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Editoriale

SE LA DEFILIPPI VA AL FESTIVALONE

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Dunque, il fatto che Maria De Filippi andrà ad affiancare Carlo Conti al Festival di Sanremo mi procura un moto di disgusto. E non basta a farlo svanire neppure l'apprendere che lo farà (così ci hanno detto) a zero euro. Questo può accontentare e fors'anche entusiasmare la gente brontolona di questi tempi, quella che si lamenta per i compensi dei politici, dei calciatori, dei cantanti e dei conduttori televisivi e che se viene a sapere che ad uno di questi non verrà elargito alcun cachet, pensa siano risolte tutte le questioni etiche e morali dell'universo. Qui la vicenda è diversa e diverso è questo inciucio tra Rai e Mediaset. Ve ne erano già stati in passato (Mike Bongiorno, Bonolis, Raimondo Vianello e altri) ma qui dietro alle quinte si muove il variegato ed inquietante mondo dei talent. Un mondo che sta saldamente nelle mani di un paio di major discografiche (le uniche rimaste), quello che “usa” la televisione per creare personaggi di cartapesta (visto che quelli veri gli ambienti discografici non li sanno più creare), per poi sfruttarne la notorietà acquisita dal piccolo schermo, capitalizzare l'investimento e buttare nel cesso gli sventurati che, nel frattempo, per qualche mese, hanno avuto l'illusione di essere diventate delle star. Un banchetto ricco, che le reti televisive imbandiscono per ricavarne poi i loro utili. Quelli spettanti ai complici di un malaffare legalizzato che sta uccidendo la musica. Già, perchè non vi nulla di illegale nello sfruttamento delle illusioni di tanti giovani. Né nella produzione discografica che gioca sul fatto che la gente compra ciò che vede, non ciò che ascolta. E non è illegale neppure immaginare che dopo il primo progetto discografico, contrattualmente assicurato al vincitore del talent di turno, non ve ne sarà un secondo perchè l'investimento non avrebbe più la garanzia di essere recuperato, senza il supporto televisivo. Nulla di illegale nel lasciare andare alla deriva, dopo milioni di promesse, giovani che, spesso senza avere mai fatto una serata, si sono ritrovati a dover gestire goffamente un successo sicuramente desiderato, ma per il quale non sono preparati. E che svanisce nel volgere di pochi mesi. Tutto regolare, certo. Anche il fatto che questa genialata che ha il solo scopo di far tirare su qualche (molti) euro a chi la organizza, affossa la musica, mortifica decine di artisti di area indipendente immensamente migliori di quelli dei talent, non contribuisce in alcun modo a creare un solo personaggio che sia davvero destinato a diventare un big (siamo rimasti alla Pausini ed a Ramazzotti). Eppure, Maria De Filippi va a Sanremo al fianco di Conti. L'una sensale di talent che producono il nulla, l'altro direttore artistico del più importante festival della canzone italiana, che da anni quei nulla li spaccia per big. E così facendo consente al cerchio di chiudersi. A questo punto, è evidente che conta davvero poco l'appartenenza all'una o all'altra rete, visto che il tavolo imbandito è lo stesso. E per sedurre i rosiconi individiosi, tiè, la De Filippi non percepirà neppure un euro! Con viva e vibrante soddisfazione, come diceva Crozza imitando Napolitano, del popolino tutto.

Giorgio Pezzana

 
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Dunque, il fatto che Maria De Filippi andrà ad affiancare Carlo Conti al Festival di Sanremo mi procura un moto di disgusto. E non basta a farlo svanire neppure l'apprendere che lo farà (così ci hanno detto) a zero euro. Questo può accontentare e fors'anche entusiasmare la gente brontolona di questi tempi, quella che si lamenta per i compensi dei politici, dei calciatori, dei cantanti e dei conduttori televisivi e che se viene a sapere che ad uno di questi non verrà elargito alcun cachet, pensa siano risolte tutte le questioni etiche e morali dell'universo. Qui la vicenda è diversa e diverso è questo inciucio tra Rai e Mediaset. Ve ne erano già stati in passato (Mike Bongiorno, Bonolis, Raimondo Vianello e altri) ma qui dietro alle quinte si muove il variegato ed inquietante mondo dei talent. Un mondo che sta saldamente nelle mani di un paio di major discografiche (le uniche rimaste), quello che “usa” la televisione per creare personaggi di cartapesta (visto che quelli veri gli ambienti discografici non li sanno più creare), per poi sfruttarne la notorietà acquisita dal piccolo schermo, capitalizzare l'investimento e buttare nel cesso gli sventurati che, nel frattempo, per qualche mese, hanno avuto l'illusione di essere diventate delle star. Un banchetto ricco, che le reti televisive imbandiscono per ricavarne poi i loro utili. Quelli spettanti ai complici di un malaffare legalizzato che sta uccidendo la musica. Già, perchè non vi nulla di illegale nello sfruttamento delle illusioni di tanti giovani. Né nella produzione discografica che gioca sul fatto che la gente compra ciò che vede, non ciò che ascolta. E non è illegale neppure immaginare che dopo il primo progetto discografico, contrattualmente assicurato al vincitore del talent di turno, non ve ne sarà un secondo perchè l'investimento non avrebbe più la garanzia di essere recuperato, senza il supporto televisivo. Nulla di illegale nel lasciare andare alla deriva, dopo milioni di promesse, giovani che, spesso senza avere mai fatto una serata, si sono ritrovati a dover gestire goffamente un successo sicuramente desiderato, ma per il quale non sono preparati. E che svanisce nel volgere di pochi mesi. Tutto regolare, certo. Anche il fatto che questa genialata che ha il solo scopo di far tirare su qualche (molti) euro a chi la organizza, affossa la musica, mortifica decine di artisti di area indipendente immensamente migliori di quelli dei talent, non contribuisce in alcun modo a creare un solo personaggio che sia davvero destinato a diventare un big (siamo rimasti alla Pausini ed a Ramazzotti). Eppure, Maria De Filippi va a Sanremo al fianco di Conti. L'una sensale di talent che producono il nulla, l'altro direttore artistico del più importante festival della canzone italiana, che da anni quei nulla li spaccia per big. E così facendo consente al cerchio di chiudersi. A questo punto, è evidente che conta davvero poco l'appartenenza all'una o all'altra rete, visto che il tavolo imbandito è lo stesso. E per sedurre i rosiconi individiosi, tiè, la De Filippi non percepirà neppure un euro! Con viva e vibrante soddisfazione, come diceva Crozza imitando Napolitano, del popolino tutto.

Giorgio Pezzana

Per il direttore artistico dimissionario del Club Tenco, Enrico De Angelis, lo dico con molta sincerità, non ho mai provato alcuna simpatia. Un paio di colloqui telefonici pochi anni dopo l'inizio del suo mandato, mi furono sufficienti per capire che tra noi non ci sarebbero stati, né allora nè mai, margini per un dialogo sereno. Ma le motivazioni che De Angelis oggi adduce, nel momento in cui decide di lasciare un incarico che ha ricoperto per due decenni, fanno riflettere e gli fanno onore. Scrive: “Probabilmente anche per età e per nostalgia, mi sento troppo legato alle radici, alla storia, allo spirito originario del Club, che è quello di un nobile dilettantismo...”.Una dimensione, quella del “nobile dilettantismo”, che nella musica, ma non solo in quella, ormai da un po' di anni, ha perso ogni connotazione di nobiltà, lasciando purtroppo spazi incommensurabili al solo dilettantismo, nel senso più deleterio del termine. Chi comincia ad avere qualche capello bianco, soffre in modo talvolta stridente questa condizione, perlopiù scandita da tempi in cui si è vieppiù smarrito il senso della vergogna e da tecnologie galoppanti che hanno spalancato e spalancano porte e finestre a tante, troppe sedicenze ed a poche, pochissime realtà. Scrive ancora De Angelis: “...ha vinto in me la preoccupazione che, in maniera più o meno chiara, invadenze istituzionali e coinvolgimenti in attività lavorative sistematiche che potrebbero presentare interessi in conflitto con il Tenco, appartengano oggi agli orientamenti almeno di una parte dei componenti dirigenziali del Club...”. Ed anche queste parole sono lo specchio dell'imbruttimento di un'epoca.Tempi in cui le istituzioni con le quali si dialoga ogni giorno per mantenere in vita manifestazioni di prestigio, tendono con sempre maggiore frequenza alla circonvenzione di appassionati per affidar loro, in cambio di pochi denari, compiti che non sanno più come assolvere, pur avendone il mandato e l'oggettiva responsabilità. E che dire poi di chi del ricordo di Tenco vorrebbe farne un mestiere? Così come accade con tutti quei festival che, non avendo la risonanza e la storia del Tenco, provano a sbarcare il lunario cercando di ricavare utili dalle tasse di iscrizione imposte ai partecipanti, una vera e propria tassa sui sogni, che per qualcuno rappresenta però un profitto. Se a ciò aggiungiamo poi che una recente indagine sulle parole ricorrenti in circuitazione su internet ha visto in pochissimi anni precipitare vistosamente la digitazione del termine “cantautore”, davvero gli interrogativi si fanno pressanti e le parole di De Angelis assumono contorni ancor più leggibili e definiti. Forse questo direttore artistico del “Tenco” non è sempre stato un simbolo di cortesia e di umiltà (come quando trascurava la non trascurabile questione della rassegna da lui diretta che andava in onda nei circuiti Rai solo perchè parte di un accordo che garantiva alla tv di Stato l'esclusiva sul Festival di Sanremo), ma lascia da galantuomo e con encomiabile lucidità. E di questo dobbiamo dargli atto.

Giorgio Pezzana

Le chiamano “webstar”. Sono degli aspiranti cantanti e musicisti che postano su Youtube i loro “prodotti” e dopo qualche tempo si accorgono che ad avere ascoltato i loro brani e visto i loro video sono stati tanti. E quando sono più di tanti, cioè moltissimi, ecco che nascono le webstar. Niente dischi, niente tv, sino a quel momento niente serate (o qualche seratina al pub cambio birra e pizza margherita). Poi nascono i Fabio Rovazzi con canzonacce come “Andiamo a comandare”, che però divengono “tormentoni” stagionali e poi vanno a vincere il disco d'oro e quello di platino. Si perchè, a quel punto, non è più pensabile non fare un disco. Perchè la casa discografica di turno, che non ha nessunissimo merito da rivendicare per il successo di questo o quel personaggio, in realtà segue la scia del web e con la tecnica dello squalo si avventa sulla preda quando ritiene sia giunto il momento giusto per farlo. In questo caso a trarne giovamento è anche la preda. E per i discografici il successo è garantito, perchè di fatto quel personaggio il successo se lo è già costruito da solo. Se si pensasse per qualche istante a quali artisti andavano i dischi d'oro e di platino solo sino ad un paio di decine di anni or sono, ci sarebbe da chiudere tutto e dedicarsi alla cunicoltura. Ma tant'è. E qui si apre un contenzioso importante perchè, diciamocelo con franchezza, a mettere in dubbio i successi che scaturiscono dal web, tra le generazioni più giovani, si passa in un nulla da retrogradi disarmanti ed irrecuperabili. Ma, il gridare al miracolo ascoltando i Rovazzi, viene però francamente difficile ed anche imbarazzante. Perchè in quel giovanotto con i baffetti, che è il primo ad essere rimasto sorpreso e travolto dal successo, di miracoloso non c'è proprio nulla, neppure l'aspetto, che è quanto di meno telegenico si possa immaginare. Ma è importante? O meglio, è ancora importante questo? Un tempo le case discografiche serie sottoponevano gli artisti da lanciare (scoperti dai talent scout e non dai click su Youtube) a prove telegeniche. Perchè il lancio di un artista poteva contemplare anche l'ipotesi di qualche spot pubblicitario e l'auspicio di qualche passaggio televisivo. Ma siamo all'archeologia e quindi, guardiamo avanti. Che significa la creazione di una webstar? Significa riversare su di un personaggio, senza filtri e senza l'induzione del condizionamento televisivo, tali e tanti segnali di gradimento tanto da farne, appunto, una star. Quanto può durare una webstar? Probabilmente lo spazio di una stagione. Perchè il ricambio è incessante e le pretendenti webstar che compaiono in rete sono innumerevoli ogni giorno. E poi il pubblico dei giovanissimi si annoia in tempi brevi, viene dalla cultura dell'usa e getta, non cerca sussulti emotivi duraturi, ma piuttosto il divertimento, la novità, la sorpresa momentanea da “godere” per qualche istante per poi riprendere la ricerca. Per questo non nascono più personaggi veri. Per questo le copertine delle riviste gossippare presentano quasi sempre illustri semisconosciuti destinati ad un rapido oblio, ma presentati come vip. Per questo la musica rischia di andare incontro ad una repentina interruzione della propria storia. Un percorso già intrapreso, con il grande inganno dei talent, il fenomeno delle webstar e la morte ormai definitiva di quei programmi musicali che un tempo costellavano radio e tv e scandivano le stagioni. Cercasi ottimisti in grado di confutare queste cupe previsioni.

Giorgio Pezzana

Negli anni '60 la musica italiana si giocò una vera cinquina vincente di artiste, che sono state poi per tutti noi un vero ponte culturale con l'Europa e i loro poeti: Milva, Ornella Vanoni, Patty Pravo, Mina, Iva Zanicchi. L'elemento caratterizzante di queste artiste fu l'espressione vocale accompagnata a quella gestuale. Dopo anni dunque di voci spiegate al vento ecco giungere parole sussurrate, mani che disegnano concetti nell'immaginario del pubblico, occhi che raccontano storie. Questa rivoluzione espressiva musicale fu immortalata attraverso una scatola, entrata allora da pochissimi anni nelle case e nei bar degli italiani, la tv. Possiamo affermare che fu proprio quella scatola, che finalmente permetteva agli artisti di riappropriarsi del proprio corpo, ad indurre in essi un cambiamento di approccio alla loro espressione musicale? Francamente non credo! Se andiamo alla ricerca del filo rouge che lega le nostre cinque fuoriclasse, ne troveremo il capo nel teatro e nelle importanti collaborazioni con poeti-musici stranieri. La storia è poi fatta di intrecci e congiunzioni trasversali e forse non è un caso che la tv in Italia, con il suo esordio nel 1954, si diffuse a macchia d'olio sul territorio nazionale intorno al 1956, anno della morte di Brecht di cui di lì a poco Milva sarebbe diventata straordinaria interprete grazie a Strehler. Ma Milva non fu la sola a uscire dal tempio teatrale di Milano, arrivò poi anche Ornella Vanoni, collaboratrice del grande poeta Vinicius de Moraes, con cui la stessa Patty Pravo duetto'; e non va certo dimenticata poi la collaborazione di Iva Zanicchi con il compositore Theodōrakīs. La rivoluzione espressiva di tali artiste non fu dunque a mio avviso un semplice effetto indotto dalla scatola tv, o per meglio dire dalla necessità per tali artiste di dover “superare” una sconosciuta macchina da presa per poter arrivare al grande pubblico a casa, bensì fu fortemente guidata dall'impellenza artistica di dover comunicare un testo letterario. E' lecito pensare che se nel 1954 quella scatola non fosse entrata nelle nostre case tale processo di evoluzione espressiva artistica, in quanto processo culturale, non si sarebbe comunque arrestato, ma avrebbe continuato ad animare i teatri ed i caffè letterari da cui era emerso. Una politica culturale nella programmazione televisiva degli anni '60 ha poi consentito dunque un processo di diffusione ed amplificazione di ciò che stava fermentando. La “distorsione”, avvenuta negli ultimi anni, della immagine Musica in tv attraverso la trasmissione di concerti da stadio in delirio, e dunque anche dei concetti in essa racchiusi, ha fatto sì che oggi per ritrovare poesia in musica siamo costretti nuovamente a frugare nei club, circoli letterari e teatri. La questione non è dunque riscoprire o reclamare ciò che oggi è ritenuto vintage, ma prendere atto che quella scatola è un registratore di ciò che siamo, ma non un vincolo alla musica che facciamo.

Alessia Arena

Qualcuno in questi giorni si è chiesto se abbiano ancora senso i concorsi musicali che si svolgono nell'arco dell'anno in diverse località italiane. Domanda legittima che verte su di un discorso che dovrebbe però essere ampliato e completato. Innanzitutto, una considerazione: da tempo ci stiamo dicendo che i talent uccidono la musica e quindi dovrebbero essere soppressi (ma ci vorrebbe una ricetta un po' più convincente di quella di chi ha scritto “non guardateli”), se però ora ci poniamo anche degli interrogativi sull'utilità dei concorsi, con l'implicito sottinteso che anche questi potrebbero risultare rinunciabilissimi, che cosa rimarrebbe? Delle due l'una: o ci rassegniamo definitivamente ad ammettere che la musica in Italia è davvero finita, rifacendoci al titolo di un interessante libro di Mario Bonanno, oppure ci convinciamo che oltre al rap c'è ancora qualcosa da dire e che questo qualcosa necessita di spazi e di ascolto. Ed i concorsi sono rimasti gli unici spazi reali di ascolto. Il problema semmai è l'incapacità di questi festival di fare rete, di comunicare e di collaborare. Quando accade non è la musica a farla da protagonista, ma le appartenenze. Per essere più chiari, quelle politiche. Chi si occupa di musica sa di che cosa stiamo parlando e non è il caso di elencare in questo contesto nomi e circostanze. In Italia vi sono festival e rassegne dedicati ad ogni genere musicale. Ve ne sono troppi? Forse si. Offrono poco o nulla? Forse non è vero. Certo, i concorsi a circuitazione chiusa, che offrono ai vincitori borse di studio spendibili per la partecipazione a corsi di formazione tenuti da sodalizi musicali il cui responsabile è quasi sempre presidente di giuria del concorso che assegna il premio, qualche sospetto lo dovrebbero alimentare. Gli organizzatori di concorsi che chiedono tasse di iscrizione ai partecipanti perchè con i concorsi ci vogliono campare, forse non sono esattamente un esempio di trasparenza. I concorsi a dimensione locale, privi dell'ormai indispensabile supporto di una comunicazione diffusa, lasciano il tempo che trovano. Ma ci sono, al di là di questi esempi, concorsi di primissimo piano ove è possibile ravvisare un livello qualitativo molto elevato, a dimensione nazionale e taluni anche con qualche porta aperta su orizzonti internazionali. E questi sono i festival che hanno una ragione di esistere. Sono le rassegne che non trasformeranno forse mai uno sconosciuto in un big (queste ormai sono operazioni che stenta a realizzare anche la televisione), ma che garantiscono a chi vi partecipa l'ascolto di chi nella musica ci vive, un pubblico quasi sempre attento, la possibilità di arricchire il proprio curriculum artistico e riconoscimenti in qualche modo significativi dal punto di vista della visibilità e della comunicazione. All'artista si dovrebbe semmai richiedere, oltre ad un bel progetto, quel sufficiente senso critico che lo induca ad avvicinarsi soltanto a chi vive nella musica per la musica e non per una bandiera, qualunque essa sia. Diffidando di chi (giornalisti compresi) ama fare citazioni di buoni festival, salvo poi scoprire che di quei festival sono parte delle giurie e quindi in qualche modo sentono gratificata la loro professionalità (nutrendo sensi di riconoscenza). Questi circoli viziosi fanno male alla musica. Più dei talent. Più dei (forse) troppi concorsi.

Giorgio Pezzana

 

Riceviamo da Veronica MyValuée, in merito ai contenuti di questo editoriale:

"Ho letto il tuo pensiero e mi permetto di aggiungere che molti fra coloro che si occupano dei concorsi musicali, molti fra coloro che scrivono di musica non riescono ad andare oltre il proprio gusto musicale, oltre al nome che gira da anni fra i concorsi, oltre al nome del momento preferito dai vari "giornalisti musicali". Chi davvero oggi ha davvero voglia di ascoltare una canzone senza pregiudizi? Io ne conosco poche di persone che non si fanno influenzare dal proprio gusto, gente che riesce ad andare oltre il pregiudizio tra generi di serie A e generi di serie B. Sai quante recensioni leggo che sono il copia e incolla del comunicato stampa? Anche ai concorsi: sai a quante vittorie scontate ho assistito? E la scontatezza non riguardava la bravura di chi ha vinto, semmai i soliti criteri di giudizio: nome già conosciuto tra i concorsi, genere apprezzato dalla giuria, giuria spesso composta dai soliti 4 anziani di turno che pensano che sia già stato tutto scritto e non hanno voglia di ascoltare cose nuove, cose che vadano al di là del solito cantautore con la chitarrina.

 

Risponde Giorgio Pezzana:
"Hai ragione, accade spesso quello che tu dici. Con una sola attenuante della quale mi vorrai dare atto: il gusto personale è un qualcosa di insindacabile perchè non è una scelta, ma un qualcosa che vive in te e che è il frutto delle tue esperienze, della tua cultura (o non cultura) del tuo "sentire" e della tua sensibilità. Io sono solito ripetere comunque agli artisti che recensiamo sulla nostra rivista, che nessun giudizio può avere una valenza "universale". Io oggi posso dire male del tuo lavoro, ma domattina un collega che ascolta esattamente la stessa canzone, può trovarla entusiasmante. E abbiamo ragione entrambi. Sulla questione delle recensioni che sono il copia-incolla dei comunicati degli uffici stampa, concordo, ma ti assicuro che sulla nostra rivista non accade e non accadrà. Purtroppo ci sono colleghi che dimenticano spesso la dignità di questa professione. E sui concorsi, si, mi accorgo spesso che in alcuni ambiti esistono "frequentazioni" consuete e consolidate, che rendono consuete e consolidate anche certe "amicizie" (o appartenenze).E' anche per queste ragioni che il mondo della musica italiana sta boccheggiando. Proviamo, almeno, a dire al mondo che ce ne stiamo accorgendo e che ne conosciamo, in parte, le ragioni".

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Il Commento

CONTRADDIZIONI DI UN SANREMO CON I FALSI "BIG"

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Ventidue “big” in gara alla prossima edizione del Festival di Sanremo che prenderà il via il 7 febbraio dal teatro Ariston della cittadina ligure più nota nel mondo. Carlo Conti quest'anno ha voluto annunciarli in prima serata, anche se per il 90 per cento dei nomi aveva già provveduto internet. Dunque, ventidue big. Già, solo che dopo Al Bano, Michele Zarrillo (che rischia di diventare il Christian di baudiana memoria), Paola Turci, Fiorella Mannoia, Ron, Gigi D'Alessio e Marco Masini gli altri 15 chi sono? Ah si, Fabrizio Moro, un deja vu poi desaparecido; eh certo, Giusy Ferreri, Chiara e Bianca Atzei, che paiono già fuori dai giochi ancor prima di essere decollate. E poi? Nesli e Alice Paba, Michele Bravi, Raige e Giulia Luzi, Ermal Meta, Lodovica Comello, Clementino...Verifichiamo due volte gli elenchi sperando di avere inserito anche i nomi delle nuove proposte ma...no, sono proprio tutti “big”. Piovono sul palcoscenico dell'Ariston da ogni dove, dai talent, da fugaci apparizioni, da rispescaggi pietosi (ufficiosamente si era parlato anche di Andrea Carta e Francesco Renga) per una settimana calcheranno il palcoscenico più ambito d'Italia, per poi tornare ai loro silenzi. E se a vincere saranno Al Bano o Ron ci sarà chi scriverà che ha trionfato il solito vecchiume. Mentre nella serata di presentazione dei nomi, un collega giornalista in prima fila ha parlato con fare colto di scelte coraggiose ed aperture ai giovani, non accorgendosi di cadere in una clamorosa contraddizione perchè, delle due l'una: o il Festival di Sanremo rinuncia definitivamente alle due sezioni e così facendo non vive più l'obbligo della separazione tra “big” e “nuove proposte”, oppure torna a darsi un contegno ed a far sì che i “big” siano “big” davvero e le “nuove proposte” vivano con fiduciosa speranza il loro ruolo, anche se hanno vinto la coppa del nonno ad Amici o a Xfactor.

G. Pe.

 

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