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Editoriale

QUANDO SANREMO RICORDA LA DC

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Il Festival di Sanremo ha mille difetti. Li ha da anni, non è una novità. Il primo e forse il più grave, è quello di non riuscire più ad essere rappresentativo di ciò che è o è diventata la musica in Italia. Potrebbe porvi rimedio? Certamente si. Rinunciando però a quei circuiti che sulla musica ci speculano e ci fondano il loro potere. Quindi sbaraccando tutto, compresa la convenzione con il Comune di Sanremo che sulla manifestazione regola i suoi rapporti con albergatori e fiorai della cittadina ligure? Certamente no. Il Festival di Sanremo è un'eccellenza italiana da 66 anni. Prima esportava musica. Ora ne importa forse troppa, anche se quest'anno la presenza di molti artisti italiani tra gli ospiti, fa pensare ad un ravvedimento, che probabilmente la crisi ha reso una necessità più che una scelta. Il Festival di Sanremo è una messa cantata per questo Paese e mi fanno sorridere gli ipocriti, gli snob, gli eccentrici che si aggirano al lavoro e tra gli amici ripetendo “....io il Festival di Sanremo non lo guardo mai...ma per caso mi è capitato di fare zapping e...”. In Italia il Festival di Sanremo lo guardano 11 milioni di spettatori (che salgono ulteriormente nella serata finale), il che rappresenta uno share del 49,7 per cento e, tradotto in dati statistici più leggibili, vuole dire che un italiano su due lo segue. Il vezzo del declamare ad alta voce “io non lo guardo mai”, mi ricorda i tempi in cui c'era chi giurava “...votare la Dc? Io? Mai e poi mai!...”, poi si andava alle urne ed il partito dello scudocrociato prendeva il 38 per cento dei consensi. Quando intrapresi l'avventura di questa rivista, dissi e scrissi che non avremmo parlato del Festival di Sanremo. Fu una stoltaggine perchè il Festival di Sanremo, anche per gli artisti del mondo indipendente, rappresenta una meta, un punto di arrivo, per alcuni un sogno. Non nascondiamocelo. Forse per molti non è amore, ma solo quel mezzo che consentirebbe di raggiungere una vasta notorietà, raccogliendo in tre minuti un pubblico che neppure anni e anni di serate live nei pub di tutt'Italia potrebbero portare. La televisione, lo ricordava simpaticamente anche Enzo Jannacci “...la ga la forsa d'un leun...”. Ed è vero. Anche se poi, senza un percorso artistico illuminato dalla buona sorte (ce ne vuole e ce ne vuole tanta) per un giovane emergente, un'esibizione sotto il fuoco d'artificio dei flash e dei riflettori del teatro Ariston, solo tre giorni dopo potrebbe risultare una sorta di sogno ad occhi aperti sempre più distante dalla realtà. Ma si tratta pur sempre di un'opportunità. E per questo dico che il Festival di Sanremo, per dare voce davvero alle potenzialità musicali italiane, dovrebbe sondare il mondo della musica indipendente, quella vera, non quella che cresce all'ombra delle Accademie o dei Cet e, men che meno, quella che viene alimentata dal mondo di cartone dei talent show. Ci sono rassegne e festival di settore che hanno alle spalle esperienze di decenni, organizzatori di queste manifestazioni che hanno visto passare davanti ai loro occhi talenti veri, chiedendosi perchè mai, quando si arriva alla presentazione dei nomi delle “nuove proposte” del festivalone, quei talenti non ci sono. E spesso al loro posto troneggia incontrastata la mediocrità. Da qui potrebbe iniziare la ricostruzione del festival più amato dagli italiani. Senza rinunciare alla nostra storia ed ai personaggi che l'hanno fatta, perchè certe ironie sugli anni di carriera di Patty Pravo o sull'età pensionabile dei Pooh appartengono al più becero pressapochismo. Quella è gente (oviamente non solo loro) che con le proprie canzoni ha scandito i migliori anni della nostra vita. L'obiettivo semmai dovrebbe essere quello di trovare altre Patty Pravo ed altri Pooh capaci di lasciare un'analoga traccia del loro passaggio tra le generazioni più giovani. Senza dimenticare mai chi questo percorso ha saputo compierlo.

Giorgio Pezzana

 
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Il Festival di Sanremo ha mille difetti. Li ha da anni, non è una novità. Il primo e forse il più grave, è quello di non riuscire più ad essere rappresentativo di ciò che è o è diventata la musica in Italia. Potrebbe porvi rimedio? Certamente si. Rinunciando però a quei circuiti che sulla musica ci speculano e ci fondano il loro potere. Quindi sbaraccando tutto, compresa la convenzione con il Comune di Sanremo che sulla manifestazione regola i suoi rapporti con albergatori e fiorai della cittadina ligure? Certamente no. Il Festival di Sanremo è un'eccellenza italiana da 66 anni. Prima esportava musica. Ora ne importa forse troppa, anche se quest'anno la presenza di molti artisti italiani tra gli ospiti, fa pensare ad un ravvedimento, che probabilmente la crisi ha reso una necessità più che una scelta. Il Festival di Sanremo è una messa cantata per questo Paese e mi fanno sorridere gli ipocriti, gli snob, gli eccentrici che si aggirano al lavoro e tra gli amici ripetendo “....io il Festival di Sanremo non lo guardo mai...ma per caso mi è capitato di fare zapping e...”. In Italia il Festival di Sanremo lo guardano 11 milioni di spettatori (che salgono ulteriormente nella serata finale), il che rappresenta uno share del 49,7 per cento e, tradotto in dati statistici più leggibili, vuole dire che un italiano su due lo segue. Il vezzo del declamare ad alta voce “io non lo guardo mai”, mi ricorda i tempi in cui c'era chi giurava “...votare la Dc? Io? Mai e poi mai!...”, poi si andava alle urne ed il partito dello scudocrociato prendeva il 38 per cento dei consensi. Quando intrapresi l'avventura di questa rivista, dissi e scrissi che non avremmo parlato del Festival di Sanremo. Fu una stoltaggine perchè il Festival di Sanremo, anche per gli artisti del mondo indipendente, rappresenta una meta, un punto di arrivo, per alcuni un sogno. Non nascondiamocelo. Forse per molti non è amore, ma solo quel mezzo che consentirebbe di raggiungere una vasta notorietà, raccogliendo in tre minuti un pubblico che neppure anni e anni di serate live nei pub di tutt'Italia potrebbero portare. La televisione, lo ricordava simpaticamente anche Enzo Jannacci “...la ga la forsa d'un leun...”. Ed è vero. Anche se poi, senza un percorso artistico illuminato dalla buona sorte (ce ne vuole e ce ne vuole tanta) per un giovane emergente, un'esibizione sotto il fuoco d'artificio dei flash e dei riflettori del teatro Ariston, solo tre giorni dopo potrebbe risultare una sorta di sogno ad occhi aperti sempre più distante dalla realtà. Ma si tratta pur sempre di un'opportunità. E per questo dico che il Festival di Sanremo, per dare voce davvero alle potenzialità musicali italiane, dovrebbe sondare il mondo della musica indipendente, quella vera, non quella che cresce all'ombra delle Accademie o dei Cet e, men che meno, quella che viene alimentata dal mondo di cartone dei talent show. Ci sono rassegne e festival di settore che hanno alle spalle esperienze di decenni, organizzatori di queste manifestazioni che hanno visto passare davanti ai loro occhi talenti veri, chiedendosi perchè mai, quando si arriva alla presentazione dei nomi delle “nuove proposte” del festivalone, quei talenti non ci sono. E spesso al loro posto troneggia incontrastata la mediocrità. Da qui potrebbe iniziare la ricostruzione del festival più amato dagli italiani. Senza rinunciare alla nostra storia ed ai personaggi che l'hanno fatta, perchè certe ironie sugli anni di carriera di Patty Pravo o sull'età pensionabile dei Pooh appartengono al più becero pressapochismo. Quella è gente (oviamente non solo loro) che con le proprie canzoni ha scandito i migliori anni della nostra vita. L'obiettivo semmai dovrebbe essere quello di trovare altre Patty Pravo ed altri Pooh capaci di lasciare un'analoga traccia del loro passaggio tra le generazioni più giovani. Senza dimenticare mai chi questo percorso ha saputo compierlo.

Giorgio Pezzana

Un anno fa è uscito il mio album “Il profumo di un’era”. E a distanza di un anno, tratto da quello, ho pubblicato un nuovo singolo. E qualcuno si è sorpreso. Ma come? Dopo un anno dall’uscita dell’album, ancora un singolo tratto dallo stesso cd? Ebbene si, perché, io credo, ci stiamo sempre più pericolosamente allontanando dal concetto di musica intesa come arte. La musica è sempre più considerata un prodotto, una merce. Qualcuno dirà, è ovvio. Per  niente! Può essere ovvio se parliamo di musica prodotta dalle major discografiche, le quali hanno un determinato budget a disposizione, tempi limitati di produzione (e questo perché nel mercato si corre), e tempi limitati di promozione. E badate bene: la loro promozione è breve perché passa da canali ufficiali nazionali radio, tv e stampa. Dopo pochi mesi (che nel loro caso bastano perché certa musica è trasmessa per contratti editoriali nelle radio cento volte al giorno fino a lobotomizzare l'ascoltatore), avanti il prossimo, non si può perdere tempo, l'obiettivo è fatturare. Ci sta, sono delle industrie. E fortunatamente, ogni tanto, ogni mezzo secolo, esce anche qualcosa di buono. Ma le cose cambiano se prendiamo il mondo dell'autoproduzione. Chi si autoproduce innanzitutto non ha un breve periodo di “gestazione”, perché (al di là del budget), deve pensare da solo  a mille cose. Non ci sono art director, non ci sono segretarie, non c'è il tour manager, non c'è insomma la pappa pronta. Un artista che si autoproduce (e lo fa seriamente) ha da dire cose ben chiare, non pensa a cosa possa essere più accattivante sul mercato. Non ne ha bisogno, perché sa a priori che non raggiungerà le vette delle classifiche nazionali. Sceglie la libertà espressiva in tutto e per tutto. Ha solo l'esigenza di mettere a fuoco quello che ha dentro e comunicare. Un artista indipendente pensa alla sua arte, al suo messaggio; scrive, riscrive, fottendosene del giudizio altrui. Io per due anni (e non solo io) mi sono dedicata alla stesura del mio lavoro, ho viaggiato tra Toscana e Lombardia, ho pianto, ho riso, ho studiato, ho anche ascoltato musica lontana dai miei gusti per capire, approfondire, scoprire. È come avessi fatto una sorta di seduta psichiatrica. Dopo la fase di composizione durata un anno e mezzo ho trascorso la fase di produzione/arrangiamenti. Facendo un lavoro certosino insieme a Giovanni Rosina, per trovare la massima espressività di tutte le mie canzoni anche a livello sonoro. E poi... pensa alla grafica, ai video, alle stampe, all'organizzazione dei tuoi live, del tour ecc...Con queste premesse dunque, che io senta l'esigenza di promuovere ancora a lungo il mio album credo sia lecito e naturale. Non ho canali radio nazionali a disposizione, non ho le porte degli studi televisivi aperte, non ho la stampa nazionale ai miei piedi, non riesco quindi in tre mesi a diffondere rapidamente il mio lavoro. E non sono un'artista di fama, il che significa che il mio album non potrà raggiungere un gran numero di ascoltatori in pochi mesi o settimane. Ho bisogno di tempo, perché me la devo cavare con tutti gli strumenti alternativi che possono avere a disposizione per gli artisti di nicchia. Insomma, non promuovo il mio disco per smania di successo o per raggiungere chissà quali fatturati di vendita. E trovo un po' strano che anche nel sottobosco musicale ci siano ancora persone che ragionino in modo “mainstream”. La musica per me non è un supermercato. Sul mio album c'è una data di pubblicazione, ma non c'è una data di scadenza. Le date di scadenze le lascio sui farmaci o sugli alimenti. Fin quando sentirò la necessità di dar voce a questo disco lo farò. Nel momento in cui riterrò che è stato ascoltato e conosciuto in maniera soddisfacente, pubblicherò cose nuove (alle quali lavoro tutti i giorni). Perché dovrei impormi i paletti di un mercato discografico del quale non faccio parte? Nonostante io possa avere alle spalle un percorso di anni e anni e un mio pubblico, per chi non mi conosce rappresenterò sempre una nuova realtà. Ogni giorno mi auguro che si possa tornare presto a godere della musica e della sua essenza, tralasciando pregiudizi, regole e obblighi che nell'arte in generale non dovrebbero esistere. Siamo nell'era del fast food, è vero. ma personalmente preferisco il comodo ed elegante servizio al tavolo, anche se magari più lento.

Amelie

Alessia Arena è una cantattrice diplomatasi in canto lirico presso il Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze. Si è quindi specializzata in musica barocca collaborando con grandi interpreti. Siciliana di origini, toscana d’adozione, opera anche in ambito teatrale. Da alcuni anni si dedica alla musica cantautoriale e lo scorso anno ha pubblicato il cd “A piedi nudi”, omaggio a Rosa Balistreri e alla musica popolare siciliana. Premio Rivelazione 2014 al Festival “Sete Sois Sete Luas”. Lo scorso ottobre ha portato al successo al 17° Biella Festival, ottenendo il premio “Gozzano” di Terzo/Acqui Terme per il miglior testo tra quelli dei 12 finalisti, il brano “La sfinge alla stazione”, scritto da Alessandro Hellmann (musica di Michele Amadori).

 

Non sono poi così lontani i tempi in cui la musica era “fatta in casa” e le nostre cantine degli anni '60 erano animate fino a notte fonda da giovani musicisti dilettanti, un po' proprio come nel '600, con la sola differenza che all'epoca le cantine erano ricchi salotti, i giovani musicisti dal capello lungo erano signorilmente ben imparruccati, e la musica non era, forse?, propriamente rock. Ma in fondo chi non sentendo il celebre basso di passacaglia, “La follia di Spagna”, proposto da Vivaldi o una ciaccona potrebbe direi che non è rock? Lo stesso Pete Townshend, leader degli Who, nota band rock londinese degli anni sessanta, sentendo la ciaccona tratta da “The Gordian Knot Untied" di H. Purcell, noto compositore inglese del '600, ne rimase tanto folgorato da ispirarsi alla sua scrittura musicale in molti dei suoi brani, come nell'intro di "Pinball Wizard" inserito nell'album Tommy (1969). Negli stessi anni anche gli Jethro Tull non poterono resistere alla tentazione di rielaborare in chiave moderna un brano di uno dei piu' noti compositori di epoca barocca, J.S. Bach, una Bourrée tratta dal quinto movimento della suite in mi minore per liuto (BWV 996), ed a questo punto non stupiamoci poi se persino i Genesis sentirono il bisogno di inserire nel loro album Foxtrot “Horizons", una rivisitazione della suite n.1 per violoncello solo di Bach. Tre secoli di distanza e non sentirli, parola dei veri rock men! Nell'epoca barocca, in cui soffiava il vento di fermento culturale sospinto dalla diffusione della carta stampata e dalla consapevolezza che la musica era una arte formativa, una scienza da studiare e di cui dilettarsi insieme, non vi erano certamente batterie e chitarre elettriche da suonare, ma i pizzichi del clavicembalo, i suoni delle viole da gamba, dei liuti e delle tiorbe, il cui sapore, a distanza di quasi tre secoli, è riuscito ad incantare il nostro miglior cantautoriato italiano. Proprio De André, negli anni '60, volle un clavicembalo per incidere la sua  “Il re fa rullare i tamburi”, rielaborazione di un brano di musica antica francese di dubbia origine, per non parlare del “menestrello” Branduardi che, dal 1996  e senza sosta fino ad oggi, ci ha fatto immergere con il suo progetto Futuro Antico in una riproposizione della musica medioevale-rinascimentale che ci potrebbe apparire lontana, ma che in fondo, come ci fa capire il menestrello, lontana non è.  Infine la stessa filosofia musicale di Franco Battiato è attraversata con sapienza da numerosi riferimenti, piu' o meno latenti, alla musica antica ed alle sue figure stilistiche, fino ad arrivare a “Passacaglia”, brano inserito in uno dei suoi ultimi lavori, Apriti sesamo (2012), che è una splendida rivisitazione della “Passacaglia della vita” di Stefano Landi (1587-1639). E' indubbio che il '600 fu uno straordinario secolo di produzione musicale, secolo in cui non vi erano radio, wi-fi e chissà quale altra diavoleria tecnologica, la musica si diffondeva così, nel suo essere “suonata insieme” in bei salotti da musicisti spesso dilettanti, che poi tanto dilettanti alla fine non erano e nulla avevano da invidiare ai professionisti di allora. Ma in fondo, se ci pensiamo bene, negli anni '60 e '70 dalle nostre cantine quanti talentuosi musicisti sono passati? Non tutti sono poi divenuti famosi rock man, ma non per questo non erano certamente sapienti musicisti. La storia dunque si ripete, e tre secoli di storia accorciano così le loro distanze; per cui quando accendiamo la radio drizziamo le orecchie!, perché forse, senza saperlo, stiamo ascoltando musica antica, che poi tanto antica non è.

Alessia Arena

Marzia Stano, in arte “Una”, è stata tra i 12 finalisti di “Sanremo Giovani 2016”. Vale a dire ad un passo dal palcoscenico della prestigiosa e sempre molto discussa, ancorchè  storica, rassegna della canzone italiana. Ma su quel palcoscenico non si esibirà, non ce l’ha fatta per un soffio, direbbe qualche commentatore sportivo. Dopo questa esperienza, le abbiamo chiesto un’impressione “a caldo” e Marzia, come di consueto, ha risposto con grande lucidità.

 

Non ho mai fatto musica per assecondare i gusti e le opinioni della gente, non comincerò di certo  a farlo ora. Così come per anni non mi sono mai interessati i consigli di chi mi sollecitava a percorrere un certo percorso mediatico, allo stesso modo oggi non mi interessa chi può aver pensato sia uno sbaglio averlo intrapreso. La corazza di una gavetta di 10 anni intensi di musica live, dischi autoprodotti, collaborazioni e grandi festival nazionali ed internazionali, mi rendono quella che sono e che sarò sempre, soprattutto se circondata dalla cornicetta di un tubo catodico. La mia scrittura è caratterizzata da contenuti che esisteranno sempre a prescindere dal contenitore. E di questo per fortuna se ne sono accorti tutti. Sanremo Giovani per me è stata un’esperienza meravigliosa e triste allo stesso tempo. Meravigliosa perché è stato bello vedere l’eccitazione della gente intorno, di chi mi segue da sempre e di chi si è affezionato di recente, è stato divertente scegliere i vestiti, fare le prove, cantare difronte a cinque persone che ho sempre e solo visto in tv, conoscere i vissuti degli altri ragazzi e ragazze che condividevano la mia stessa passione ma che hanno avuto percorsi e storie completamente diverse dalla mia, E’ stato bello restare di notte sveglia a pensare a cosa poteva cambiare, succedere, migliorare, discutere con l’etichetta i passi giusti da fare, osservare ogni piccolo dettaglio, conoscere gente che ha lavorato con i grandi della musica italiana come Dalla, Battisti, Patty Pravo. Meravigliosa perché con questa esperienza ho regalato dei momenti di gioia alla mia famiglia, concedendogli l’illusione in due minuti e venti secondi di quello che loro definirebbero “successo”. Triste perché ti accorgi che non è tutto vero, che niente accade per caso e tanta gente che vale spesso resta in panchina senza una vera ragione, o per lo meno una ragione che io riesca a comprendere, a spiegare. Triste perché prendi coscienza di come due minuti e venti di diretta Rai contano  in termini di presa sul pubblico, come due anni di concerti in ogni buco di club italiano, come due dischi e duecento recensioni uscite su tutte le testate web e non solo, e ti arrabbi con la gente che dovrebbe uscire di casa a vedere più concerti, con le radio che non offrono spazi, con  le grosse case discografiche che dicono -Brava! Ma che aspettano che tu salga sul carro dei vincenti prima di pensare di investire su di te. Sicuramente posso dirmi felice di aver vissuto tutte queste emozioni, di aver realizzato nuove consapevolezze perché su di me hanno sortito un effetto positivo, stimolando la mia parte più determinata e che ora intende dimostrare che se ci si crede fino in fondo…si può fare, perché arriva sempre il tempo di raccogliere ciò che si è seminato.

Marzia Stano (Una)

"Se tu fossi nato venti anni prima in questo momento staresti firmando un contratto con noi. Mi dispiace, sei troppo elegante per il mercato di oggi, troppo serio per andare in tv e partecipare a qualche Talent. Noi siamo un'azienda, dobbiamo pensare a vendere!"... Con queste parole, il cantautore napoletano Roberto Michelangelo Giordi, afferma di essere stato “liquidato” da una casa discografica alla quale aveva sottoposto la sua produzione artistica. Sono parole pesanti, perchè sottintendono tante cose. “...troppo elegante per il mercato di oggi....” evidentemente il mercato di oggi si ritiene sia fatto perlopiù da artisti o sedicenti tali a dir poco grossolani. “...troppo serio per andare in tv e partecipare a qualche talent...”, vale a dire che, quella dimensione televisiva sarebbe luogo di abituali frequentazioni per cialtroni e millantatori. Il che, a pensarci bene, per innumerevoli ragioni, ha un fondo di verità, anche se le generalizzazioni sono sempre pericolose, ancorche ingiuste. E' comunque un fatto che i talent in questi anni, poco o nulla hanno prodotto in termini di durata e di spessore. E la qualità di quel poco è spesso molto discutibile. Infine, la chiosa di quel discorso gelidamente imbarazzante: “...noi siamo un'azienda, dobbiamo pensare a vendere!...”. Il che, tradotto in termini più immediati, significa che alla casa discografica in questione, la qualità non interessa, ma interessa il mercato. Un ragionamento condivisibile dal punto di vista rigorosamente commerciale, ma non del tutto comprensibile quando il prodotto che si vende non è un'auto o un elettrodomestico, ma dovrebbe essere un'opera d'arte o, comunque, un prodotto dell'ingegno e della creatività e non della scienza e della tecnica. E' naturale che un'azienda non lavori per rimetterci. Ma sino a quando, soprattutto nel mondo della musica e dell'arte, si continueranno a premiare le brutture, rinunciando ad una più attenta ricerca, nel nome del profitto? Di questo passo, si rischia di rimanere avvolti in una spirale senza fine che solo la musica indipendente potrebbe in qualche modo interrompere. Si, la musica indipendente, perchè sulla mia scrivania come su quelle di tanti altri colleghi, ogni giorno “atterrano” cd e progetti musicali tra i quali si celano, neppure troppo raramente, lavori di spessore artistico ragguardevole. Lavori che la stragrande parte della gente non potrà mai ascoltare. Se le famiglie, la scuola, la radio, la televisione o chissà chi altri, non sono in grado di promuovere ciò che di buono si può trovare ancora oggi nella musica, è difficile aspettarselo da parte di chi la musica e gli artisti li usa per camparci. E quindi, se continuerà a mancare il momento educativo, difficilmente potrà prevalere quella vocazione alla bellezza che potrebbe invertire le tendenze di mercato. Neppure in passato quei momenti ci sono mai stati. Ma era una società diversa, che sapeva ancora sognare. E lottare.

Giorgio Pezzana

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Il Commento

MUSICA USA E GETTA? NO, IO NON CI STO

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Un anno fa è uscito il mio album “Il profumo di un’era”. E a distanza di un anno, tratto da quello, ho pubblicato un nuovo singolo. E qualcuno si è sorpreso. Ma come? Dopo un anno dall’uscita dell’album, ancora un singolo tratto dallo stesso cd? Ebbene si, perché, io credo, ci stiamo sempre più pericolosamente allontanando dal concetto di musica intesa come arte. La musica è sempre più considerata un prodotto, una merce. Qualcuno dirà, è ovvio. Per  niente! Può essere ovvio se parliamo di musica prodotta dalle major discografiche, le quali hanno un determinato budget a disposizione, tempi limitati di produzione (e questo perché nel mercato si corre), e tempi limitati di promozione. E badate bene: la loro promozione è breve perché passa da canali ufficiali nazionali radio, tv e stampa. Dopo pochi mesi (che nel loro caso bastano perché certa musica è trasmessa per contratti editoriali nelle radio cento volte al giorno fino a lobotomizzare l'ascoltatore), avanti il prossimo, non si può perdere tempo, l'obiettivo è fatturare. Ci sta, sono delle industrie. E fortunatamente, ogni tanto, ogni mezzo secolo, esce anche qualcosa di buono. Ma le cose cambiano se prendiamo il mondo dell'autoproduzione. Chi si autoproduce innanzitutto non ha un breve periodo di “gestazione”, perché (al di là del budget), deve pensare da solo  a mille cose. Non ci sono art director, non ci sono segretarie, non c'è il tour manager, non c'è insomma la pappa pronta. Un artista che si autoproduce (e lo fa seriamente) ha da dire cose ben chiare, non pensa a cosa possa essere più accattivante sul mercato. Non ne ha bisogno, perché sa a priori che non raggiungerà le vette delle classifiche nazionali. Sceglie la libertà espressiva in tutto e per tutto. Ha solo l'esigenza di mettere a fuoco quello che ha dentro e comunicare. Un artista indipendente pensa alla sua arte, al suo messaggio; scrive, riscrive, fottendosene del giudizio altrui. Io per due anni (e non solo io) mi sono dedicata alla stesura del mio lavoro, ho viaggiato tra Toscana e Lombardia, ho pianto, ho riso, ho studiato, ho anche ascoltato musica lontana dai miei gusti per capire, approfondire, scoprire. È come avessi fatto una sorta di seduta psichiatrica. Dopo la fase di composizione durata un anno e mezzo ho trascorso la fase di produzione/arrangiamenti. Facendo un lavoro certosino insieme a Giovanni Rosina, per trovare la massima espressività di tutte le mie canzoni anche a livello sonoro. E poi... pensa alla grafica, ai video, alle stampe, all'organizzazione dei tuoi live, del tour ecc...Con queste premesse dunque, che io senta l'esigenza di promuovere ancora a lungo il mio album credo sia lecito e naturale. Non ho canali radio nazionali a disposizione, non ho le porte degli studi televisivi aperte, non ho la stampa nazionale ai miei piedi, non riesco quindi in tre mesi a diffondere rapidamente il mio lavoro. E non sono un'artista di fama, il che significa che il mio album non potrà raggiungere un gran numero di ascoltatori in pochi mesi o settimane. Ho bisogno di tempo, perché me la devo cavare con tutti gli strumenti alternativi che possono avere a disposizione per gli artisti di nicchia. Insomma, non promuovo il mio disco per smania di successo o per raggiungere chissà quali fatturati di vendita. E trovo un po' strano che anche nel sottobosco musicale ci siano ancora persone che ragionino in modo “mainstream”. La musica per me non è un supermercato. Sul mio album c'è una data di pubblicazione, ma non c'è una data di scadenza. Le date di scadenze le lascio sui farmaci o sugli alimenti. Fin quando sentirò la necessità di dar voce a questo disco lo farò. Nel momento in cui riterrò che è stato ascoltato e conosciuto in maniera soddisfacente, pubblicherò cose nuove (alle quali lavoro tutti i giorni). Perché dovrei impormi i paletti di un mercato discografico del quale non faccio parte? Nonostante io possa avere alle spalle un percorso di anni e anni e un mio pubblico, per chi non mi conosce rappresenterò sempre una nuova realtà. Ogni giorno mi auguro che si possa tornare presto a godere della musica e della sua essenza, tralasciando pregiudizi, regole e obblighi che nell'arte in generale non dovrebbero esistere. Siamo nell'era del fast food, è vero. ma personalmente preferisco il comodo ed elegante servizio al tavolo, anche se magari più lento.

Paola Memeo (Amelie)

 

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