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Editoriale

TUTTI SCRIVONO TUTTI CANTANO POCHI VENDONO

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Se volessimo pensare che il massimo della democrazia è quella situazione nell’ambito della quale tutti possono fare tutto, potremmo dire che mai come oggi siamo al cospetto di un sistema democratico sfrenato e senza limiti. Ma un sistema democratico così estremo potrebbe rivelarsi un sintomo positivo solo in presenza di livelli qualitativi mediamente accettabili. Diversamente è il caos. A questo stavo pensando pochi giorni or sono, leggendo il titolo di un quotidiano che esortava gli editori a darsi una calmata, visto che in Italia vengono pubblicati circa 70mila libri ogni anno.  Trasferendo questa constatazione dal mondo dell’editoria a quello discografico, potremmo trovarci al cospetto di un dato ancora più vistoso. E molto simili temo siano i dati che riferiscono dell’impatto sul mercato di queste esuberanti produzioni. Il dato statistico riferito è infatti piuttosto desolante. Risulta che “la vendita media per titolo è di 160 copie, dunque il 90 per cento degli autori riesce a piazzare meno di cinque copie, dimostrando con ciò che neppure i parenti più stretti, l’amante, l’ex compagno di banco alle medie, fanno lo sforzo di acquistarlo”. Non va molto meglio per le produzioni discografiche, visto che per vendere qualche cd moltissimi artisti (e tra loro anche molti nomi di prestigio) non esitano a disporre banchetti all’ingresso dei locali ove si esibiscono. Tutto ciò induce a pensare che la crisi del sistema editoriale e di quello discografico possano essere sicuramente riconducibli ad una crisi più ampia e diffusa, ma forse, nel caso specifico, anche e forse soprattutto, ad un eccesso di produzione che va a saturare i mercati con lavori spesso assolutamente rinunciabili. Ma come si è arrivati a questo? Indubbiamente le nuove tecnologie hanno avuto un ruolo decisivo. Tempo fa la stampa di un libro comportava disponibilità di attrezzature e spazi complessi e costosi. Altrettanto dicasi per gli studi di registrazione dai quali partiva il processo di lavorazione che si concludeva con la stampa di vinili e musicassette. Tutto ciò andava inesorabilmente ad incidere sui costi e arrivare a pubblicare un libro o a incidere un disco voleva dire investire cifre importanti per la realizzazione prima e per la promozione poi. Le nuove tecnologie ed il sistema digitale hanno invece via via condotto a sistemi di lavorazione sempre più rapidi e, soprattutto, sempre più alla portata di tutte le tasche. Il che ha portato ad una rapidissima crescita del sistema di autoproduzione. Vale a dire che non è più indispensabile la figura di un editore o di un discografico che, oltre ad investire denaro, avevano in passato (quelli seri!) anche un ruolo di selezione delle produzioni. E chi non accettava di essere “scartato”, se ad ogni costo voleva stampare un libro o incidere un disco, sapeva di andare incontro a spese importanti. Non è più così. E per questo siamo soffocati da libri scritti in italiano balbettante, spesso autoreferenziali e frequentemente noiosi. Ed anche siamo travolti da eserciti di musicisti e cantanti che nella migliore delle ipotesi mancano di originalità, sono in debito di idee e non hanno anima. Ecco dunque perché, questo democraticissimo momento di accessibilità per tutti su tutto, alla fine si rivela un boomerang che neppure troppo paradossalmente, in pochi anni, ha quasi azzerato le eccellenze e moltiplicato le illusioni (e le successive delusioni). Non che manchino i talenti veri, sia in ambito editoriale sia in quello musicale. Ma spesso vengono soffocati dalle iperproduzioni che distraggono le letture e gli ascolti e confondono le idee. Se a ciò aggiungiamo che nel nostro Paese la lettura non è propriamente vissuta come una priorità e la musica fa spesso da sottofondo, più o meno fragoroso, ad altre attività, a fare la differenza è, ancora troppo spesso, la televisione. Ciò che passa in tv con una certa insistenza più facilmente diviene un prodotto commercialmente fruibile, anche se ormai sempre più spesso per periodi brevi. Lo scrittore-mito o, più facilmente, il cantante-divo non esistono più. Anche questo, probabilmente, è molto democratico.

Giorgio Pezzana

 
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Se volessimo pensare che il massimo della democrazia è quella situazione nell’ambito della quale tutti possono fare tutto, potremmo dire che mai come oggi siamo al cospetto di un sistema democratico sfrenato e senza limiti. Ma un sistema democratico così estremo potrebbe rivelarsi un sintomo positivo solo in presenza di livelli qualitativi mediamente accettabili. Diversamente è il caos. A questo stavo pensando pochi giorni or sono, leggendo il titolo di un quotidiano che esortava gli editori a darsi una calmata, visto che in Italia vengono pubblicati circa 70mila libri ogni anno.  Trasferendo questa constatazione dal mondo dell’editoria a quello discografico, potremmo trovarci al cospetto di un dato ancora più vistoso. E molto simili temo siano i dati che riferiscono dell’impatto sul mercato di queste esuberanti produzioni. Il dato statistico riferito è infatti piuttosto desolante. Risulta che “la vendita media per titolo è di 160 copie, dunque il 90 per cento degli autori riesce a piazzare meno di cinque copie, dimostrando con ciò che neppure i parenti più stretti, l’amante, l’ex compagno di banco alle medie, fanno lo sforzo di acquistarlo”. Non va molto meglio per le produzioni discografiche, visto che per vendere qualche cd moltissimi artisti (e tra loro anche molti nomi di prestigio) non esitano a disporre banchetti all’ingresso dei locali ove si esibiscono. Tutto ciò induce a pensare che la crisi del sistema editoriale e di quello discografico possano essere sicuramente riconducibli ad una crisi più ampia e diffusa, ma forse, nel caso specifico, anche e forse soprattutto, ad un eccesso di produzione che va a saturare i mercati con lavori spesso assolutamente rinunciabili. Ma come si è arrivati a questo? Indubbiamente le nuove tecnologie hanno avuto un ruolo decisivo. Tempo fa la stampa di un libro comportava disponibilità di attrezzature e spazi complessi e costosi. Altrettanto dicasi per gli studi di registrazione dai quali partiva il processo di lavorazione che si concludeva con la stampa di vinili e musicassette. Tutto ciò andava inesorabilmente ad incidere sui costi e arrivare a pubblicare un libro o a incidere un disco voleva dire investire cifre importanti per la realizzazione prima e per la promozione poi. Le nuove tecnologie ed il sistema digitale hanno invece via via condotto a sistemi di lavorazione sempre più rapidi e, soprattutto, sempre più alla portata di tutte le tasche. Il che ha portato ad una rapidissima crescita del sistema di autoproduzione. Vale a dire che non è più indispensabile la figura di un editore o di un discografico che, oltre ad investire denaro, avevano in passato (quelli seri!) anche un ruolo di selezione delle produzioni. E chi non accettava di essere “scartato”, se ad ogni costo voleva stampare un libro o incidere un disco, sapeva di andare incontro a spese importanti. Non è più così. E per questo siamo soffocati da libri scritti in italiano balbettante, spesso autoreferenziali e frequentemente noiosi. Ed anche siamo travolti da eserciti di musicisti e cantanti che nella migliore delle ipotesi mancano di originalità, sono in debito di idee e non hanno anima. Ecco dunque perché, questo democraticissimo momento di accessibilità per tutti su tutto, alla fine si rivela un boomerang che neppure troppo paradossalmente, in pochi anni, ha quasi azzerato le eccellenze e moltiplicato le illusioni (e le successive delusioni). Non che manchino i talenti veri, sia in ambito editoriale sia in quello musicale. Ma spesso vengono soffocati dalle iperproduzioni che distraggono le letture e gli ascolti e confondono le idee. Se a ciò aggiungiamo che nel nostro Paese la lettura non è propriamente vissuta come una priorità e la musica fa spesso da sottofondo, più o meno fragoroso, ad altre attività, a fare la differenza è, ancora troppo spesso, la televisione. Ciò che passa in tv con una certa insistenza più facilmente diviene un prodotto commercialmente fruibile, anche se ormai sempre più spesso per periodi brevi. Lo scrittore-mito o, più facilmente, il cantante-divo non esistono più. Anche questo, probabilmente, è molto democratico.

Giorgio Pezzana

Mi ero compiaciuto, nella passata edizione del Festival di Sanremo, per il fatto che il nuovo direttore artistico, Claudio Baglioni, avesse deciso di dare notevole risalto alle cosiddette “nuove proposte”, dando continuità ad una convinzione già manifestata da Carlo Conti e cioè, che la musica italiana ha bisogno di nuova linfa e non è affatto vero che a mancare sia la materia prima. In questi giorni però Baglioni, riconfermato alla guida del festivalone, pare abbia deciso un rimescolamento della carte, portando addirittura le “nuove proposte” fuori dalle serate sanremesi. In altri termini, se il progetto sarà confermato, si avrà una sorta di kermesse riservata agli emergenti dalla quale spunteranno due vincitori. E soltanto questi acquisiranno in tal modo il diritto di varcare la soglia del teatro Ariston e verranno inseriti nel cast delle cinque serate. Intanto, va detto che non si tratta di una novità. Sino ai primi anni ’70, aveva accesso al Festival di Sanremo un solo emergente, cioè il vincitore del Festival di Castrocaro. Un esempio eclatante fu quello di Gigliola Cinquetti che nel 1964 vinse a Castrocaro e pochi mesi dopo andò a vincere anche a Sanremo con “Non ho l’età”. Evidentemente altri tempi, altre situazioni, altre dinamiche nel mondo della canzone. Era l’epoca in cui, se un giovane cantante o una band non approdavano a Sanremo, avevano però molte altre opportunità: Canzonissima, Un disco per l’estate, il Cantagiro, la Caravella di Bari, la Gondola d’Oro di Venezia, il Festival delle Rose, il Festivalbar e via elencando. Tutte queste manifestazioni però, poco alla volta, hanno esaurito il loro corso, fatta eccezione per il festivalone sanremese. Che quindi dovrebbe sentire ancora di più la responsabilità di farsi carico di nuovi talenti, consentendo loro di avere un approccio con il grande pubblico televisivo. Ma è a questo punto che scattano svariate altre valutazioni che ci conducono nella jungla del business della canzone. Il mondo della discografia è in crisi nera da anni e pare che le “nuove proposte” non siano in grado di garantire ritorni economici significativi. Togliendo però spazio sul palcoscenico dell’Ariston ad altri artisti più affermati, che una manciata di dischi riescono ancora a piazzarla con un paio di apparizioni televisive. E poi, ci sono i talent, anche questi in caduta libera perché il pubblico sta cominciando a subodorare il giochino, che però sono affiliati alle grandi televisioni ed alle pochissime major discografiche rimaste, che in qualche modo si spartiscono il “bottino” e mollano la presa, dopo avere generato attese ed illusioni. E così, le migliaia di aspiranti cantanti e musicisti, tra i quali non mancano straordinarie personalità artistiche, a volerle e saperle cercare, rimarranno orfani anche di quell’ultimo legame televisivo che era rappresentato dalle “nuove proposte” sanremesi. Sia chiaro, non che il festivalone sia il top della canzone italiana, anzi, i big autentici, dopo averlo sfruttato, non ci sono più tornati se non in veste di superospiti  strapagati. Da molti anni ormai è una rassegna riservata, salvo rarissime eccezioni, ad artisti di seconda fascia o bisognosi di una spolverata televisiva. Le espressioni migliori vanno quasi sempre ricercate tra gli ospiti. Ma per le “nuove proposte” si trattava di una vetrina comunque importante, come lo può essere (ma non ve ne sono più) una qualunque passerella televisiva in una trasmissione di grande ascolto. Il privare gli artisti emergenti anche di quell’opportunità, significa non ritenere sufficientemente monetizzabile il dare una voce ed un volto ai più giovani. Il che è meschino. Oppure ritenere che di talenti in giro non ve ne siano più. Il che invece è triste, oltre che falso.

Giorgio Pezzana

Fermo restando che io appartengo a quel novero di persone che ritengono che la musica si faccia per la musica e non per intruppare le masse e condurle a fare i cortei nelle piazze, mi ha incuriosito ed indignato l’iniziativa di “Rolling Stone Italia”, rivista musicale e cinematografica di comprovato prestigio, che lancia una campagna contro il ministro Salvini ringhiando un pericoloso e delirante “Da ora chi tace è complice”. Complice di che? Di appartenere all’area di quei 17 milioni di italiani che alle ultime consultazione elettorali hanno fatto una scelta diversa da quella di sinistra? Complice di condividere ed approvare una diversa razionalizzazione nell’approccio con la questione dei migranti, prendendo le distanze dalle politiche sin qui condotte in materia dai Governi di sinistra?  Complice di approvare in senso più ampio l’idea di un Governo del cambiamento dopo avere subìto per anni ed anni il volere di Governi di sinistra, neppure liberamente eletti? Ma non è solo l’iniziativa di “Rolling Stone” a destare le mie perplessità. Ci metto anche e forse con toni ancora più accesi l’enfasi con la quale questa iniziativa è stata rilanciata da certi cosiddetti “giornaloni” che non contenti di aggregarsi ad una sorta di “caccia all’uomo” indegna, a prescindere da chi sia l’uomo (per altro lo avevano già fatto con Berlusconi), giungono a scrivere che i nomi dei cantanti e degli artisti in genere che hanno aderito alla sottoscrizione, consente anche di risalire a chi non vi ha aderito pur essendo stato, quasi certamente, invitato a farlo da “Rolling Stone”. Ma stiamo scherzando? Facciano le liste dei “buoni” e dei “cattivi” così poi possiamo premiare i primi e punire i secondi ovvero, continuare a dare risalto, recensioni, visibilità, spazi radiofonici e televisivi a quelli che, riconoscendosi nella sinistra, hanno aderito alla triste iniziativa di “Rolling Stone”, esautorando tutti gli altri? E questo non è fascismo? Le elezioni del 4 marzo scorso hanno espresso in modo chiaro ed inequivocabile la scelta di un’ampia maggioranza di italiani. Scelta che è poi stata ribadita e se possibile accentuata ulteriormente dalle consultazioni per il rinnovo di svariate amministrazioni comunali, con le successive conferme ai ballottaggi. Se non si accettano i verdetti delle urne, non si accetta il concetto stesso di democrazia. Ma su questo, la vicenda di “Rolling Stone” non ha portato altro che ulteriori conferme. Ed ora cerchiamo di tornare alla musica e di ascoltarla, giudicarla, criticarla o apprezzarla. Senza però mai usarla per perseguire fini politici. La musica e l’arte sono espressioni troppo nobili per divenire strumenti di queste bassezze.

Giorgio Pezzana

S’intitola “Ora o mai più” ed è il programma condotto da Amadeus riservato a quelli che, senza troppi preamboli, né alcuna sensibilità, sono stati definiti “cantanti falliti” dal collega del Corriere della Sera, corroborato dagli schizzi di veleno della critica televisiva de “La Stampa”, Alessandra Comazzi, che l’indomani in un video-commento non ha esitato a dire che “…se di loro non si è più saputo nulla un motivo ci sarà…”. Stiamo parlado di personaggi come Lisa (“Sempre”), Valeria Rossi (“Tre parole”), Alessandro Canino (“Brutta”), i Jalisse (“Fiumi di parole” con vittoria al Festival di Sanremo) e alcuni altri. Un manipolo di personaggi che, sia pure per un brevissimo periodo, hanno comunque conquistato le vette delle hit parade nazionali più di quanto non riescano a fare molti dei loro celebrati colleghi di oggi che, tra rap e trap, la pagnotta a casa stentato a portarla. E’ stato però indicativo cogliere certi titoli e certi commenti, fatti di supponenza e di sarcasmo, che spiegano meglio di tante riflessioni musical-sociologiche, il perché in Italia la musica migliore è quasi sempre quella che si muove nel sottobosco. In questi giorni, la moglie di Gino Santercole da poco scomparso, in un’intervista, rivela che dopo l’uscita dell’ultimo album del compianto marito (album che la critica seria aveva accolto con molto favore), si erano sentiti chiedere 100mila euro per tre passaggi radiofonici. Non fa nomi la signora, proprio perché tale. Ma avrebbe fatto bene a farli. E aggiunge anche che le televisioni avrebbero accettato il passaggio di Santercole, solo se in qualche modo fosse stato coinvolto Celentano. Delle due l’una: chi ha rivolto una simile richiesta, o è un imbecille o è in malafede, perché anche i sassi sanno che un passaggio televisivo di Celentano è, da sempre, il frutto di trattative spesso estenuanti e che di norma si protraggono molto a lungo. E non è certo lo “spot” per qualcuno, fosse anche un ex ragazzo del Clan che era anche suo parente stretto. Quindi rimane la malafede, il che non è comunque una bella cosa. E si potrebbe andare avanti all’infinito tra improvvisatori, speculatori, saccenti e sparlanti. Ciò che manca comunque sempre è il rispetto, il rispetto per la professionalità di artisti che hanno comunque lasciato una traccia del loro passaggio, anche soltanto una, ma rilevabile. Ed anche per quelle carriere che per mille ragioni non hanno saputo o potuto avere il decorso auspicato o immaginato. In alcuni casi forse soltanto per mancanza di risorse in grado di sostenere il passo successivo. Ed anche questo non è bello.

Giorgio Pezzana

L'Associazione Artistica AnniVerdi, che edita questa testata e promuove Biella Festival, ha pubblicato nei giorni scorsi il bando della 3a edizione di Biella Festival Music Video, cioè un festival riservato ai videoclip musicali di area indipendente. Si tratta dell'evoluzione di Biella Festival Autori e Cantautori che il prossimo ottobre celebrerà i suoi 20 anni con una passerella conclusiva per poi andare in pensione. Biella Festival Music Video è quindi il futuro di Biella Festival, così come lo sono i videoclip musicali per la promozione della musica, in un'epoca in cui la vendita dei cd è ridotta ai minimi termini (tanto che anche il maggiore stabilimento che li produce chiuderà presto i battenti). Proprio alla luce di queste considerazioni AnniVerdi ha pensato di voltar pagina (e non è un caso che le ultime quattro edizioni di Biella Festival Autori e Cantautori abbiamo avuto, come premio per il vincitore, non più la realizzazione di un album, ma la produzione di un videoclip con il brano vincente), Di seguito pubblichiamo dunque il bando della terza edizione di Biella Festival Music Video ricordando che la scadenza per l'inoltre dei video in gara (basta anche un semplice link) scadrà il prossimo 31 maggio.

1) L'Associazione Artistica AnniVerdi (anche ideatrice e promotrice di Biella Festival Autori e Cantautori che quest'anno giunge alla 20a edizione), con la partnership della prestigiosa testata “Cinecorriere” fondata nel lontano 1948 da Alberto Crucillà e con il portale “Colonne Sonore” promuove la terza edizione di Biella Festival Music Video.

2) l concorso è rivolto a registi e musicisti che abbiano realizzato nel corso del periodo compreso tra il 1° gennaio del 2017 ed il 31 maggio del 2018 un videoclip con brani musicali che abbiano accompagnato, o meno, l'uscita di un singolo o di un album.

3) L'ISCRIZIONE AL FESTIVAL E' GRATUITA

4) Per iscrivere un videoclip, occorre inviare il materiale via mail (dati relativi al brano contenuto, nomi e cognomi dei protagonisti e del regista, titoli e breve descrizione del progetto, oltre naturalmente al Video tramite l’ausilio di un link o su dvd) all'indirizzo Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . Le caratteristiche tecniche dovranno, in linea di massima, essere le seguenti: Cocec H264 con profilo HIGH (entropy mode: CABAC)??Risoluzione in 16:9: Full HD 1080p - HD 720p; Estensione: mp4??Frame rate: tra 24 e 60 fps

5) La corretta iscrizione verrà confermata con una e-mail con in allegato la scheda di partecipazione per la conferma dei dati prodotti da chi partecipa

6) I videoclip iscritti potranno essere inviati, unitamente alla scheda di partecipazione in formato dvd o tramite l'indicazione di un link ove ne sia possibile la visione. Le copie del dvd non verranno restituite.

7) Chi intendesse inviare copie fisiche del proprio lavoro lo potrà fare inviando il materiale al seguente indirizzo: Associazione Artistica AnniVerdi – 2° Biella Festival Music Video – Via del Carmine, 5 – 13878 CANDELO (Bi)

8) Le opere contenenti brani non in lingua italiana, dovranno essere corredate da apposita traduzione da allegare al materiale che verrà inviato via mail o tramite posta (scheda di partecipazione + dvd o link ove visionare il lavoro)

9) La scadenza per l'invio del materiale in questione è quella del 31 maggio 2018 (per le copie fisiche farà fede il timbro postale recante la data d’inoltro)

10) L'apposita Commissione che verrà formata dall'Organizzazione individuerà, a proprio insindacabile giudizio,  tra il materiale pervenuto, le dieci opere destinate alla finale della rassegna.

11) I videoclip finalisti verranno proiettati, con relativi commenti degli autori, nella serata del 13 ottobre 2018, presso la prestigiosa sede del Biella Jazz Club al borgo storico del Piazzo di Biella. Al termine della serata si procederà alla premiazione dei tre migliori progetti.

12) I CONVENUTI (ARTISTI, REGISTI, O LORO RAPPRESENTANTI) SINO AD UN MASSIMO DI 30 PERSONE POTRANNO PERNOTTARE A SPESE DELL’ORGANIZZAZIONE, NELLA NOTTE TRA IL 13 ED IL 14 OTTOBRE, NEL VICINO OSTELLO DELLA GIOVENTU’. POTRANNO INOLTRE CONSUMARE I PASTI A PREZZO CONVENZIONATO IN UN VICINO RISTORANTE. LE SPESE DI VIAGGIO SARANNO A LORO CARICO

13) Il video che verrà premiato al Biella Festival Music Video godrà di una campagna di promozione in collaborazione con “Cinecorriere”. Sono in atto, infine, trattative di collaborazione con un festival dell’audiovisivo di respiro europeo ed internazionale.

14) Tutte le opere che perverranno al concorso andranno a costituire patrimonio artistico nell'archivio dell'Associazione Artistica AnniVerdi. L'Organizzazione si impegna a non farne alcun uso commerciale. Eventuali richieste di divulgazione delle opere potranno essere accolte dall'Associazione mettendo a dispozione dell'utenza i videoclip a noleggio gratuito.

15) In esecuzione dell'art.11 della legge 675/96 recante disposizioni a tutela delle persone e degli altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali, il partecipante fornisce il proprio consenso al trattamento dei propri dati personali direttamente o anche attraverso terzi, oltre che per l'integrale esecuzione dei regolamento presente, anche al fine di elaborare studi, ricerche, statistiche ed indagini di mercato

16) Nell'arco della valenza del bando, AnniVerdi, in qualità di organizzatrice di Biella Festival, potrà apportarvi modifiche ed integrazioni, a suo insindacabile giudizio, per finalità organizzative e funzionali.

17) Per ogni eventuale vertenza riferita al bando in questione il Foro competente é quello di Biella



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Il Commento

ECCO I MOTIVI DELLE RECENSIONI SENZA FRETTA

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Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto per quale ragione le recensioni degli album su “Un'altra Music@” compaiano sistematicamente a distanza di qualche settimana, se non di qualche mese, dalla loro pubblicazione. Si tratta di una scelta o di un'esigenza dettata dalle ridotte dimensioni della nostra redazione e degli spazi sul magazine? Fermo restando che in redazione siamo in pochissimi e ci siamo imposti di ascoltare sempre tutto ciò che finisce sulle nostre scrivanie (contrariamente a quanto fanno altri che si limitano a fare il copia/incolla di quanto inviano le agenzie di stampa), il che richiede tempo, molto tempo, è anche una scelta dettata da una riflessione più ampia. Da quando le nuove tecnologie hanno di fatto ridotto ai minimi termini il mercato discografico, abbiamo assistito al trionfo dell'usa e getta che tutto divora e tutto azzera. Cosicchè, di un cd uscito oggi, sulle riviste specializzate, si parla nei prossimi cinque giorni, dopodichè cala il silenzio. Tutti ne scrivono insieme e tutti lo fanno subito. In virtù di quella esigenza di “stare sul pezzo” che, se è irrinunciabile qualora ci si occupi di cronaca, non lo è affatto quando ci si occupa di arte in genere (dalla musica al settore editoriale, dall'arte visiva alle programmazioni teatrali). In tal modo, un prodotto che ha richiesto mesi quando non anni di lavoro, “sfiorisce” in pochi giorni soppiantato da altre produzioni, destinate a fare la medesima fine. “Un'altra Music@”, ponendosi in alternativa rispetto alle dilaganti tempistiche dei lanci e della promozione discografica, non intende farsi risucchiare da questo vortice, che sta alla base del mancato consolidamento di tante produzioni discografiche, ma anche della mancata affermazione di artisti ai quali non viene più concesso il tempo di “crescere” e di entrare in sintonia con il pubblico. Il pubblicare una recensione settimane o mesi dopo l'uscita di un album, significa continuare a fare vivere quel prodotto, significa sottoporlo nuovamente all'attenzione di chi legge e di chi ascolta, recuperando le distrazioni di coloro che, fuorviati dalla frenesia delle uscite in tempo reale, si sono forse persi la possibilità di cogliere il senso di una canzone o il percorso artistico di un album. Una rivista che si occupa di musica non ha e non deve avere i tempi della cronaca. Né ha esigenze di primogenitura. Non importa se prima di noi a scrivere di quel cd sono state altre riviste. Importa la professionalità con la quale noi ci accostiamo a quel lavoro, l'attenzione che gli dedichiamo, il rispetto che portiamo a chi ci ha richiesto un parere. Oltre alla già espressa convinzione che non vi sia lavoro musicale o comunque artistico che possa esaurirsi in cinque giorni. Ed a costo di sembrare “passatista” a tale proposito mi piace ricordare che nel tempo dei vinili le canzoni di maggior successo del Festival di Sanremo occupavano le classifiche discografiche sino a maggio, per poi lasciare il posto ai brani di “Un disco per l'estate” che si contendevano i piazzamenti sino a ottobre. Altri tempi, certo. Tempi in cui la musica si ascoltava davvero ed il lavoro di un artista era un progetto al quale veniva concesso il tempo per esplicarsi e svilupparsi. Se ciò non accadeva i fattori avversi erano altri, non certo l'ansia di divorare tutto e subito.

G. Pe.

 

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