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Editoriale

QUANDO SI CEDE AI "PRESTIGIATORI"

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“Ho sempre avuto il timore di essere protagonista, e il terrore addirittura di essere invadente; aggiungi anche la mia pigrizia. Quindi ho sempre considerato i rapporti con i media uno stress evitabile.” Leggendo questa frase verrebbe quasi spontaneo pensare che chi l’ha pronunciata non potrebbe mai far parte del mondo della musica o, per lo meno, non con successo. Eppure chi l’ha proferita è forse uno dei più immensi cantautori che la storia della musica italiana possa vantare di aver avuto. Fabrizio De Andrè è ammirato e conosciuto in tutta Europa. Certo anche Eros Ramazzotti lo è, ma Ramazzotti non ha apportato alcun cambiamento al pensiero di generazioni, non ha lasciato dietro di se nessun’eredità artistica, a differenza di De Andrè, che ancor oggi continua ad ispirare cantautori dal timbro grave e serio, poeti in equilibrio tra l’impegno politico e la bestemmia facile, carovane di folk band barricate nell’ormai familiare endecasillabo con rima baciata. Ma quindi, qual è la differenza tra un’opera e un prodotto? Un prodotto è qualcosa di cui si sente il bisogno e si desidera possedere, qualcosa che ci appare conquistabile, ed il goderne ci appaga. Il prodotto è qualcosa che si consuma avidamente, e solitamente in breve tempo. Un’opera è qualcosa che può lasciarci di stucco, può turbare o lasciare addirittura interdetti, può sorprendere e meravigliare. Ci appare ardua da afferrare, ma ci affascina e ci incanta terribilmente perché ciò che la distingue veramente da un semplice prodotto è che l’opera permane, resiste al tempo. Spesso mi è stata posta questa domanda: la musica è un’opera o un prodotto? La mia risposta è sempre la stessa: ci sono musicisti artisti e musicisti intrattenitori. Queste due distinzioni esistono da sempre e sempre ci saranno. Oggi però è molto più frequente e facile confondersi. E’ in atto una macchinazione di camuffamento, in cui spesso i più distratti inciampano. Così come stiamo lasciando che i cinesi contraffacciano le nostre tradizioni artigianali, con un’iperproduzione di massa e di bassa qualità, regalandoci l’illusione di poterci permettere tutto e a poco, anche l’industria musicale è passata agli armamenti e noi, come in tutte le guerre invisibili, siamo testimoni e protagonisti occulti. Stiamo lasciando che il prestigiatore faccia apparire il trucco una magia. Cosa credete che siano i talent show, se non una grande macchina che produce intrattenimento e intrattenitori? Anche tu, critico musicale, giornalista, A&R di una casa discografica, che il sabato sera ti tira il culo ad andare ad ascoltare un nuovo gruppo o una cantautrice che ti ha scritto decine di volte e a cui non hai mai risposto, anche tu sei complice di questo declino. La risposta alla crisi del mercato musicale, le grandi Major l’hanno trovata nei talent show, dove si guadagnano cifre da capogiro sulle edizioni di celebri canzoni, di cui detengono i diritti editoriali, che fanno interpretare, in prima serata tv, ai ragazzi che sognano di diventare  grandi “artisti”. Una fabbrica d’illusioni e aspettative costruite sulle grandi difficoltà che oggi si devono affrontare per guadagnarsi una nicchia di pubblico, un esercito di ragazzi che cantano e ballano divinamente ma incapaci di scrivere un testo o di produrre una coreografia, e professionisti  del pianto facile e senza pudore di fronte a telecamere in diretta tv ma totalmente ignari di cosa siano lacrime e gioie della vita di un musicista, di un tour in un furgone del ‘89, della gavetta sui palchi veri, della gestione di un pubblico che ti ascolta cantare per la prima volta, da conquistare e sempre pronto a giudicare. E poi ci sono le nostre colpe: vogliamo essere famosi senza soffrire, vogliamo essere ricchi senza lavorare, vogliamo lavorare senza rischiare, vogliamo andare via senza rinunciare a quello che abbiamo. Sì, la musica è un prodotto e noi siamo i suoi consumatori, ma esiste anche un’altra faccia della medaglia e dipende sempre e solo da noi capire da che parte stare. Tutto ha un prezzo. E per concludere, cito la frase di una donna, una cantautrice, una rocker italiana che ha fatto sempre scelte coraggiose, guadagnandosi la stima e il successo più bello che un’artista possa desiderare, perché saper “scegliere” oggi, è l’unica vera forma di rivoluzione, ma ricordiamoci che “Ad ogni rinuncia corrisponde sempre una contropartita”.

Marzia Stano aka Una

 

Riceviamo:

Trovo l'editoriale di Marzia Stano (Una) drammaticamente vero. La musica italiana ruota tutta vorticosamente intorno a bravissime/i cantanti che però non dicono mai nulla al di fuori di parole altrui e comunque, centrate su una idea stereotipata di amore. Ed anche quando vi è qualche timido accenno ad amori diversi mai, se non nel caso di Marzia, si coglie l'intima ed irrinunciabile connessione tra i vissuti personali, le storie individuali ed i contesti sociali o politici in cui quelle storie albergano. Calare una storia di amore in un costesto come quello di Taranto e della devastazione che l'Ilva ha prodotto e continua a produrre in quella città è esattamente quello che cantautori degni di questo nome hanno fatto. da De Andrè a Piero Ciampi. Persino Celentano e' riuscito a fare questa opera di fusione ed a cogliere le connessioni tra il vivere individuale e quello colletivo, tra denuncia e nostalgia, tra rimpianto e speranza. tra humor e tristezza. Ma come si fa concretamente ad aiutare questi nuovi talenti coraggiosi ad emergere sul serio? Forse potenziando e rendendo grandi i festival della canzone d'autore come Giorgio Pezzana ed il suo coraggioso team fa a Biella. Occorre potenziare questo sforzo procurandosi però quegli appoggi e quegli aiuti concreti che ne farebbero eventi importanti e rappresentativi come purtroppo ancora oggi sono Sanremo ed i terribili talent. Non credete?”

Lucia Laterza

 
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“Ho sempre avuto il timore di essere protagonista, e il terrore addirittura di essere invadente; aggiungi anche la mia pigrizia. Quindi ho sempre considerato i rapporti con i media uno stress evitabile.” Leggendo questa frase verrebbe quasi spontaneo pensare che chi l’ha pronunciata non potrebbe mai far parte del mondo della musica o, per lo meno, non con successo. Eppure chi l’ha proferita è forse uno dei più immensi cantautori che la storia della musica italiana possa vantare di aver avuto. Fabrizio De Andrè è ammirato e conosciuto in tutta Europa. Certo anche Eros Ramazzotti lo è, ma Ramazzotti non ha apportato alcun cambiamento al pensiero di generazioni, non ha lasciato dietro di se nessun’eredità artistica, a differenza di De Andrè, che ancor oggi continua ad ispirare cantautori dal timbro grave e serio, poeti in equilibrio tra l’impegno politico e la bestemmia facile, carovane di folk band barricate nell’ormai familiare endecasillabo con rima baciata. Ma quindi, qual è la differenza tra un’opera e un prodotto? Un prodotto è qualcosa di cui si sente il bisogno e si desidera possedere, qualcosa che ci appare conquistabile, ed il goderne ci appaga. Il prodotto è qualcosa che si consuma avidamente, e solitamente in breve tempo. Un’opera è qualcosa che può lasciarci di stucco, può turbare o lasciare addirittura interdetti, può sorprendere e meravigliare. Ci appare ardua da afferrare, ma ci affascina e ci incanta terribilmente perché ciò che la distingue veramente da un semplice prodotto è che l’opera permane, resiste al tempo. Spesso mi è stata posta questa domanda: la musica è un’opera o un prodotto? La mia risposta è sempre la stessa: ci sono musicisti artisti e musicisti intrattenitori. Queste due distinzioni esistono da sempre e sempre ci saranno. Oggi però è molto più frequente e facile confondersi. E’ in atto una macchinazione di camuffamento, in cui spesso i più distratti inciampano. Così come stiamo lasciando che i cinesi contraffacciano le nostre tradizioni artigianali, con un’iperproduzione di massa e di bassa qualità, regalandoci l’illusione di poterci permettere tutto e a poco, anche l’industria musicale è passata agli armamenti e noi, come in tutte le guerre invisibili, siamo testimoni e protagonisti occulti. Stiamo lasciando che il prestigiatore faccia apparire il trucco una magia. Cosa credete che siano i talent show, se non una grande macchina che produce intrattenimento e intrattenitori? Anche tu, critico musicale, giornalista, A&R di una casa discografica, che il sabato sera ti tira il culo ad andare ad ascoltare un nuovo gruppo o una cantautrice che ti ha scritto decine di volte e a cui non hai mai risposto, anche tu sei complice di questo declino. La risposta alla crisi del mercato musicale, le grandi Major l’hanno trovata nei talent show, dove si guadagnano cifre da capogiro sulle edizioni di celebri canzoni, di cui detengono i diritti editoriali, che fanno interpretare, in prima serata tv, ai ragazzi che sognano di diventare  grandi “artisti”. Una fabbrica d’illusioni e aspettative costruite sulle grandi difficoltà che oggi si devono affrontare per guadagnarsi una nicchia di pubblico, un esercito di ragazzi che cantano e ballano divinamente ma incapaci di scrivere un testo o di produrre una coreografia, e professionisti  del pianto facile e senza pudore di fronte a telecamere in diretta tv ma totalmente ignari di cosa siano lacrime e gioie della vita di un musicista, di un tour in un furgone del ‘89, della gavetta sui palchi veri, della gestione di un pubblico che ti ascolta cantare per la prima volta, da conquistare e sempre pronto a giudicare. E poi ci sono le nostre colpe: vogliamo essere famosi senza soffrire, vogliamo essere ricchi senza lavorare, vogliamo lavorare senza rischiare, vogliamo andare via senza rinunciare a quello che abbiamo. Sì, la musica è un prodotto e noi siamo i suoi consumatori, ma esiste anche un’altra faccia della medaglia e dipende sempre e solo da noi capire da che parte stare. Tutto ha un prezzo. E per concludere, cito la frase di una donna, una cantautrice, una rocker italiana che ha fatto sempre scelte coraggiose, guadagnandosi la stima e il successo più bello che un’artista possa desiderare, perché saper “scegliere” oggi, è l’unica vera forma di rivoluzione, ma ricordiamoci che “Ad ogni rinuncia corrisponde sempre una contropartita”.

Marzia Stano aka Una

 

Riceviamo:

Trovo l'editoriale di Marzia Stano (Una) drammaticamente vero. La musica italiana ruota tutta vorticosamente intorno a bravissime/i cantanti che però non dicono mai nulla al di fuori di parole altrui e comunque, centrate su una idea stereotipata di amore. Ed anche quando vi è qualche timido accenno ad amori diversi mai, se non nel caso di Marzia, si coglie l'intima ed irrinunciabile connessione tra i vissuti personali, le storie individuali ed i contesti sociali o politici in cui quelle storie albergano. Calare una storia di amore in un costesto come quello di Taranto e della devastazione che l'Ilva ha prodotto e continua a produrre in quella città è esattamente quello che cantautori degni di questo nome hanno fatto. da De Andrè a Piero Ciampi. Persino Celentano e' riuscito a fare questa opera di fusione ed a cogliere le connessioni tra il vivere individuale e quello colletivo, tra denuncia e nostalgia, tra rimpianto e speranza. tra humor e tristezza. Ma come si fa concretamente ad aiutare questi nuovi talenti coraggiosi ad emergere sul serio? Forse potenziando e rendendo grandi i festival della canzone d'autore come Giorgio Pezzana ed il suo coraggioso team fa a Biella. Occorre potenziare questo sforzo procurandosi però quegli appoggi e quegli aiuti concreti che ne farebbero eventi importanti e rappresentativi come purtroppo ancora oggi sono Sanremo ed i terribili talent. Non credete?”

Lucia Laterza

Nel maggio del 1970, cioè 45 anni or sono, nei primi dieci posti della hit parade italiana, figuravano tra gli altri “La prima cosa bella” cantata da Nicola di Bari e “Eternità” portata al successo dai Camaleonti. Entrambe canzoni che erano state presentate all'edizione del Festival di San Remo dello stesso anno, svoltosi tra il 26 ed il 28 febbraio, al Casinò della città dei fiori. Nell'aprile di quest'anno, la classifica discografica riservata ai singoli, equiparabili in qualche modo ai vecchi 45 giri, già non presentava più, se non in posizioni assolutamente irrilevanti, nessuno dei brani presentati in gara a Sanremo solo tre mesi prima. E' l'eloquente fotografia di una situazione che evidentemente va al di là della semplicistica affermazione di chi sostiene che i tempi sono cambiati. Nel 1970 o comunque in quegli anni, prima del Festival di Sanremo, l'altro grande evento televisivo era “Canzonissima” e con l'inizio della primavera, cioè poco dopo la conclusione del festivalone, partiva “Un disco per l'estate”. Tre grossi supermercati televisivi per la discografia, di fatto uno dopo l'altro, dai quali emergevano sistematicamente successi dalle 250mila copie vendute in su. Oggi, secondo quando asserito dalla Fimi, l'organo che promuove e tutela l'attività dell'industria discografica, per quel che riguarda i singoli, il “disco d'oro”, cioè il primo riconoscimento per numero di copie vendute, lo si ottiene a quota 15mila mentre, per quel che riguarda gli album, è necessario venderne 25mila. Si tratta di numeri che 45 anni or sono avrebbero decretato l'assoluto fallimento di un progetto e, quasi sicuramente, il mancato rinnovo contrattuale da parte della casa discografica nei confronti dell'artista, che sarebbe probabilmente stato indotto a fare altro. Indubbiamente l'affermarsi dell'era digitale, dei social network, di internet, hanno contribuito in modo significativo a sconvolgere il mercato discografico in Italia e nel mondo. Come, indubbiamente, ad inquinare lo stesso mercato, è innegabile che sia un'iperproduzione di cd come mai in passato si era visto. Ma neppure questo basta a giustificare un crollo verticale di vendite discografiche senza precedenti. In Italia, fatta eccezione per i soliti nomi, per i quali bastano le dita delle due mani, per tutti gli altri protagonisti del mondo della musica, per sopravvivere, i proventi delle vendite discografiche e dei diritti d'autore non sono assolutamente più sufficienti. Occorrono le serate, molte serate. Al termine delle quali, personaggi anche di ragguardevole notorietà, vendono i loro dischi al pubblico su banchetti improvvisati all'ingresso dei locali. “Per arrotondare”, dicono alcuni. Un po' come fanno quelli che si cercano un secondo lavoro per potersi permettere qualcosa in più o, semplicemente, per poter arrivare alla fine del mese. Ma di occasioni per esibirsi ve ne sono sempre meno. Le piazze estive, un tempo sedi di innumnerevoli eventi, sono sempre più deserte. I Comuni non hanno più risorse per le spese primarie, talvolta neppure per l'emergenza. Ovvio che vengano meno spazi e opportunità dedicati all'evasione. E se pensiamo che dagli Stati Uniti giungono segnalazioni secondo le quali, per la prima volta, il numero di brani “scaricati” legalmente da internet ha superato quello dei cd venduti nei supermercati, appare evidente che ci troviamo al cospetto di una rivoluzione senza precedenti nel mondo della musica. Con la prospettiva che l'era dei computer comprometta anche la tracciabilità dei brani, poiché lo “scarico” della canzone non fornisce altre informazioni al di fuori del titolo del brano stesso e il nome del suo interprete. Precludendo quindi l'archiviazione, con il semplice acquisto del brano, che una volta queste informazioni le recava in copertina, di quei dati che dovrebbero rappresentare la storia della musica. A meno che ci si voglia dedicare a pazienti ricerche alle quali le nuove generazioni non sembrano troppo avvezze. Insomma, si naviga a vista, in attesa di capire dove si sta andando. Con una sola certezza: la musica potrà soffrire e sta tuttora soffrendo, ma non morirà mai.

Giorgio Pezzana

“Educazione al Suono e alla Musica” : così recitano i Programmi dell' Istruzione Primaria. Io lo so bene, poiché da molti e molti anni mi interfaccio con l' universo Scuola di Base. Ecco, di questo si dovrebbe scrivere : delle “basi” della Musica. Le note? La teoria? La tecnica? No di certo, siamo già oltre il presupposto basilare. Non entrerò in ambiti legislativi, né didattici, né riassumerò gli articoli sempre presenti periodicamente nei quotidiani o mensili di scienza o attualità, su quanto e come lo studio della musica o di uno strumento sviluppi intelligenza, coordinazione, capacità di analisi e sintesi. Non lo farò. Perché ancor prima di tutto questo c'è un aspetto più educativo, più bello, più misterioso, ancor più funzionale e propedeutico degli altri, allo sviluppo dell' intelligenza pratica ed emotiva di un individuo, che sempre Musica è, ma in modo ancor più speciale. Il Silenzio. Ecco come dovrebbe mutare la dicitura del programma formativo per le nostre giovani menti e i nostri giovani cuori : “Educazione al Silenzio”. Nessun Ascolto è possibile, se non si è dato prima spazio al Silenzio. E il saper stare in silenzio, non è purtroppo un' abilità propria della maggior parte degli individui. Un ragazzino che impara a stare in silenzio, impara necessariamente ad ascoltare. E chi sa ascoltare, valuta, discrimina, interiorizza, apprende, per via diretta e naturale. Peccato : sembra invece che il mondo viaggi nella direzione opposta. Ci si parla tutti addosso, la maggior parte delle volte senza neppure avere dei contenuti interessanti o di pregio da comunicare. Voce a manetta, a surclassare ogni altra fonte sonora, non essendo in grado spesso di ascoltare né gli altri né sé stessi.Chi tace spaventa. E' pericoloso. Perché nel silenzio si pensa, si ragiona e si ascolta. Quindi, meglio non prodigarsi troppo in siffatta educazione. Non vorremo mica troppe teste sensibili e pensanti in giro?!? Il silenzio è il delicato concerto di suoni che non si possono udire in prima istanza con le orecchie, vibrazioni pure delle corde dei sensi e dello spirito. Per questo occorre restarvi : per ascoltare e intendere. Nel Silenzio sbocciano fantasia, immaginazione, ispirazione, istruzione, apprendimento, abilità. Il Silenzio fa affiorare e riaffiorare, fiorire e rifiorire, rigenera, rinfresca come un temporale nel cuore di una caldissima estate. Regala godimento fisico e mentale. Nella prima mia lezione di pianoforte in Conservatorio il mio Maestro mi disse “ Ricorda, le pause sono ancor più importanti delle note stesse ”. Io lo cerco, lo sogno, lo bramo, lo chiedo, quando non ce l'ho. Lo afferro, lo stringo, lo accarezzo, lo sbrano, lo regalo, quando ce l'ho finalmente. Lo insegno. Quantomeno ci provo. Qualcuno non sopporta il silenzio, non comprende l' esigenza o il piacere dell' assenza di suono e rumore. Senza iPod, c'è chi perderebbe davvero il controllo. Certo perché se ti svegli al mattino e, senza radio o tv, ti fermi un attimo a pensare alla giornata che ti aspetta, il lavoro, i figli o il cane, la fidanzata o la moglie, il compagno o il marito, gli incastri, il traffico, il finchè morte non ci separi … come sopravvivi?!? Semplice : con due auricolari sparati nei timpani.Mia figlia ci ha messo...quanto ci ha messo per imparare a parlare? Un anno, un anno e mezzo? E ora per imparare a tacere, quanto ci dobbiamo mettere, noi tutti? Bisogna insegnare a stare in silenzio, quando serve, quando ci sta, quando ogni altra cosa è superflua. Perché dai silenzi si impara, nel silenzio si osserva, con il silenzio si conosce. Le cose che io più mi ricordo, quelle che più mi hanno segnato, non sono le parole o i fatti, ma gli spazi e i tempi intercorsi tra una parola e un' altra, tra un accadimento e un altro. Tutto nella vita ha un suo ritmo e sono le pause e i silenzi a scandirne il divenire. E quando avremo imparato e insegnato a chiudere la bocca e ad aprire le orecchie, allora e solo allora, si tornerà ad apprezzare la Musica, ad ascoltarla con coscienza, a scriverla con consapevolezza,  a darle il giusto spazio, a restituirle la doverosa considerazione.

Mariangela Di Michele (Marydim)

Mi è stato chiesto di esporre il mio punto di vista sulla scena musicale indipendente italiana in qualità di autore, compositore e arrangiatore. Una posizione che trovo lusinghiera sebbene abbastanza scomoda, vista la lateralità del mio progetto. Preferisco quindi parlare del mio ideale di "canzone", che già di per sè è un punto di vista schierato. Per un buon brano, innanzitutto, credo si debba sudare tanto e avere il coraggio di essere spietati con sè stessi. La geometria della lingua inglese, i rimbalzi sensuali e aggressivi nelle consonanti, la sua fluidità, hanno per forza di cose creato archetipi di riferimento inconsci in chiunque si cimenti con la musica "leggera" in lingua madre. La lingua italiana, nonostante la sua ricchezza di rimandi, di vocaboli e di giochi di parole, è schiava delle vocali che addolciscono anche la parola più aggressiva e moderna, se non ben utilizzata. Sui tappeti sonori dell'immaginario anglosassone o black (blues, rock, funky, electro, jazz, ecc...), il contrasto, il confronto con la nostra lingua è spesso impietoso. Ed è giusto che lo sia. Perché stiamo tentando, inutile nascondercelo, una forzatura stilistica. Questa forzatura, se non la si porta fino in fondo, se ci si accontenta della prima rima, o se si cerca di comprimere parole o frasi troppo lunghe in geometrie brevi, genera banalità o fastidio, o peggio ancora, trattati supponenti, pseudo intellettuali cacciati dentro a viva forza su strutture che non li contengono. L'unico modo per vincere la sfida è lottare con ogni singola sillaba, assonanza, articolo, consonante, possibilmente rispettando l'Italiano scritto e il messaggio generale del brano, che deve sempre emergere originale. Un lavoro di dettaglio, ma anche di regia complessiva. Questo tipo di scrittura, veicolato dalla scorrevolezza obbligatoria che richiede la musica "leggera", rende l'impresa davvero ardua, ma una volta scalata la vetta, si vedrà la differenza. La si vedrà negli anni. Una canzone cesellata con cura e sacrificio durerà nel tempo. Spesso, però, quando ci si riesce (e questo è un fenomeno tutto italiano), si tende a vestirla di un accompagnamento musicale ai limiti del superficiale, in virtù del fatto che il testo deve spiccare indisturbato. Io sono fermamente contrario a questa scorciatoia, anche di molte band indie-saccenti, di barbuti filosofi in acustico, o paladini del reading, che spacciano per "alternativa" una musica clonata pari pari dal caro vecchio rock elementare (che non si sbaglia mai...), in tutte le sue declinazioni e cliche. Quello che non trovo nella buona musica italiana, insomma, è la pari complessità e dignità musicale, negli accordi, negli arrangiamenti e nella ricerca sonora. Questa è a mio avviso la grande differenza con molte produzioni internazionali. Non mi riferisco alla complessità nell'esecuzione: di virtuosismo e tecnica ce n'è fin troppa, spesso a discapito di gusto e idee. In mancanza di soluzioni nuove, oggi, si delega all'arrangiamento "vintage" anni '60-'70'-80' l'illusione di una dimensione originale e internazionale. Quasi nessuno accetta la sfida di rendere stratificata una canzone ad entrambi i livelli, tra poesia, bella scrittura, ricerca sonora, armonie e sound. Uno dei limiti della scena alternativa italiana, credo, sia stato quello di nascondersi troppo dietro un minimalismo di facciata, spacciato per sintesi voluta, laddove magari scarseggiavano le idee. Ecco, credo che oggi essere coraggiosi in Italia, in musica e in ogni altro campo, voglia dire saper affrontare di nuovo la cultura della complessità, senza paura di annoiare, e una buona volta fare la pace con l'elettronica, ad esempio, unica vera fonte "alternativa" e rinnovabile di suono, ingrediente base di ogni vero passo in avanti, da almeno vent'anni.
Alessandro Zannier (Ottodix)

Facciamo nostra questa provocazione che Lorenzo Tempestini ha redatto per “Pratosfera”. I quesiti che emergono dalla lettura di questo articolo sono tutti assolutamente concreti. E spesso le risposte che ne scaturiscono sono banalmente prive di motivazioni reali (o comunque certo non all'insegna di un divertimento sano) frutto più di interessi di bottega che non di effettive esigenze temporali e logistiche.

Cominciamo tardi perché fino alle 23 non arriva nessuno”: ma perché? Che pubblico frequenta la musica live? Un gruppo di vampiri? Perché i concerti nei locali e nei club iniziano sempre più tardi sia nel fine settimana che durante i giorni feriali? A che pro? Si fa gara a chi arriva più tardi, chi arriva presto è uno sfigato (o molto spesso rimane fuori per ore intere). Prima di arrivare in un locale a sentire un concerto si va in un altro posto a fare una bevuta, tanto il locale x o y non è ancora aperto. Ma è davvero un vantaggio per i locali, sempre più pressati da spese, burocrazia e rapporti col vicinato, coltivare questo “vizio”? Siamo stanchi degli eventi facebook “inizio serata alle 22” e poi fino alle 23 il locale non apre nemmeno le porte, lasciando in stagione invernale pure la gente al freddo e al gelo. Una politica per giovani studenti universitari, ovvero persone a cui poco importa se finisce tutto in piena notte, che sia martedì o sabato. La fetta di pubblico tra l’altro con meno soldi in tasca, se ci si pensa bene. Il lavoratore medio: quello che la mattina alle 8,30 la mattina dopo deve essere in ufficio è colui che si dovrebbe prendere a misura per le serate live, forse. O comunque anche un giovane studente che non ha voglia il mercoledì sera di fare per forza le due di notte per ascoltarsi la sua band preferita. Non è una questione “da vecchi” proporre di iniziare prima i concerti, è una questione di rispetto. Anche i musicisti escono penalizzati da questo discorso: indipendentemente dal cachet i signori musicanti si trovano spesso un pubblico composto o da dormienti o da ubriachi molesti che sono alla quarta bevuta “in attesa” o ancora da persone che fissano l’orologio pensando alla sveglia del mattino dopo. E invece no, ci si trova di giovedì sera alle 23,30 ad aspettare che qualche essere umano salga sul palco. Di chi è la colpa? Perché nel resto dell’Europa non c’è questo problema? E se tutti i proprietari di locali iniziassero a dire: “si inizia a questa ora, tassativamente”. A forza di perdersi l’inizio dei concerti la clientela prima o poi si adeguerebbe. La nostra vuole essere una provocazione: un modo per riflettere insieme della questione e magari intavolare una discussione, almeno su Prato. Perché tanto le 4 di notte si trova comunque il modo di farle comunque: del resto non siamo né in Trentino dove si cena alle 17.30 né a Siviglia dove prendono l’ammazzacaffè alle 3 di notte. Non è una questione “da vecchi” proporre di iniziare prima i concerti, è una questione di rispetto.

Lorenzo Tempestini

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