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Editoriale

TROPPI CONCORSI O TROPPA MALAFEDE?

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Qualcuno in questi giorni si è chiesto se abbiano ancora senso i concorsi musicali che si svolgono nell'arco dell'anno in diverse località italiane. Domanda legittima che verte su di un discorso che dovrebbe però essere ampliato e completato. Innanzitutto, una considerazione: da tempo ci stiamo dicendo che i talent uccidono la musica e quindi dovrebbero essere soppressi (ma ci vorrebbe una ricetta un po' più convincente di quella di chi ha scritto “non guardateli”), se però ora ci poniamo anche degli interrogativi sull'utilità dei concorsi, con l'implicito sottinteso che anche questi potrebbero risultare rinunciabilissimi, che cosa rimarrebbe? Delle due l'una: o ci rassegniamo definitivamente ad ammettere che la musica in Italia è davvero finita, rifacendoci al titolo di un interessante libro di Mario Bonanno, oppure ci convinciamo che oltre al rap c'è ancora qualcosa da dire e che questo qualcosa necessita di spazi e di ascolto. Ed i concorsi sono rimasti gli unici spazi reali di ascolto. Il problema semmai è l'incapacità di questi festival di fare rete, di comunicare e di collaborare. Quando accade non è la musica a farla da protagonista, ma le appartenenze. Per essere più chiari, quelle politiche. Chi si occupa di musica sa di che cosa stiamo parlando e non è il caso di elencare in questo contesto nomi e circostanze. In Italia vi sono festival e rassegne dedicati ad ogni genere musicale. Ve ne sono troppi? Forse si. Offrono poco o nulla? Forse non è vero. Certo, i concorsi a circuitazione chiusa, che offrono ai vincitori borse di studio spendibili per la partecipazione a corsi di formazione tenuti da sodalizi musicali il cui responsabile è quasi sempre presidente di giuria del concorso che assegna il premio, qualche sospetto lo dovrebbero alimentare. Gli organizzatori di concorsi che chiedono tasse di iscrizione ai partecipanti perchè con i concorsi ci vogliono campare, forse non sono esattamente un esempio di trasparenza. I concorsi a dimensione locale, privi dell'ormai indispensabile supporto di una comunicazione diffusa, lasciano il tempo che trovano. Ma ci sono, al di là di questi esempi, concorsi di primissimo piano ove è possibile ravvisare un livello qualitativo molto elevato, a dimensione nazionale e taluni anche con qualche porta aperta su orizzonti internazionali. E questi sono i festival che hanno una ragione di esistere. Sono le rassegne che non trasformeranno forse mai uno sconosciuto in un big (queste ormai sono operazioni che stenta a realizzare anche la televisione), ma che garantiscono a chi vi partecipa l'ascolto di chi nella musica ci vive, un pubblico quasi sempre attento, la possibilità di arricchire il proprio curriculum artistico e riconoscimenti in qualche modo significativi dal punto di vista della visibilità e della comunicazione. All'artista si dovrebbe semmai richiedere, oltre ad un bel progetto, quel sufficiente senso critico che lo induca ad avvicinarsi soltanto a chi vive nella musica per la musica e non per una bandiera, qualunque essa sia. Diffidando di chi (giornalisti compresi) ama fare citazioni di buoni festival, salvo poi scoprire che di quei festival sono parte delle giurie e quindi in qualche modo sentono gratificata la loro professionalità (nutrendo sensi di riconoscenza). Questi circoli viziosi fanno male alla musica. Più dei talent. Più dei (forse) troppi concorsi.

Giorgio Pezzana

 

Riceviamo da Veronica MyValuée, in merito ai contenuti di questo editoriale:

"Ho letto il tuo pensiero e mi permetto di aggiungere che molti fra coloro che si occupano dei concorsi musicali, molti fra coloro che scrivono di musica non riescono ad andare oltre il proprio gusto musicale, oltre al nome che gira da anni fra i concorsi, oltre al nome del momento preferito dai vari "giornalisti musicali". Chi davvero oggi ha davvero voglia di ascoltare una canzone senza pregiudizi? Io ne conosco poche di persone che non si fanno influenzare dal proprio gusto, gente che riesce ad andare oltre il pregiudizio tra generi di serie A e generi di serie B. Sai quante recensioni leggo che sono il copia e incolla del comunicato stampa? Anche ai concorsi: sai a quante vittorie scontate ho assistito? E la scontatezza non riguardava la bravura di chi ha vinto, semmai i soliti criteri di giudizio: nome già conosciuto tra i concorsi, genere apprezzato dalla giuria, giuria spesso composta dai soliti 4 anziani di turno che pensano che sia già stato tutto scritto e non hanno voglia di ascoltare cose nuove, cose che vadano al di là del solito cantautore con la chitarrina.

 

Risponde Giorgio Pezzana:
"Hai ragione, accade spesso quello che tu dici. Con una sola attenuante della quale mi vorrai dare atto: il gusto personale è un qualcosa di insindacabile perchè non è una scelta, ma un qualcosa che vive in te e che è il frutto delle tue esperienze, della tua cultura (o non cultura) del tuo "sentire" e della tua sensibilità. Io sono solito ripetere comunque agli artisti che recensiamo sulla nostra rivista, che nessun giudizio può avere una valenza "universale". Io oggi posso dire male del tuo lavoro, ma domattina un collega che ascolta esattamente la stessa canzone, può trovarla entusiasmante. E abbiamo ragione entrambi. Sulla questione delle recensioni che sono il copia-incolla dei comunicati degli uffici stampa, concordo, ma ti assicuro che sulla nostra rivista non accade e non accadrà. Purtroppo ci sono colleghi che dimenticano spesso la dignità di questa professione. E sui concorsi, si, mi accorgo spesso che in alcuni ambiti esistono "frequentazioni" consuete e consolidate, che rendono consuete e consolidate anche certe "amicizie" (o appartenenze).E' anche per queste ragioni che il mondo della musica italiana sta boccheggiando. Proviamo, almeno, a dire al mondo che ce ne stiamo accorgendo e che ne conosciamo, in parte, le ragioni".
 
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Qualcuno in questi giorni si è chiesto se abbiano ancora senso i concorsi musicali che si svolgono nell'arco dell'anno in diverse località italiane. Domanda legittima che verte su di un discorso che dovrebbe però essere ampliato e completato. Innanzitutto, una considerazione: da tempo ci stiamo dicendo che i talent uccidono la musica e quindi dovrebbero essere soppressi (ma ci vorrebbe una ricetta un po' più convincente di quella di chi ha scritto “non guardateli”), se però ora ci poniamo anche degli interrogativi sull'utilità dei concorsi, con l'implicito sottinteso che anche questi potrebbero risultare rinunciabilissimi, che cosa rimarrebbe? Delle due l'una: o ci rassegniamo definitivamente ad ammettere che la musica in Italia è davvero finita, rifacendoci al titolo di un interessante libro di Mario Bonanno, oppure ci convinciamo che oltre al rap c'è ancora qualcosa da dire e che questo qualcosa necessita di spazi e di ascolto. Ed i concorsi sono rimasti gli unici spazi reali di ascolto. Il problema semmai è l'incapacità di questi festival di fare rete, di comunicare e di collaborare. Quando accade non è la musica a farla da protagonista, ma le appartenenze. Per essere più chiari, quelle politiche. Chi si occupa di musica sa di che cosa stiamo parlando e non è il caso di elencare in questo contesto nomi e circostanze. In Italia vi sono festival e rassegne dedicati ad ogni genere musicale. Ve ne sono troppi? Forse si. Offrono poco o nulla? Forse non è vero. Certo, i concorsi a circuitazione chiusa, che offrono ai vincitori borse di studio spendibili per la partecipazione a corsi di formazione tenuti da sodalizi musicali il cui responsabile è quasi sempre presidente di giuria del concorso che assegna il premio, qualche sospetto lo dovrebbero alimentare. Gli organizzatori di concorsi che chiedono tasse di iscrizione ai partecipanti perchè con i concorsi ci vogliono campare, forse non sono esattamente un esempio di trasparenza. I concorsi a dimensione locale, privi dell'ormai indispensabile supporto di una comunicazione diffusa, lasciano il tempo che trovano. Ma ci sono, al di là di questi esempi, concorsi di primissimo piano ove è possibile ravvisare un livello qualitativo molto elevato, a dimensione nazionale e taluni anche con qualche porta aperta su orizzonti internazionali. E questi sono i festival che hanno una ragione di esistere. Sono le rassegne che non trasformeranno forse mai uno sconosciuto in un big (queste ormai sono operazioni che stenta a realizzare anche la televisione), ma che garantiscono a chi vi partecipa l'ascolto di chi nella musica ci vive, un pubblico quasi sempre attento, la possibilità di arricchire il proprio curriculum artistico e riconoscimenti in qualche modo significativi dal punto di vista della visibilità e della comunicazione. All'artista si dovrebbe semmai richiedere, oltre ad un bel progetto, quel sufficiente senso critico che lo induca ad avvicinarsi soltanto a chi vive nella musica per la musica e non per una bandiera, qualunque essa sia. Diffidando di chi (giornalisti compresi) ama fare citazioni di buoni festival, salvo poi scoprire che di quei festival sono parte delle giurie e quindi in qualche modo sentono gratificata la loro professionalità (nutrendo sensi di riconoscenza). Questi circoli viziosi fanno male alla musica. Più dei talent. Più dei (forse) troppi concorsi.

Giorgio Pezzana

 

Riceviamo da Veronica MyValuée, in merito ai contenuti di questo editoriale:

"Ho letto il tuo pensiero e mi permetto di aggiungere che molti fra coloro che si occupano dei concorsi musicali, molti fra coloro che scrivono di musica non riescono ad andare oltre il proprio gusto musicale, oltre al nome che gira da anni fra i concorsi, oltre al nome del momento preferito dai vari "giornalisti musicali". Chi davvero oggi ha davvero voglia di ascoltare una canzone senza pregiudizi? Io ne conosco poche di persone che non si fanno influenzare dal proprio gusto, gente che riesce ad andare oltre il pregiudizio tra generi di serie A e generi di serie B. Sai quante recensioni leggo che sono il copia e incolla del comunicato stampa? Anche ai concorsi: sai a quante vittorie scontate ho assistito? E la scontatezza non riguardava la bravura di chi ha vinto, semmai i soliti criteri di giudizio: nome già conosciuto tra i concorsi, genere apprezzato dalla giuria, giuria spesso composta dai soliti 4 anziani di turno che pensano che sia già stato tutto scritto e non hanno voglia di ascoltare cose nuove, cose che vadano al di là del solito cantautore con la chitarrina.

 

Risponde Giorgio Pezzana:
"Hai ragione, accade spesso quello che tu dici. Con una sola attenuante della quale mi vorrai dare atto: il gusto personale è un qualcosa di insindacabile perchè non è una scelta, ma un qualcosa che vive in te e che è il frutto delle tue esperienze, della tua cultura (o non cultura) del tuo "sentire" e della tua sensibilità. Io sono solito ripetere comunque agli artisti che recensiamo sulla nostra rivista, che nessun giudizio può avere una valenza "universale". Io oggi posso dire male del tuo lavoro, ma domattina un collega che ascolta esattamente la stessa canzone, può trovarla entusiasmante. E abbiamo ragione entrambi. Sulla questione delle recensioni che sono il copia-incolla dei comunicati degli uffici stampa, concordo, ma ti assicuro che sulla nostra rivista non accade e non accadrà. Purtroppo ci sono colleghi che dimenticano spesso la dignità di questa professione. E sui concorsi, si, mi accorgo spesso che in alcuni ambiti esistono "frequentazioni" consuete e consolidate, che rendono consuete e consolidate anche certe "amicizie" (o appartenenze).E' anche per queste ragioni che il mondo della musica italiana sta boccheggiando. Proviamo, almeno, a dire al mondo che ce ne stiamo accorgendo e che ne conosciamo, in parte, le ragioni".

In queste ultime settimane, in Italia e nel mondo, stanno circuitando, con enorme successo, personaggi del mondo del rock che sono autentiche icone, ma che sempre più si ritrovano a dovere fare i conti con l'anagrafe. Il più giovane è Bruce Springsteen, appena 67 anni, che riesce a ruggire negli stadi generando scene di autentico entusiasmo tra fans di ogni età. Ma recentemente ha ottenuto accoglienze trionfali anche David Gilmour, 70 anni, personaggio simbolo dei Pink Floyd, che ha mostrato sul palcoscenico di essere ben più di un semplice replicante di sé stesso. I socil network con una certa insistenza ci propongono un Mick Jagger, 72 anni, più ginnico che mai, alle prese con esercizi e e piegamenti che affronta quasi con irridente sufficienza. Ed anche in ambito femminile scopriamo che Joan Baez sarà in Italia, alla veneranda età di 75 anni, poche sere or sono ha raccolto ovazioni a piene mani in un Vittoriale (provincia di Brescia) gremito; ed anche Patty Smith, 70 anni, nei giorni scorsi nella vicina Svizzera ha tenuto un concerto che ne ha messo in risalto lo smalto di una voce graffiante e di una verve insospettabile. E se vogliamo chiudere questa passerella con un progetto in divenire, il prossimo 5 dicembre uscirà il nuovo disco che rivedrà insieme Mina (76 anni) ed Adriano Celentano (78), pronti a bissare il successo del 1998 allorquando il loro precedente album in duo vendette oltre due milioni di copie. Insomma, la famosa esclamazione “largo ai giovani” pare un po' più mesta del solito al cospetto di questi “grandi vecchi” che stanno furoreggiando. Come è giusto che sia. Perchè, non dimentichiamo che solo pochi anni or sono ci si lamentava per il fatto che in Italia ci fosse una certa tendenza ad accantonare i “vecchi” della canzone, talvolta dimenticandoli per anni, o risponverandoli solo in circostanze un po' tristi, tipo il “Teghedè” della Rai in versione estiva. Mentre all'estero i Frank Sinatra, i Jacques Trenè, i Tom Jones continuavano a rimanere nella memoria di tutti, in Italia pareva che ci fosse spazio solo per quel “nuovo” che negli anni si è però sempre più assottigliato, consentendo operazioni di riscoperta di artisti mai tramontati nelle memorie di coloro che li osannarono negli anni più verdi della loro carrriera e che oggi, trasmettendo alle nuove generazioni l'essenza di ricordi mai cancellati, hanno reso quegli artisti immortali e trasversali. La carta d'identità conta sempre meno quando è la dimensione artistica a dettare i ritmi di un'esistenza.

Giorgio Pezzana

In questi giorni, i social hanno proposto con insistenza l'immagine di Laura Pausini che mostra il dito medio in occasione di un concerto che, secondo qualcuno, sarebbe andato deserto o quasi. Ora, come si possa immaginare il deserto ad un concerto di Laura Pausini ce lo dovrebbe spiegare colui che lo ha immaginato. Ma sul gesto dell'artista una riflessione la vorrei fare. Laura Pausini non piace e non è mai piaciuta al popolo del rock duro, ai fatti del sabato sera, a chi attraverso la musica vuole o vorrebbe portare altri messaggi o anche a chi, semplicemente, non ama quel suo genere pop-melodico che l'ha comunque resa nota ed apprezzata nel mondo. Ricordo bene l'anno del suo trionfo sanremese, quando era una ragazzina sorridente che in sala stampa ringraziava la sua famiglia, colma di emozione, mentre nelle prime file i colleghi ritenuti più illustri si davano di gomito sghignazzando ad ogni frase di quella debuttante un po' provincialotta, tondetta e loquace che da quel momento in poi avrebbe avviato una carriera artistica ad ampio respiro internazionale. Quel dito medio mostrato con rabbia è stato un segno di palese esasperazione, da comprendere e per alcuni aspetti anche da condividere. Non perchè sia un bel gesto. Ma perchè è la risposta che meritava non un critico attento al suo modo di fare e di pensare alla musica, ma un collega che nella Pausini non si riconosce ideologicamente ancor prima che artisticamente. E questo non ci sta. Si può non apprezzare un'espressione artistica e dirlo apertamente. Ma non disconoscerne, quando c'è, quel potenziale di palese gradimento che reca con sé. Un giornalista che nega l'evidenza meglio farebbe a cambiar mestiere. Ed il dito medio alzato lo merita tutto. Ma la questione non riguarda solo Laura Pausini. Da tempo su facebook ma non solo è in atto una campagna denigratoria nei confronti di Gigi D'Alessio, del quale quasi mai si contestano le scelte artistiche, ma la semplice esistenza. Premesso che D'Alessio non ha mai convinto neppure il sottoscritto e che anzi, ho sempre ritenuto che il suo successo (perchè, piaccia o no, D'Alessio ha successo) sia circoscrivibile ad una fascia di pubblico in prevalenza appartenente all'ambito geografico dal quale l'artista proviene, non condivido sfottò volgari e talvolta anche inmotivatamente aggressivi nei confronti della sua persona. Dobbiamo imparare ad esprimere le nostre preferenze artistiche, innanzitutto motivandole, eppoi senza insultare o mortificare gli esponenti di realtà nelle quali non possiamo o non vogliamo riconoscerci. Quando ero ragazzino, tra i giovanissimi, ad essere presa di mira (seppure non con l'aggressività cattiva che è propria di questi tempi) era Orietta Berti, per quel suo cantar melodico che mal si coniugava con i venti di contestazione che spiravano nel 1968 e dintorni. Oggi, anche i rocchettari più accesi, sono concordi nell'affermare che la cantante emiliana, tuttora in attività, è stata e rimane una delle voci più cristalline e limpide della storia della canzone italiana, pur prescindendo dalle scelte artistiche che la portarono spesso ad accettare esecuzioni di brani di disarmante banalità. Ecco, ora possiamo rientrare nei ranghi del nostro mondo indipendente. Ma questa escursione, per noi insolita, nel pianeta dei big promossi dalle grandi major discografiche, vuole semplicemente significare che l'accostarsi alla musica, qualunque sia il genere, compresi quelli meno graditi, esige rispetto innanzitutto. E pretende, quando ci sono, critiche motivate. In assenza di queste, meglio il silenzio.

Giorgio Pezzana

“Amici, eroi, raiser, gente da festival! Il Coachellamare (Cellamare Music Festival) rischia di non diventare mai realtà. Certo, il risultato ottenuto fino ad ora è grandioso. Circa 10mila euro raccolti da oltre 500 raiser. Ma non bastano per il progetto ambizioso che abbiamo avuto sempre bene in mente. Se entro sabato non raggiungeremo i 25mila tutti voi riceverete i soldi indietro, in automatico...». Questo è quanto si legge sul sito della manifestazione. E che impone una riflessione. Di questi tempi mettere insieme del denaro è sempre più difficile. I referenti di sempre (Regioni, Province, Comuni...) sono all'asciutto o dicono di esserlo. Banche e Fondazioni bancarie, da alcuni anni stanno costruendo veri e propri percorsi minati sulla modulistica per la richiesta di contributi. Basta una svista, un nonnulla e il contributo salta. Basta non rientrare nei parametri, che spesso sono fumosi e poco esaustivi e si rimane all'asciutto. E poi ci sono quelli che sostengono che le realtà che vogliono dare vita a manifestazioni culturali (sempre che la musica sia ancora considerata un'espressione culturale) dovrebbero pagarsele e con questa convinzione spingono nella direzione della cultura d'impresa. Cioè, partita Iva sempre, rischio totale a carico di chi organizza, contributi zero, sostegno morale poco e svogliato. Ma se la cultura d'impresa ha senso laddove esistono i grandi enti lirici (che fanno acqua da anni e che comunque di contributi ne ricevono) o le grandi stagioni teatrali, assolutamente diverso è il discorso che accompagna le manifestazioni musicali di area indipendente. Qui gli affanni sono molti, le aspettative poche, le certezze nessuna. Si naviga quasi sempre a vista e ultimamente si naviga male. Ma, come sempre, il buon senso dovrebbe essere alla fine patrimonio di tutti. Comprendo gli amici di Cellamare Music Festival che pensano ad una kermesse con 44 band in scena, luci, colori, ricchi premi e cotillon. Però, ragazzi, diamoci una calmata! Per anni sono state allestite manifestazioni, spesso di dubbia utilità, con budget sovradimensionati. Per anni sono state finanziate a piè di lista iniziative che hanno dilapidato somme non necessarie, per ritrovarci ora a casse vuote. Ricominciamo con i piccoli passi, ridimensionando le pretese di tutti. La musica è arte ed anche, per alcuni, lavoro. L'arte va rispettata ed il lavoro va pagato. Però, se non vogliamo andare a fondo del tutto, ridimensioniamo pretese ed aspettative. Un festival, una rassegna musicale, nel mondo degli indipendenti, si possono fare anche con qualche migliaio di euro. Ci si viene incontro, tutti rinunciano a qualcosa, ma alla fine tutti avranno il loro spazio. Il successo non nasce per forza dall'ostentazione di kermesse roboanti, ma soprattutto dalla qualità di ciò che si va a proporre. E la qualità scaturisce dal talento, non dal budget. Vi sono supporti necessari ed irrinunciabili (buoni impianti in scena, un buon ufficio stampa), ma alla fine la differenza la fanno sempre gli artisti e le loro canzoni. Non vale la pena insistere con la presentazione di bilanci improbabili e con la speranza che vengano finanziati, spesso con qualche leggerezza, come avveniva un tempo. Se non è ancora abbastanza chiara l'antifona, qui cercano di chiudere i rubinetti di tutto ciò che non è sopravvivenza. E il tentare di strappare contributi troppo impegnativi, talvolta con il sostegno di appartenenze politiche disinvolte, significa solo soffocare altre iniziative, andando ad impoverire un patrimonio collettivo già molto in sofferenza. Si può fare ancora molto per la musica indipendente, ma con oculatezza, con cautela, con moderazione e, soprattutto, con onestà intellettuale e consapevolezza dei tempi che viviamo. Se non vogliamo arrenderci completamente al perverso sistema dei talent.

Giorgio Pezzana

Siamo una testata online che si occupa di musica indipendente. E non possiamo nascondere che all'ultimo Festival di Sanremo, a causa di un pasticcio tecnico la cui natura non è ancora stata accertata, la rassegna si è giocata la migliore delle otto “nuove proposte” che erano approdate sul palcoscenico dell'Ariston. Stiamo parlando di Miele, la giovane siciliana presentata dall'etichetta indipendente Maciste Dischi, “scippata” della finale dopo che era stato annunciato il suo passaggio alla serata di sabato in diretta. Polemiche, proteste, regolamenti alla mano, deroghe ipotizzate e non concesse. Insomma, alla fine Miele ha dovuto accettare il “risarcimento” di esibirsi come ospite fuori concorso alla serata di sabato. Non male in quanto a visibilità, ma non sapremo mai se, senza quell'intoppo, avrebbe vinto la gara delle “nuove proposte” dando alla sua carriera artistica una svolta diversa. Di una cosa siamo certi, la sua canzone e la sua interpretazione erano una spanna più in alto delle altre sette proposte giovani del festivalone. Detto questo, la vittoria degli Stadio ci sta tutta perchè la loro era semplicemente la canzone migliore e faceva il paio con quella di Patty Pravo, che infatti si è aggiudicata il premio della critica assegnato dalla sala stampa del teatro Ariston, in memoria di Mia Martini. Giusto l'inabissamento al dodicesimo posto di Elio e le Storie Tese perchè se la provocazione, per quanto sciocca e inutile nell'ambito di quella manifestazione alla quale il gruppo stesso deve la sua notorietà, può risultare divertente una tantum, non deve però diventare un pretesto irridente ed irriverente a cadenza quasi annuale nei confronti di una manifestazione che ha conunque 66 anni di storia alle spalle. Un peccato invece il penultimo posto di Dolcenera che si è eibita con grinta e determinazione ed anche per l'ultimo posto di Irene Fornaciari che con la sua “Blu” ha portato al festival un brano indubbiamente difficile, ma intenso e denso di attualità. Capitolo a parte per Clementino e Rocco Hunt. Quest'ultimo c'è stato chi lo avrebbe voluto vincitore. Ora, al di là del momento fortunato del rap, pensare ad una vittoria di Hunt a Sanremo sarebbe come se vent'anni fa qualcuno avesse potuto pensare alla vittoria dei Pitura Freska solo perchè in quel periodo andava di moda lo ska. Un conto è la dimensione radiofonica, con i suoi target ed i propri obiettivi, altro è il Festival di Sanremo che incontra un pubblico assolutamente eterogeneo, che include una fascia non trascurabile di giovani (ma non di giovanissimi) e che si avvale di un sistema di votazione articolato e complesso, evidentemente assai distante dall'immediatezza di quella tipologia di pubblico al quale guardano i rapper. Ultima annotazione, ma non ultima per importanza. Quest'anno il Festival di Sanremo è riuscito (a fatica) a lasciare fuori dall'uscio la politica e gli ascolti sono stati i migliori degli ultimi undici anni. Sarà un caso? Si è ascoltata davvero tanta musica, come non accadeva da tempo e si sono vissuti momenti straordinari, come quello dell'esibizione di Ezio Bosso. Si è visto qualche nastrino colorato, flebile simbolo di una solidarietà neppure da tutti percepita, ma come ha sottolineato Carlo Conti in occasione dell'ultima conferenza stampa, chi in qualche modo ha ostentato quel simbolo lo ha fatto a titolo personale, senza in alcun modo coinvolgere il Festival come tale. Giusto così. Una rassegna musicale, anzi, la più importante rassegna musicale italiana, non può diventare strumento di propaganda. Lo è stato in passato, in più di una circostanza, spesso sull'onda delle spinte di parte della sala stampa, quella parte che le canzoni non le ha mai ascoltate, a meno che non fossero in qualche modo strumentalizzabili per fini ideologici. C'è da sperare che questo vento sia passato e che ogni cosa torni a collocarsi nel proprio giusto alveo. E che la musica non rinunci più a sè stessa, proprio a cominciare da Sanremo.

Giorgio Pezzana

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Il Commento

MUSICA E ASCOLTO QUALCHE RIFLESSIONE

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Riprendiamo a facciamo nostre queste riflessioni di Saverio Mariani, cantautore e musicista, che ha postato questo scritto nel proprio sito (www.saveriomariani.com). Riguardano l'ascolto della musica, un tema che ci è caro e sul quale ci siamo già avvalsi del parere di altri personaggi che operano nel mondo musicale.

 

Alcune sere fa, a cena con degli amici, è venuta fuori la questione del come sia meglio ascoltare musica. Ho provato a dire la mia, ma in questi giorni ci ho pensato un po', e allora voglio darvi alcune linee guida che - secondo me - vi permetteranno di percepire al meglio tutto quello che la musica trasmette.

1. Come prima cosa: la musica va ascoltata senza fare nient'altro. Non è ascoltare davvero musica mentre si va in macchina, o mentre si legge, o mentre si prepara un ciambellone. La musica va ascoltata da fermi. Meglio con un impianto stereo con due casse, più un sub. Ma anche un buon paio di cuffie non vanno male. (Non gli auricolari, le cuffie!). Io vi consiglio sdraiati sul letto, oppure in poltrona, sorseggiando birra fresca (se è estate), o un tè caldo (se è inverno)!

2. I gruppi, la bands, i cantautori, vanno ascoltati "a disco". Che significa?  Significa che non è possibile capire bene la produzione musicale di una bands se non la si ascolta nel suo complesso. La produzione di un disco è una travagliata storia, per chi scrive e fa musica, e dentro quel disco ci sono cose che - magari - nel disco successivo non ci saranno. Sensazioni, emozioni, situazioni di vita, traumi, felicità... Ad esempio: non si possono mettere sullo stesso identico piano i Pink Floyd di The Dark Side of The Moon del 1973, e poi i Pink Floyd del 1994 con The Division Bell. (Sia chiaro: due capolavori, nel loro genere, affiancati da dischi di un valore assoluto, negli anni!)
Quindi il mio consiglio è: prendete un disco, e lo ascoltate dall'inizio alla fine. Sapendo almeno in che anno è stato registrato, per farvi un'idea del compositore, o dei compositori.

3. Notazione tecnica. Quando ascoltate musica (soprattutto come descritto sopra) provate a fare una cosa: cercate di percepire, nel flusso del suono, ogni strumento. La musica d'insieme è una costruzione mega-galattica di suoni, uno sopra all'altro. Ogni suono perfettamente incastrato con il precedente, il successivo, e quello degli altri. Provate a cogliere questo fondamentale dialogo interno, che c'è in una canzone, ché spesso è migliore del testo e della linea vocale del cantante.

I veri cultori di musica classica amano andare a teatro, a sentire musica dal vivo. Perché?
Non perché fa chic. O forse anche. Ma soprattutto perché il teatro è la riproposizione fisica di quello che vi ho scritto sopra: luogo silenzioso, ideale per la musica (nessun impianto hifi e nessuna cuffia, possono competere con l'acustica del teatro Regio di Torino, ad esempio), e capace di darti quella sensazione di etereo che solo la musica può darti.  Schopenahuer diceva che la musica è la migliore delle arti, perché non ha a che fare con il materiale (come invece la scultura, o la pittura). Si muove nell'aria, ti rimane in testa, e la puoi riprodurre anche vocalmente, in ogni momento.


Saverio Mariani

 

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