musicamag.com

ATTENZIONE: per recensioni di album o EP occorre il supporto fisico da inviare al seguente indirizzo:

Associazione Artistica AnniVerdi - Rivista "Un'Altra Music@" - Via del Carmine, 5 - 13878 Candelo( Bi)

Per i soli annunci di EP, singoli e videoclip, non viene richiesto il supporto fisico.

Editoriale

TUTTI SCRIVONO TUTTI CANTANO POCHI VENDONO

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDF | Stampa | E-mail

Se volessimo pensare che il massimo della democrazia è quella situazione nell’ambito della quale tutti possono fare tutto, potremmo dire che mai come oggi siamo al cospetto di un sistema democratico sfrenato e senza limiti. Ma un sistema democratico così estremo potrebbe rivelarsi un sintomo positivo solo in presenza di livelli qualitativi mediamente accettabili. Diversamente è il caos. A questo stavo pensando pochi giorni or sono, leggendo il titolo di un quotidiano che esortava gli editori a darsi una calmata, visto che in Italia vengono pubblicati circa 70mila libri ogni anno.  Trasferendo questa constatazione dal mondo dell’editoria a quello discografico, potremmo trovarci al cospetto di un dato ancora più vistoso. E molto simili temo siano i dati che riferiscono dell’impatto sul mercato di queste esuberanti produzioni. Il dato statistico riferito è infatti piuttosto desolante. Risulta che “la vendita media per titolo è di 160 copie, dunque il 90 per cento degli autori riesce a piazzare meno di cinque copie, dimostrando con ciò che neppure i parenti più stretti, l’amante, l’ex compagno di banco alle medie, fanno lo sforzo di acquistarlo”. Non va molto meglio per le produzioni discografiche, visto che per vendere qualche cd moltissimi artisti (e tra loro anche molti nomi di prestigio) non esitano a disporre banchetti all’ingresso dei locali ove si esibiscono. Tutto ciò induce a pensare che la crisi del sistema editoriale e di quello discografico possano essere sicuramente riconducibli ad una crisi più ampia e diffusa, ma forse, nel caso specifico, anche e forse soprattutto, ad un eccesso di produzione che va a saturare i mercati con lavori spesso assolutamente rinunciabili. Ma come si è arrivati a questo? Indubbiamente le nuove tecnologie hanno avuto un ruolo decisivo. Tempo fa la stampa di un libro comportava disponibilità di attrezzature e spazi complessi e costosi. Altrettanto dicasi per gli studi di registrazione dai quali partiva il processo di lavorazione che si concludeva con la stampa di vinili e musicassette. Tutto ciò andava inesorabilmente ad incidere sui costi e arrivare a pubblicare un libro o a incidere un disco voleva dire investire cifre importanti per la realizzazione prima e per la promozione poi. Le nuove tecnologie ed il sistema digitale hanno invece via via condotto a sistemi di lavorazione sempre più rapidi e, soprattutto, sempre più alla portata di tutte le tasche. Il che ha portato ad una rapidissima crescita del sistema di autoproduzione. Vale a dire che non è più indispensabile la figura di un editore o di un discografico che, oltre ad investire denaro, avevano in passato (quelli seri!) anche un ruolo di selezione delle produzioni. E chi non accettava di essere “scartato”, se ad ogni costo voleva stampare un libro o incidere un disco, sapeva di andare incontro a spese importanti. Non è più così. E per questo siamo soffocati da libri scritti in italiano balbettante, spesso autoreferenziali e frequentemente noiosi. Ed anche siamo travolti da eserciti di musicisti e cantanti che nella migliore delle ipotesi mancano di originalità, sono in debito di idee e non hanno anima. Ecco dunque perché, questo democraticissimo momento di accessibilità per tutti su tutto, alla fine si rivela un boomerang che neppure troppo paradossalmente, in pochi anni, ha quasi azzerato le eccellenze e moltiplicato le illusioni (e le successive delusioni). Non che manchino i talenti veri, sia in ambito editoriale sia in quello musicale. Ma spesso vengono soffocati dalle iperproduzioni che distraggono le letture e gli ascolti e confondono le idee. Se a ciò aggiungiamo che nel nostro Paese la lettura non è propriamente vissuta come una priorità e la musica fa spesso da sottofondo, più o meno fragoroso, ad altre attività, a fare la differenza è, ancora troppo spesso, la televisione. Ciò che passa in tv con una certa insistenza più facilmente diviene un prodotto commercialmente fruibile, anche se ormai sempre più spesso per periodi brevi. Lo scrittore-mito o, più facilmente, il cantante-divo non esistono più. Anche questo, probabilmente, è molto democratico.

Giorgio Pezzana

 

Stavo meditando in questi giorni sulle tante opportunità di ascoltare nuova musica che ci siamo persi per strada, nel volgere di qualche decennio. Al di là del Festival di Sanremo e di Canzonissima, i due tradizionali appuntamenti dell'ammiraglia Rai (è però sopravvissuto solo il festival della città dei fiori), sono via via state accantonate tante manifestazioni che costituivano altrettante finestre, soprattutto per gli interpreti più giovani della canzone italiana, d'autore e non. Non me ne vorranno i lettori più giovani per questa elencazione di eventi che, più che un editoriale, sembra una passeggiata al cimitero, al cospetto di tante lapidi che ricordano altrettanti cari estinti. E' però importante che anche chi non c'era in determinate epoche, sappia ciò che accadeva, quanto meno come informazione storica legata ai trascorsi della nostra musica e che quindi, per tanti versi, ci appartiene. Inizierei con la manifestazione più geniale: il Cantagiro di Ezio Radaelli. Il progetto venne ripreso più volte in tempi diversi, ma il vero Cantagiro, quello rimasto nella mente e nel cuore degli italiani che c'erano, è stato quello degli anni compresi tra il 1962 ed il 1975. Una carovana di artisti, suddivisi nelle sezioni “big” e “giovani”, attraversava l'Italia da nord a sud facendo tappa in tante città piccole e grandi. Ogni sera veniva incoronato un vincitore di tappa. Un'occasione imperdibile per gli appassionati di venire a diretto contatto con cantanti e complessi (in quegli anni le band si chiamavano così) che attraversavano le vie cittadine a bordo di auto scoperte. E per gli emergenti, una gavetta non da poco, con serate e trasferimenti continui per l'intera stagione estiva. Ed un costante contatto con la folla, ovunque. Dopo il 1975 furono tentati almeno quattro “recuperi” del Cantagiro, ma la magìa non era più la stessa. E neppure la formula. Altra manifestazione più recente, ma improvvisamente sparita dai palinsesti televisivi e dalle piazze italiane, è stato il Festivalbar di Vittorio Salvetti. Un evento musicale con caratteristiche diverse rispetto al Cantagiro, pur emulandone in parte i principi dello spettacolo itinerante. Gli obiettivi erano però evidentemente diversi, lo spazio riservato agli emergenti era assai ridotto, mentre venivano spalancate le porte alle produzioni straniere. Insomma, una manifestazione con la mente rivolta alla dimensione televisiva ed alle rendicontazioni di cassa. Sino al 2008, anno in cui il Festivalbar venne definitivamente soppresso per mancanza di fondi (nel frattempo era anche morto il “patron” Vittorio Salvetti ed il timone della manifestazione era passato al figlio Andrea). Torno indietro, agli anni del Cantagiro, per ricordare “Un disco per l'estate”, manifestazione radiotelevisiva (più radio che televisiva) che da maggio sino all'inizio dell'estate, dal 1964 sino al 2002, contribuì al lancio di tanti tormentoni estivi ed anche di diversi artisti emergenti, visto che anche in questo caso le case discografiche, accanto ai big, avevano la possibilità di “piazzare” tante voci nuove. I numerosissimi passaggi radiofonici costituivano una sorta di preselezione, consentendo al pubblico di “inquadrare” nomi e titoli prima del gran finale. Ma non vorrei dimenticare “La Caravella” di Bari, che dal 1965 contribuì al lancio di molti artisti sconosciuti, che sarebbero in diversi casi divenuti poi degli autentici big. La manifestazione ebbe vita breve e “spirò” nel 1970. Ma ancor più nota e prestigiosa è stata la “Gondola d'Oro” di Venezia (nota anche come Mostra Internazionale di Musica Leggera) che dal 1965 al 1992 costituì una passerella di musica dal mondo, ma anche di mode e correnti che alla musica ed ai loro protagonisti erano legate. Non va dimenticato a tale proposito che fu proprio in occasione della manifestazione lagunare del 1969 che in Italia approdò l'underground con la controversa partecipazione dei Vanilla Fudge. E vorrei anche ricordare, già che ci siamo, il Festival delle Rose, voluto dalla Rca a Roma e sopravvissuto solo quattro anni, dal 1964 al 1967, probabilmente perchè troppo autoreferenziale, pur se la Rca non impedì mai la partecipazione degli artisti di altre case discografiche alla rassegna. Insomma, sull'onda del boom discografico degli anni Sessanta, c'era materia per promuovere volti noti e meno noti, quasi sempre con il sostegno, sia pure a vari livelli ed in modi e tempi diversi, della televisione e della radio. Cambiano i tempi, le mode, i personaggi, le opportunità e le priorità. Ma forse il marciare con lo sguardo rivolto un po' all'indietro, non è sempre e solo mera nostalgia.

Giorgio Pezzana

Visite

Tot. visite contenuti : 804869

Chi è online

 148 visitatori online

Il Commento

ECCO I MOTIVI DELLE RECENSIONI SENZA FRETTA

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDF | Stampa | E-mail

Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto per quale ragione le recensioni degli album su “Un'altra Music@” compaiano sistematicamente a distanza di qualche settimana, se non di qualche mese, dalla loro pubblicazione. Si tratta di una scelta o di un'esigenza dettata dalle ridotte dimensioni della nostra redazione e degli spazi sul magazine? Fermo restando che in redazione siamo in pochissimi e ci siamo imposti di ascoltare sempre tutto ciò che finisce sulle nostre scrivanie (contrariamente a quanto fanno altri che si limitano a fare il copia/incolla di quanto inviano le agenzie di stampa), il che richiede tempo, molto tempo, è anche una scelta dettata da una riflessione più ampia. Da quando le nuove tecnologie hanno di fatto ridotto ai minimi termini il mercato discografico, abbiamo assistito al trionfo dell'usa e getta che tutto divora e tutto azzera. Cosicchè, di un cd uscito oggi, sulle riviste specializzate, si parla nei prossimi cinque giorni, dopodichè cala il silenzio. Tutti ne scrivono insieme e tutti lo fanno subito. In virtù di quella esigenza di “stare sul pezzo” che, se è irrinunciabile qualora ci si occupi di cronaca, non lo è affatto quando ci si occupa di arte in genere (dalla musica al settore editoriale, dall'arte visiva alle programmazioni teatrali). In tal modo, un prodotto che ha richiesto mesi quando non anni di lavoro, “sfiorisce” in pochi giorni soppiantato da altre produzioni, destinate a fare la medesima fine. “Un'altra Music@”, ponendosi in alternativa rispetto alle dilaganti tempistiche dei lanci e della promozione discografica, non intende farsi risucchiare da questo vortice, che sta alla base del mancato consolidamento di tante produzioni discografiche, ma anche della mancata affermazione di artisti ai quali non viene più concesso il tempo di “crescere” e di entrare in sintonia con il pubblico. Il pubblicare una recensione settimane o mesi dopo l'uscita di un album, significa continuare a fare vivere quel prodotto, significa sottoporlo nuovamente all'attenzione di chi legge e di chi ascolta, recuperando le distrazioni di coloro che, fuorviati dalla frenesia delle uscite in tempo reale, si sono forse persi la possibilità di cogliere il senso di una canzone o il percorso artistico di un album. Una rivista che si occupa di musica non ha e non deve avere i tempi della cronaca. Né ha esigenze di primogenitura. Non importa se prima di noi a scrivere di quel cd sono state altre riviste. Importa la professionalità con la quale noi ci accostiamo a quel lavoro, l'attenzione che gli dedichiamo, il rispetto che portiamo a chi ci ha richiesto un parere. Oltre alla già espressa convinzione che non vi sia lavoro musicale o comunque artistico che possa esaurirsi in cinque giorni. Ed a costo di sembrare “passatista” a tale proposito mi piace ricordare che nel tempo dei vinili le canzoni di maggior successo del Festival di Sanremo occupavano le classifiche discografiche sino a maggio, per poi lasciare il posto ai brani di “Un disco per l'estate” che si contendevano i piazzamenti sino a ottobre. Altri tempi, certo. Tempi in cui la musica si ascoltava davvero ed il lavoro di un artista era un progetto al quale veniva concesso il tempo per esplicarsi e svilupparsi. Se ciò non accadeva i fattori avversi erano altri, non certo l'ansia di divorare tutto e subito.

G. Pe.

 

Login



Con la registrazione ci si iscrive automaticamente alla news letter di "un'altra Music@"