston. Stiamo parlando di Miele, la giovane siciliana presentata dall'etichetta indipendente Maciste Dischi, “scippata” della finale dopo che era stato annunciato il suo passaggio alla serata di sabato in diretta. Polemiche, proteste, regolamenti alla mano, deroghe ipotizzate e non concesse. Insomma, alla fine Miele ha dovuto accettare il “risarcimento” di esibirsi come ospite fuori concorso alla serata di sabato. Non male in quanto a visibilità, ma non sapremo mai se, senza quell'intoppo, avrebbe vinto la gara delle “nuove proposte” dando alla sua carriera artistica una svolta diversa. Di una cosa siamo certi, la sua canzone e la sua interpretazione erano una spanna più in alto delle altre sette proposte giovani del festivalone. Detto questo, la vittoria degli Stadio ci sta tutta perchè la loro era semplicemente la canzone migliore e faceva il paio con quella di Patty Pravo, che infatti si è aggiudicata il premio della critica assegnato dalla sala stampa del teatro Ariston, in memoria di Mia Martini. Giusto l'inabissamento al dodicesimo posto di Elio e le Storie Tese perchè se la provocazione, per quanto sciocca e inutile nell'ambito di quella manifestazione alla quale il gruppo stesso deve la sua notorietà, può risultare divertente una tantum, non deve però diventare un pretesto irridente ed irriverente a cadenza quasi annuale nei confronti di una manifestazione che ha conunque 66 anni di storia alle spalle. Un peccato invece il penultimo posto di Dolcenera che si è eibita con grinta e determinazione ed anche per l'ultimo posto di Irene Fornaciari che con la sua “Blu” ha portato al festival un brano indubbiamente difficile, ma intenso e denso di attualità. Capitolo a parte per Clementino e Rocco Hunt. Quest'ultimo c'è stato chi lo avrebbe voluto vincitore. Ora, al di là del momento fortunato del rap, pensare ad una vittoria di Hunt a Sanremo sarebbe come se vent'anni fa qualcuno avesse potuto pensare alla vittoria dei Pitura Freska solo perchè in quel periodo andava di moda lo ska. Un conto è la dimensione radiofonica, con i suoi target ed i propri obiettivi, altro è il Festival di Sanremo che incontra un pubblico assolutamente eterogeneo, che include una fascia non trascurabile di giovani (ma non di giovanissimi) e che si avvale di un sistema di votazione articolato e complesso, evidentemente assai distante dall'immediatezza di quella tipologia di pubblico al quale guardano i rapper. Ultima annotazione, ma non ultima per importanza. Quest'anno il Festival di Sanremo è riuscito (a fatica) a lasciare fuori dall'uscio la politica e gli ascolti sono stati i migliori degli ultimi undici anni. Sarà un caso? Si è ascoltata davvero tanta musica, come non accadeva da tempo e si sono vissuti momenti straordinari, come quello dell'esibizione di Ezio Bosso. Si è visto qualche nastrino colorato, flebile simbolo di una solidarietà neppure da tutti percepita, ma come ha sottolineato Carlo Conti in occasione dell'ultima conferenza stampa, chi in qualche modo ha ostentato quel simbolo lo ha fatto a titolo personale, senza in alcun modo coinvolgere il Festival come tale. Giusto così. Una rassegna musicale, anzi, la più importante rassegna musicale italiana, non può diventare strumento di propaganda. Lo è stato in passato, in più di una circostanza, spesso sull'onda delle spinte di parte della sala stampa, quella parte che le canzoni non le ha mai ascoltate, a meno che non fossero in qualche modo strumentalizzabili per fini ideologici. C'è da sperare che questo vento sia passato e che ogni cosa torni a collocarsi nel proprio giusto alveo. E che la musica non rinunci più a sè stessa, proprio a cominciare da Sanremo.

Giorgio Pezzana

Il Festival di Sanremo ha mille difetti. Li ha da anni, non è una novità. Il primo e forse il più grave, è quello di non riuscire più ad essere rappresentativo di ciò che è o è diventata la musica in Italia. Potrebbe porvi rimedio? Certamente si. Rinunciando però a quei circuiti che sulla musica ci speculano e ci fondano il loro potere. Quindi sbaraccando tutto, compresa la convenzione con il Comune di Sanremo che sulla manifestazione regola i suoi rapporti con albergatori e fiorai della cittadina ligure? Certamente no. Il Festival di Sanremo è un'eccellenza italiana da 66 anni. Prima esportava musica. Ora ne importa forse troppa, anche se quest'anno la presenza di molti artisti italiani tra gli ospiti, fa pensare ad un ravvedimento, che probabilmente la crisi ha reso una necessità più che una scelta. Il Festival di Sanremo è una messa cantata per questo Paese e mi fanno sorridere gli ipocriti, gli snob, gli eccentrici che si aggirano al lavoro e tra gli amici ripetendo “....io il Festival di Sanremo non lo guardo mai...ma per caso mi è capitato di fare zapping e...”. In Italia il Festival di Sanremo lo guardano 11 milioni di spettatori (che salgono ulteriormente nella serata finale), il che rappresenta uno share del 49,7 per cento e, tradotto in dati statistici più leggibili, vuole dire che un italiano su due lo segue. Il vezzo del declamare ad alta voce “io non lo guardo mai”, mi ricorda i tempi in cui c'era chi giurava “...votare la Dc? Io? Mai e poi mai!...”, poi si andava alle urne ed il partito dello scudocrociato prendeva il 38 per cento dei consensi. Quando intrapresi l'avventura di questa rivista, dissi e scrissi che non avremmo parlato del Festival di Sanremo. Fu una stoltaggine perchè il Festival di Sanremo, anche per gli artisti del mondo indipendente, rappresenta una meta, un punto di arrivo, per alcuni un sogno. Non nascondiamocelo. Forse per molti non è amore, ma solo quel mezzo che consentirebbe di raggiungere una vasta notorietà, raccogliendo in tre minuti un pubblico che neppure anni e anni di serate live nei pub di tutt'Italia potrebbero portare. La televisione, lo ricordava simpaticamente anche Enzo Jannacci “...la ga la forsa d'un leun...”. Ed è vero. Anche se poi, senza un percorso artistico illuminato dalla buona sorte (ce ne vuole e ce ne vuole tanta) per un giovane emergente, un'esibizione sotto il fuoco d'artificio dei flash e dei riflettori del teatro Ariston, solo tre giorni dopo potrebbe risultare una sorta di sogno ad occhi aperti sempre più distante dalla realtà. Ma si tratta pur sempre di un'opportunità. E per questo dico che il Festival di Sanremo, per dare voce davvero alle potenzialità musicali italiane, dovrebbe sondare il mondo della musica indipendente, quella vera, non quella che cresce all'ombra delle Accademie o dei Cet e, men che meno, quella che viene alimentata dal mondo di cartone dei talent show. Ci sono rassegne e festival di settore che hanno alle spalle esperienze di decenni, organizzatori di queste manifestazioni che hanno visto passare davanti ai loro occhi talenti veri, chiedendosi perchè mai, quando si arriva alla presentazione dei nomi delle “nuove proposte” del festivalone, quei talenti non ci sono. E spesso al loro posto troneggia incontrastata la mediocrità. Da qui potrebbe iniziare la ricostruzione del festival più amato dagli italiani. Senza rinunciare alla nostra storia ed ai personaggi che l'hanno fatta, perchè certe ironie sugli anni di carriera di Patty Pravo o sull'età pensionabile dei Pooh appartengono al più becero pressapochismo. Quella è gente (oviamente non solo loro) che con le proprie canzoni ha scandito i migliori anni della nostra vita. L'obiettivo semmai dovrebbe essere quello di trovare altre Patty Pravo ed altri Pooh capaci di lasciare un'analoga traccia del loro passaggio tra le generazioni più giovani. Senza dimenticare mai chi questo percorso ha saputo compierlo.

Giorgio Pezzana

Un anno fa è uscito il mio album “Il profumo di un’era”. E a distanza di un anno, tratto da quello, ho pubblicato un nuovo singolo. E qualcuno si è sorpreso. Ma come? Dopo un anno dall’uscita dell’album, ancora un singolo tratto dallo stesso cd? Ebbene si, perché, io credo, ci stiamo sempre più pericolosamente allontanando dal concetto di musica intesa come arte. La musica è sempre più considerata un prodotto, una merce. Qualcuno dirà, è ovvio. Per  niente! Può essere ovvio se parliamo di musica prodotta dalle major discografiche, le quali hanno un determinato budget a disposizione, tempi limitati di produzione (e questo perché nel mercato si corre), e tempi limitati di promozione. E badate bene: la loro promozione è breve perché passa da canali ufficiali nazionali radio, tv e stampa. Dopo pochi mesi (che nel loro caso bastano perché certa musica è trasmessa per contratti editoriali nelle radio cento volte al giorno fino a lobotomizzare l'ascoltatore), avanti il prossimo, non si può perdere tempo, l'obiettivo è fatturare. Ci sta, sono delle industrie. E fortunatamente, ogni tanto, ogni mezzo secolo, esce anche qualcosa di buono. Ma le cose cambiano se prendiamo il mondo dell'autoproduzione. Chi si autoproduce innanzitutto non ha un breve periodo di “gestazione”, perché (al di là del budget), deve pensare da solo  a mille cose. Non ci sono art director, non ci sono segretarie, non c'è il tour manager, non c'è insomma la pappa pronta. Un artista che si autoproduce (e lo fa seriamente) ha da dire cose ben chiare, non pensa a cosa possa essere più accattivante sul mercato. Non ne ha bisogno, perché sa a priori che non raggiungerà le vette delle classifiche nazionali. Sceglie la libertà espressiva in tutto e per tutto. Ha solo l'esigenza di mettere a fuoco quello che ha dentro e comunicare. Un artista indipendente pensa alla sua arte, al suo messaggio; scrive, riscrive, fottendosene del giudizio altrui. Io per due anni (e non solo io) mi sono dedicata alla stesura del mio lavoro, ho viaggiato tra Toscana e Lombardia, ho pianto, ho riso, ho studiato, ho anche ascoltato musica lontana dai miei gusti per capire, approfondire, scoprire. È come avessi fatto una sorta di seduta psichiatrica. Dopo la fase di composizione durata un anno e mezzo ho trascorso la fase di produzione/arrangiamenti. Facendo un lavoro certosino insieme a Giovanni Rosina, per trovare la massima espressività di tutte le mie canzoni anche a livello sonoro. E poi... pensa alla grafica, ai video, alle stampe, all'organizzazione dei tuoi live, del tour ecc...Con queste premesse dunque, che io senta l'esigenza di promuovere ancora a lungo il mio album credo sia lecito e naturale. Non ho canali radio nazionali a disposizione, non ho le porte degli studi televisivi aperte, non ho la stampa nazionale ai miei piedi, non riesco quindi in tre mesi a diffondere rapidamente il mio lavoro. E non sono un'artista di fama, il che significa che il mio album non potrà raggiungere un gran numero di ascoltatori in pochi mesi o settimane. Ho bisogno di tempo, perché me la devo cavare con tutti gli strumenti alternativi che possono avere a disposizione per gli artisti di nicchia. Insomma, non promuovo il mio disco per smania di successo o per raggiungere chissà quali fatturati di vendita. E trovo un po' strano che anche nel sottobosco musicale ci siano ancora persone che ragionino in modo “mainstream”. La musica per me non è un supermercato. Sul mio album c'è una data di pubblicazione, ma non c'è una data di scadenza. Le date di scadenze le lascio sui farmaci o sugli alimenti. Fin quando sentirò la necessità di dar voce a questo disco lo farò. Nel momento in cui riterrò che è stato ascoltato e conosciuto in maniera soddisfacente, pubblicherò cose nuove (alle quali lavoro tutti i giorni). Perché dovrei impormi i paletti di un mercato discografico del quale non faccio parte? Nonostante io possa avere alle spalle un percorso di anni e anni e un mio pubblico, per chi non mi conosce rappresenterò sempre una nuova realtà. Ogni giorno mi auguro che si possa tornare presto a godere della musica e della sua essenza, tralasciando pregiudizi, regole e obblighi che nell'arte in generale non dovrebbero esistere. Siamo nell'era del fast food, è vero. ma personalmente preferisco il comodo ed elegante servizio al tavolo, anche se magari più lento.

Amelie

Alessia Arena è una cantattrice diplomatasi in canto lirico presso il Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze. Si è quindi specializzata in musica barocca collaborando con grandi interpreti. Siciliana di origini, toscana d’adozione, opera anche in ambito teatrale. Da alcuni anni si dedica alla musica cantautoriale e lo scorso anno ha pubblicato il cd “A piedi nudi”, omaggio a Rosa Balistreri e alla musica popolare siciliana. Premio Rivelazione 2014 al Festival “Sete Sois Sete Luas”. Lo scorso ottobre ha portato al successo al 17° Biella Festival, ottenendo il premio “Gozzano” di Terzo/Acqui Terme per il miglior testo tra quelli dei 12 finalisti, il brano “La sfinge alla stazione”, scritto da Alessandro Hellmann (musica di Michele Amadori).

 

Non sono poi così lontani i tempi in cui la musica era “fatta in casa” e le nostre cantine degli anni '60 erano animate fino a notte fonda da giovani musicisti dilettanti, un po' proprio come nel '600, con la sola differenza che all'epoca le cantine erano ricchi salotti, i giovani musicisti dal capello lungo erano signorilmente ben imparruccati, e la musica non era, forse?, propriamente rock. Ma in fondo chi non sentendo il celebre basso di passacaglia, “La follia di Spagna”, proposto da Vivaldi o una ciaccona potrebbe direi che non è rock? Lo stesso Pete Townshend, leader degli Who, nota band rock londinese degli anni sessanta, sentendo la ciaccona tratta da “The Gordian Knot Untied" di H. Purcell, noto compositore inglese del '600, ne rimase tanto folgorato da ispirarsi alla sua scrittura musicale in molti dei suoi brani, come nell'intro di "Pinball Wizard" inserito nell'album Tommy (1969). Negli stessi anni anche gli Jethro Tull non poterono resistere alla tentazione di rielaborare in chiave moderna un brano di uno dei piu' noti compositori di epoca barocca, J.S. Bach, una Bourrée tratta dal quinto movimento della suite in mi minore per liuto (BWV 996), ed a questo punto non stupiamoci poi se persino i Genesis sentirono il bisogno di inserire nel loro album Foxtrot “Horizons", una rivisitazione della suite n.1 per violoncello solo di Bach. Tre secoli di distanza e non sentirli, parola dei veri rock men! Nell'epoca barocca, in cui soffiava il vento di fermento culturale sospinto dalla diffusione della carta stampata e dalla consapevolezza che la musica era una arte formativa, una scienza da studiare e di cui dilettarsi insieme, non vi erano certamente batterie e chitarre elettriche da suonare, ma i pizzichi del clavicembalo, i suoni delle viole da gamba, dei liuti e delle tiorbe, il cui sapore, a distanza di quasi tre secoli, è riuscito ad incantare il nostro miglior cantautoriato italiano. Proprio De André, negli anni '60, volle un clavicembalo per incidere la sua  “Il re fa rullare i tamburi”, rielaborazione di un brano di musica antica francese di dubbia origine, per non parlare del “menestrello” Branduardi che, dal 1996  e senza sosta fino ad oggi, ci ha fatto immergere con il suo progetto Futuro Antico in una riproposizione della musica medioevale-rinascimentale che ci potrebbe apparire lontana, ma che in fondo, come ci fa capire il menestrello, lontana non è.  Infine la stessa filosofia musicale di Franco Battiato è attraversata con sapienza da numerosi riferimenti, piu' o meno latenti, alla musica antica ed alle sue figure stilistiche, fino ad arrivare a “Passacaglia”, brano inserito in uno dei suoi ultimi lavori, Apriti sesamo (2012), che è una splendida rivisitazione della “Passacaglia della vita” di Stefano Landi (1587-1639). E' indubbio che il '600 fu uno straordinario secolo di produzione musicale, secolo in cui non vi erano radio, wi-fi e chissà quale altra diavoleria tecnologica, la musica si diffondeva così, nel suo essere “suonata insieme” in bei salotti da musicisti spesso dilettanti, che poi tanto dilettanti alla fine non erano e nulla avevano da invidiare ai professionisti di allora. Ma in fondo, se ci pensiamo bene, negli anni '60 e '70 dalle nostre cantine quanti talentuosi musicisti sono passati? Non tutti sono poi divenuti famosi rock man, ma non per questo non erano certamente sapienti musicisti. La storia dunque si ripete, e tre secoli di storia accorciano così le loro distanze; per cui quando accendiamo la radio drizziamo le orecchie!, perché forse, senza saperlo, stiamo ascoltando musica antica, che poi tanto antica non è.

Alessia Arena

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Il Commento

ECCO I MOTIVI DELLE RECENSIONI SENZA FRETTA

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Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto per quale ragione le recensioni degli album su “Un'altra Music@” compaiano sistematicamente a distanza di qualche settimana, se non di qualche mese, dalla loro pubblicazione. Si tratta di una scelta o di un'esigenza dettata dalle ridotte dimensioni della nostra redazione e degli spazi sul magazine? Fermo restando che in redazione siamo in pochissimi e ci siamo imposti di ascoltare sempre tutto ciò che finisce sulle nostre scrivanie (contrariamente a quanto fanno altri che si limitano a fare il copia/incolla di quanto inviano le agenzie di stampa), il che richiede tempo, molto tempo, è anche una scelta dettata da una riflessione più ampia. Da quando le nuove tecnologie hanno di fatto ridotto ai minimi termini il mercato discografico, abbiamo assistito al trionfo dell'usa e getta che tutto divora e tutto azzera. Cosicchè, di un cd uscito oggi, sulle riviste specializzate, si parla nei prossimi cinque giorni, dopodichè cala il silenzio. Tutti ne scrivono insieme e tutti lo fanno subito. In virtù di quella esigenza di “stare sul pezzo” che, se è irrinunciabile qualora ci si occupi di cronaca, non lo è affatto quando ci si occupa di arte in genere (dalla musica al settore editoriale, dall'arte visiva alle programmazioni teatrali). In tal modo, un prodotto che ha richiesto mesi quando non anni di lavoro, “sfiorisce” in pochi giorni soppiantato da altre produzioni, destinate a fare la medesima fine. “Un'altra Music@”, ponendosi in alternativa rispetto alle dilaganti tempistiche dei lanci e della promozione discografica, non intende farsi risucchiare da questo vortice, che sta alla base del mancato consolidamento di tante produzioni discografiche, ma anche della mancata affermazione di artisti ai quali non viene più concesso il tempo di “crescere” e di entrare in sintonia con il pubblico. Il pubblicare una recensione settimane o mesi dopo l'uscita di un album, significa continuare a fare vivere quel prodotto, significa sottoporlo nuovamente all'attenzione di chi legge e di chi ascolta, recuperando le distrazioni di coloro che, fuorviati dalla frenesia delle uscite in tempo reale, si sono forse persi la possibilità di cogliere il senso di una canzone o il percorso artistico di un album. Una rivista che si occupa di musica non ha e non deve avere i tempi della cronaca. Né ha esigenze di primogenitura. Non importa se prima di noi a scrivere di quel cd sono state altre riviste. Importa la professionalità con la quale noi ci accostiamo a quel lavoro, l'attenzione che gli dedichiamo, il rispetto che portiamo a chi ci ha richiesto un parere. Oltre alla già espressa convinzione che non vi sia lavoro musicale o comunque artistico che possa esaurirsi in cinque giorni. Ed a costo di sembrare “passatista” a tale proposito mi piace ricordare che nel tempo dei vinili le canzoni di maggior successo del Festival di Sanremo occupavano le classifiche discografiche sino a maggio, per poi lasciare il posto ai brani di “Un disco per l'estate” che si contendevano i piazzamenti sino a ottobre. Altri tempi, certo. Tempi in cui la musica si ascoltava davvero ed il lavoro di un artista era un progetto al quale veniva concesso il tempo per esplicarsi e svilupparsi. Se ciò non accadeva i fattori avversi erano altri, non certo l'ansia di divorare tutto e subito.

G. Pe.

 

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