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Editoriale

INDIE E CULTURA DELLA COMPLESSITA'

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Mi è stato chiesto di esporre il mio punto di vista sulla scena musicale indipendente italiana in qualità di autore, compositore e arrangiatore. Una posizione che trovo lusinghiera sebbene abbastanza scomoda, vista la lateralità del mio progetto. Preferisco quindi parlare del mio ideale di "canzone", che già di per sè è un punto di vista schierato. Per un buon brano, innanzitutto, credo si debba sudare tanto e avere il coraggio di essere spietati con sè stessi. La geometria della lingua inglese, i rimbalzi sensuali e aggressivi nelle consonanti, la sua fluidità, hanno per forza di cose creato archetipi di riferimento inconsci in chiunque si cimenti con la musica "leggera" in lingua madre. La lingua italiana, nonostante la sua ricchezza di rimandi, di vocaboli e di giochi di parole, è schiava delle vocali che addolciscono anche la parola più aggressiva e moderna, se non ben utilizzata. Sui tappeti sonori dell'immaginario anglosassone o black (blues, rock, funky, electro, jazz, ecc...), il contrasto, il confronto con la nostra lingua è spesso impietoso. Ed è giusto che lo sia. Perché stiamo tentando, inutile nascondercelo, una forzatura stilistica. Questa forzatura, se non la si porta fino in fondo, se ci si accontenta della prima rima, o se si cerca di comprimere parole o frasi troppo lunghe in geometrie brevi, genera banalità o fastidio, o peggio ancora, trattati supponenti, pseudo intellettuali cacciati dentro a viva forza su strutture che non li contengono. L'unico modo per vincere la sfida è lottare con ogni singola sillaba, assonanza, articolo, consonante, possibilmente rispettando l'Italiano scritto e il messaggio generale del brano, che deve sempre emergere originale. Un lavoro di dettaglio, ma anche di regia complessiva. Questo tipo di scrittura, veicolato dalla scorrevolezza obbligatoria che richiede la musica "leggera", rende l'impresa davvero ardua, ma una volta scalata la vetta, si vedrà la differenza. La si vedrà negli anni. Una canzone cesellata con cura e sacrificio durerà nel tempo. Spesso, però, quando ci si riesce (e questo è un fenomeno tutto italiano), si tende a vestirla di un accompagnamento musicale ai limiti del superficiale, in virtù del fatto che il testo deve spiccare indisturbato. Io sono fermamente contrario a questa scorciatoia, anche di molte band indie-saccenti, di barbuti filosofi in acustico, o paladini del reading, che spacciano per "alternativa" una musica clonata pari pari dal caro vecchio rock elementare (che non si sbaglia mai...), in tutte le sue declinazioni e cliche. Quello che non trovo nella buona musica italiana, insomma, è la pari complessità e dignità musicale, negli accordi, negli arrangiamenti e nella ricerca sonora. Questa è a mio avviso la grande differenza con molte produzioni internazionali. Non mi riferisco alla complessità nell'esecuzione: di virtuosismo e tecnica ce n'è fin troppa, spesso a discapito di gusto e idee. In mancanza di soluzioni nuove, oggi, si delega all'arrangiamento "vintage" anni '60-'70'-80' l'illusione di una dimensione originale e internazionale. Quasi nessuno accetta la sfida di rendere stratificata una canzone ad entrambi i livelli, tra poesia, bella scrittura, ricerca sonora, armonie e sound. Uno dei limiti della scena alternativa italiana, credo, sia stato quello di nascondersi troppo dietro un minimalismo di facciata, spacciato per sintesi voluta, laddove magari scarseggiavano le idee. Ecco, credo che oggi essere coraggiosi in Italia, in musica e in ogni altro campo, voglia dire saper affrontare di nuovo la cultura della complessità, senza paura di annoiare, e una buona volta fare la pace con l'elettronica, ad esempio, unica vera fonte "alternativa" e rinnovabile di suono, ingrediente base di ogni vero passo in avanti, da almeno vent'anni.
Alessandro Zannier (Ottodix)
 
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Mi è stato chiesto di esporre il mio punto di vista sulla scena musicale indipendente italiana in qualità di autore, compositore e arrangiatore. Una posizione che trovo lusinghiera sebbene abbastanza scomoda, vista la lateralità del mio progetto. Preferisco quindi parlare del mio ideale di "canzone", che già di per sè è un punto di vista schierato. Per un buon brano, innanzitutto, credo si debba sudare tanto e avere il coraggio di essere spietati con sè stessi. La geometria della lingua inglese, i rimbalzi sensuali e aggressivi nelle consonanti, la sua fluidità, hanno per forza di cose creato archetipi di riferimento inconsci in chiunque si cimenti con la musica "leggera" in lingua madre. La lingua italiana, nonostante la sua ricchezza di rimandi, di vocaboli e di giochi di parole, è schiava delle vocali che addolciscono anche la parola più aggressiva e moderna, se non ben utilizzata. Sui tappeti sonori dell'immaginario anglosassone o black (blues, rock, funky, electro, jazz, ecc...), il contrasto, il confronto con la nostra lingua è spesso impietoso. Ed è giusto che lo sia. Perché stiamo tentando, inutile nascondercelo, una forzatura stilistica. Questa forzatura, se non la si porta fino in fondo, se ci si accontenta della prima rima, o se si cerca di comprimere parole o frasi troppo lunghe in geometrie brevi, genera banalità o fastidio, o peggio ancora, trattati supponenti, pseudo intellettuali cacciati dentro a viva forza su strutture che non li contengono. L'unico modo per vincere la sfida è lottare con ogni singola sillaba, assonanza, articolo, consonante, possibilmente rispettando l'Italiano scritto e il messaggio generale del brano, che deve sempre emergere originale. Un lavoro di dettaglio, ma anche di regia complessiva. Questo tipo di scrittura, veicolato dalla scorrevolezza obbligatoria che richiede la musica "leggera", rende l'impresa davvero ardua, ma una volta scalata la vetta, si vedrà la differenza. La si vedrà negli anni. Una canzone cesellata con cura e sacrificio durerà nel tempo. Spesso, però, quando ci si riesce (e questo è un fenomeno tutto italiano), si tende a vestirla di un accompagnamento musicale ai limiti del superficiale, in virtù del fatto che il testo deve spiccare indisturbato. Io sono fermamente contrario a questa scorciatoia, anche di molte band indie-saccenti, di barbuti filosofi in acustico, o paladini del reading, che spacciano per "alternativa" una musica clonata pari pari dal caro vecchio rock elementare (che non si sbaglia mai...), in tutte le sue declinazioni e cliche. Quello che non trovo nella buona musica italiana, insomma, è la pari complessità e dignità musicale, negli accordi, negli arrangiamenti e nella ricerca sonora. Questa è a mio avviso la grande differenza con molte produzioni internazionali. Non mi riferisco alla complessità nell'esecuzione: di virtuosismo e tecnica ce n'è fin troppa, spesso a discapito di gusto e idee. In mancanza di soluzioni nuove, oggi, si delega all'arrangiamento "vintage" anni '60-'70'-80' l'illusione di una dimensione originale e internazionale. Quasi nessuno accetta la sfida di rendere stratificata una canzone ad entrambi i livelli, tra poesia, bella scrittura, ricerca sonora, armonie e sound. Uno dei limiti della scena alternativa italiana, credo, sia stato quello di nascondersi troppo dietro un minimalismo di facciata, spacciato per sintesi voluta, laddove magari scarseggiavano le idee. Ecco, credo che oggi essere coraggiosi in Italia, in musica e in ogni altro campo, voglia dire saper affrontare di nuovo la cultura della complessità, senza paura di annoiare, e una buona volta fare la pace con l'elettronica, ad esempio, unica vera fonte "alternativa" e rinnovabile di suono, ingrediente base di ogni vero passo in avanti, da almeno vent'anni.
Alessandro Zannier (Ottodix)

Facciamo nostra questa provocazione che Lorenzo Tempestini ha redatto per “Pratosfera”. I quesiti che emergono dalla lettura di questo articolo sono tutti assolutamente concreti. E spesso le risposte che ne scaturiscono sono banalmente prive di motivazioni reali (o comunque certo non all'insegna di un divertimento sano) frutto più di interessi di bottega che non di effettive esigenze temporali e logistiche.

Cominciamo tardi perché fino alle 23 non arriva nessuno”: ma perché? Che pubblico frequenta la musica live? Un gruppo di vampiri? Perché i concerti nei locali e nei club iniziano sempre più tardi sia nel fine settimana che durante i giorni feriali? A che pro? Si fa gara a chi arriva più tardi, chi arriva presto è uno sfigato (o molto spesso rimane fuori per ore intere). Prima di arrivare in un locale a sentire un concerto si va in un altro posto a fare una bevuta, tanto il locale x o y non è ancora aperto. Ma è davvero un vantaggio per i locali, sempre più pressati da spese, burocrazia e rapporti col vicinato, coltivare questo “vizio”? Siamo stanchi degli eventi facebook “inizio serata alle 22” e poi fino alle 23 il locale non apre nemmeno le porte, lasciando in stagione invernale pure la gente al freddo e al gelo. Una politica per giovani studenti universitari, ovvero persone a cui poco importa se finisce tutto in piena notte, che sia martedì o sabato. La fetta di pubblico tra l’altro con meno soldi in tasca, se ci si pensa bene. Il lavoratore medio: quello che la mattina alle 8,30 la mattina dopo deve essere in ufficio è colui che si dovrebbe prendere a misura per le serate live, forse. O comunque anche un giovane studente che non ha voglia il mercoledì sera di fare per forza le due di notte per ascoltarsi la sua band preferita. Non è una questione “da vecchi” proporre di iniziare prima i concerti, è una questione di rispetto. Anche i musicisti escono penalizzati da questo discorso: indipendentemente dal cachet i signori musicanti si trovano spesso un pubblico composto o da dormienti o da ubriachi molesti che sono alla quarta bevuta “in attesa” o ancora da persone che fissano l’orologio pensando alla sveglia del mattino dopo. E invece no, ci si trova di giovedì sera alle 23,30 ad aspettare che qualche essere umano salga sul palco. Di chi è la colpa? Perché nel resto dell’Europa non c’è questo problema? E se tutti i proprietari di locali iniziassero a dire: “si inizia a questa ora, tassativamente”. A forza di perdersi l’inizio dei concerti la clientela prima o poi si adeguerebbe. La nostra vuole essere una provocazione: un modo per riflettere insieme della questione e magari intavolare una discussione, almeno su Prato. Perché tanto le 4 di notte si trova comunque il modo di farle comunque: del resto non siamo né in Trentino dove si cena alle 17.30 né a Siviglia dove prendono l’ammazzacaffè alle 3 di notte. Non è una questione “da vecchi” proporre di iniziare prima i concerti, è una questione di rispetto.

Lorenzo Tempestini

Durante una conferenza stampa sanremese il conduttore Carlo Conti ha difeso le canzoni scelte, ma ha confessato: “L’unica cosa su cui forse ho sbagliato è la mancanza di musica indie”. Possiamo davvero credere che per il prossimo anno (immaginando un Conti-bis, visti gli ottimi risultati e nonostante la sua attuale riottosità) ci sia un’apertura in questo senso? E come realizzare tutto ciò senza scontentare inserzionisti pubblicitari, major e lobby?  Per la sezione “nuove proposte” è già in cantiere un talent (ovviamente su Rai Uno) per scegliere gli otto giovani emergenti. Conti ha dimostrato coraggio, almeno nella decisione di inserire proprio i giovani nel prime-time. Ora si renderebbe necessario un ulteriore colpo di reni per ridefinire anche il concetto di musica italiana del quale il Festival è promotore. In questo senso Fazio aveva iniziato l’inserimento di rappresentanti della musica alternativa con gli Almamegretta e Riccardo Sinigallia (per citarne un paio). Conti saprà proseguire su quel percorso interrottosi dopo l’interruzione (ma i buoni propositi) di quest’anno? Con i big toccherà “nervi scoperti”, ma il tempo sembra maturo (grazie alla maggior fruizione di musica “altra” portata da internet). Tanto più che se rimanesse il format di questa edizione ci sarebbero 20 posti da colmare.A questo punto, formulo una proposta ufficiale a Conti: dstinaree sedici posti ai “soliti noti” (comprese le etichette discografiche considerate Indipendenti, ma che in realtà hanno un peso specifico diverso dalle indipendenti vere e proprie) e riservare gli altri quattro posti a personaggi di spicco del mondo “indie”, quindi non supportati da grosse etichette. Non sarà difficile trovare quattro progetti adatti a Sanremo, tanto è ricco il mondo “indie” di proposte fruibili anche dal grande pubblico. O, in alternativa, ed andando a premiare il lavoro di altre realtà, per semplificare il lavoro si potrebbe “garantire” l’accesso al festivalone ai vincitori di rassegne dedicate alla musica indipendente di ormai consolidata e provata esperienza. Ci proviamo?

Antonella Gucci


"Questa non è una festa ma neanche un funerale: è un riconoscersi in un'idea, è onorare lo spirito che ci accomuna e ci fa vivere ..."  così esordivo dopo la chiusura di DEMO al Lian Club di Roma il 20 gennaio 2014 durante il primo incontro musicale con alcuni degli artisti romani a cui ero particolarmente legato. Una serata con musica e birra tra amici a cui era stata fatta una puttanata. Una serata seguita da altre a Torino, Udine, Bari, Palermo e Napoli, tutte uniche, tutte affettuose e tutte percorse dal rivolo della nostalgia. DEMO era arrivato al suo dodicesimo anno di messa in onda (2002/2014). Era ascoltato da migliaia di persone, soprattutto giovani (ma non solo) che cercavano e trovavano in quell’ascolto quanto ci fosse di "mai-udito" nel mondo italiano della musica. Rappresentava una piccola, onorevole e pulita finestra attraverso cui persone di talento si potevano esporre nella prima rete radiofonica nazionale. Negli anni sono stati invitati negli studi RAI di Saxa Rubra (il mitico G3R) centinaia e centinaia di musicisti, gruppi, cantanti e sempre, sempre sono entrati in quegli edifici coll’emozione e la soggezione di chi stava entrando nel luogo in cui le “storie”, i fatti, i sogni, i desideri diventano notizia! Poi ci fu Antonio Preziosi il Direttore che per ruolo istituzionale aveva il compito di andare incontro alle richieste, ai bisogni del suo pubblico, che aveva il compito di costruire spazi e competenze per soddisfare questi bisogni... Bene il "Bravo Direttore" (dimezzò in tre anni l'ascolto medio giornaliero di Radio1 portandolo da 8 a 4 milioni) decide da un giorno all’altro di tranciare quest’offerta, così, senza spiegazioni, senza dire nulla a noi, nè dare il tempo di annunciare al pubblico, da anni fidelizzato, la chiusura di un programma di successo, dell'unico vero programma che avesse cura di trovare e trasmettere "artisti" completi e non solo cantanti. Questa, in somma sintesi, è la storia di “DEMO L'Acchiappatalenti”  da me ideato nella primavera del 2001, molto prima di qualsiasi altro Talent d'Italia e che io sappia del mondo (xFactor nacque in Inghilterra nel 2004). Un giorno se vorrete vi farò la storia, completa di emozioni, di questa avventura radiofonico/musicale che è stata, per molti versi, un'avventura del cuore. Ma adesso, ad un anno di distanza, cosa resta di DEMO? Cosa resta di un programma che per molti versi fu "rivoluzionario"? Cosa resta di un programma che fu subito cult e che portò artisti sconosciuti ad esibirsi su palchi enormi e con migliaia di persone sotto le transenne? Cosa resta nel mondo della radio? Cosa resta in Rai? Cosa resta ai musicisti ed agli artisti che hanno talento e passione e vogliono provarci? In effetti sono loro i veri sfigati rispetto alla chiusura di DEMO, loro più di me che sto quasi fuori dal lutto, loro più della redazione sparpagliata in altre redazioni per lo più grigie e tristi... loro, i musicisti, gli artisti di talento hanno perso qualcosa di importate e vitale molto più di noi. A loro resta un'Italia musicale impoverita. Frantumata, quando va bene, in tante piccole esperienze di radio locali, di eventi live di provincia. A loro resta l'Italia dei Talent Tv dove conta il canto e l'aspetto fisico, resta una Rai Radiotelevisione Italiana a pezzi che va avanti con programmi musicali oscenamente brutti, scopiazzati e male, condotti da cariatidi, da gente ignorante, insensibile, quasi sempre ottusamente servile perchè manovrata da quel che resta (quasi nulla) dell'industria discografica nazionale. Questa è la situazione. Sempre più difficile per chi voglia veramente fare musica ma non impossibile. Quello che posso suggerire, quello che può suggerire uno che davanti al talento s'è sempre emozionato è, primo, che il talento va onorato e mai-e-poi-mai buttato via e secondo, che se l'Italia non dà spazio al talento, andatevelo a cercare altrove lo spazio... la vostra casa, la casa del talento è il mondo. Potete cominciare dall'Europa... Parecchi di voi, parecchi di quelli passati a DEMO lo stanno facendo... Germania, Francia, Inghilterra, Stati Uniti... il mondo è lì che vi aspetta ma non aspettatevi regali.

Michael Pergolani

La collega Marinella Venegoni, decana della sala stampa del Festival di Sanremo (ed anche di tutto ciò che c'è intorno, purchè faccia immagine) lamenta che le canzoni dei “big” (big?) della prossima edizione della rassegna sarebbero troppo infarcite d'amore e troppo poco di impegno. Osservazione per altro non nuova, che altri colleghi mutueranno (o hanno giù mutuato), dando vita ad un teatrino un po' triste, che è il trionfo dell'omologazione. E' possibile che le 20 canzoni dei presunti big in gara trasudino troppa melassa amorosa. Anche questa non è una novità, ma non è questo che suscita in me quel senso di fastidio che ho tentato di trasmettere anche in un libro pubblicato lo scorso anno, di questi tempi.Ciò che m'indispone è questo lamentare la mancanza di impegno, senza mai andare fino in fondo. Il classico lanciare il sasso e nascondere la mano. Di quale impegno sta parlando Marinella Venegoni? Impegno politico o impegno sociale? Perchè non necessariamente le due cose si sovrappongono. Non vi sono dubbi, il riferimento è all'impegno politico ma.... travestito da impegno sociale. Non è chiaro? In realtà è semplicissimo. Quello che si evoca è un impegno sociale, purchè abbia un'appartenenza politica. E non una qualunque! Già, perchè quando in anni ormai remoti Nek tentò di mettere in discussione la legittimità dell'aborto, in sala stampa volarono insulti ed anche oggetti. Ed in prima fila anche allora c'era madama Venegoni. L'impegno c'era, ma non era evidentemente quello giusto. La stessa madama Venegoni che. in anni assai più recenti, dopo avere tifato sperticatamente per Elio e le Storie Tese, visto che, alla fine, a vincere furono altri, non esitò ad invocare una nuova formula di votazioni per assegnare la vittoria al festival, ove a votare siano solo gli esperti (o presunti tali), estromettendo il pubblico (evidentemente considerato non in grado di comprendere). E nessuno trovò nulla da ridire allorquando Sabina Guzzanti con Davide Riondino, andando a scomodare tutta l'intellighenzia dell'epoca, di una certa parte ovviamente (addirittura riesumarono Mario Capanna, si, proprio quello delle contestazioni sessantottine nelle università) misero in scena una penosa performance affidata ad un branco di sciagurati che assunse la denominazione di “Riserva indiana”. Dimenticando che le riserve indiane sono quei luoghi di deportazione e sofferenza che di fatto annientarono l'orgoglio ed il diritto di vivere dei nativi americani. Dei “lager” made in Usa, per intenderci. Ma i “lager” non si possono toccare, le riserve indiane invece possono essere prese a pretesto per fare del facile sarcasmo al festival di Sanremo. Anche quell'anno in prima fila sedeva madama Venegoni. E non mi pare di ricordare che quella partecipazione avesse suscitato in lei un minimo moto di dissenso. Quello probabilmente era l'“impegno” che piace a lei. E non si parlava d'amore.

Giorgio Pezzana

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