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Editoriale

MUSICA USA E GETTA? NO, IO NON CI STO

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Un anno fa è uscito il mio album “Il profumo di un’era”. E a distanza di un anno, tratto da quello, ho pubblicato un nuovo singolo. E qualcuno si è sorpreso. Ma come? Dopo un anno dall’uscita dell’album, ancora un singolo tratto dallo stesso cd? Ebbene si, perché, io credo, ci stiamo sempre più pericolosamente allontanando dal concetto di musica intesa come arte. La musica è sempre più considerata un prodotto, una merce. Qualcuno dirà, è ovvio. Per  niente! Può essere ovvio se parliamo di musica prodotta dalle major discografiche, le quali hanno un determinato budget a disposizione, tempi limitati di produzione (e questo perché nel mercato si corre), e tempi limitati di promozione. E badate bene: la loro promozione è breve perché passa da canali ufficiali nazionali radio, tv e stampa. Dopo pochi mesi (che nel loro caso bastano perché certa musica è trasmessa per contratti editoriali nelle radio cento volte al giorno fino a lobotomizzare l'ascoltatore), avanti il prossimo, non si può perdere tempo, l'obiettivo è fatturare. Ci sta, sono delle industrie. E fortunatamente, ogni tanto, ogni mezzo secolo, esce anche qualcosa di buono. Ma le cose cambiano se prendiamo il mondo dell'autoproduzione. Chi si autoproduce innanzitutto non ha un breve periodo di “gestazione”, perché (al di là del budget), deve pensare da solo  a mille cose. Non ci sono art director, non ci sono segretarie, non c'è il tour manager, non c'è insomma la pappa pronta. Un artista che si autoproduce (e lo fa seriamente) ha da dire cose ben chiare, non pensa a cosa possa essere più accattivante sul mercato. Non ne ha bisogno, perché sa a priori che non raggiungerà le vette delle classifiche nazionali. Sceglie la libertà espressiva in tutto e per tutto. Ha solo l'esigenza di mettere a fuoco quello che ha dentro e comunicare. Un artista indipendente pensa alla sua arte, al suo messaggio; scrive, riscrive, fottendosene del giudizio altrui. Io per due anni (e non solo io) mi sono dedicata alla stesura del mio lavoro, ho viaggiato tra Toscana e Lombardia, ho pianto, ho riso, ho studiato, ho anche ascoltato musica lontana dai miei gusti per capire, approfondire, scoprire. È come avessi fatto una sorta di seduta psichiatrica. Dopo la fase di composizione durata un anno e mezzo ho trascorso la fase di produzione/arrangiamenti. Facendo un lavoro certosino insieme a Giovanni Rosina, per trovare la massima espressività di tutte le mie canzoni anche a livello sonoro. E poi... pensa alla grafica, ai video, alle stampe, all'organizzazione dei tuoi live, del tour ecc...Con queste premesse dunque, che io senta l'esigenza di promuovere ancora a lungo il mio album credo sia lecito e naturale. Non ho canali radio nazionali a disposizione, non ho le porte degli studi televisivi aperte, non ho la stampa nazionale ai miei piedi, non riesco quindi in tre mesi a diffondere rapidamente il mio lavoro. E non sono un'artista di fama, il che significa che il mio album non potrà raggiungere un gran numero di ascoltatori in pochi mesi o settimane. Ho bisogno di tempo, perché me la devo cavare con tutti gli strumenti alternativi che possono avere a disposizione per gli artisti di nicchia. Insomma, non promuovo il mio disco per smania di successo o per raggiungere chissà quali fatturati di vendita. E trovo un po' strano che anche nel sottobosco musicale ci siano ancora persone che ragionino in modo “mainstream”. La musica per me non è un supermercato. Sul mio album c'è una data di pubblicazione, ma non c'è una data di scadenza. Le date di scadenze le lascio sui farmaci o sugli alimenti. Fin quando sentirò la necessità di dar voce a questo disco lo farò. Nel momento in cui riterrò che è stato ascoltato e conosciuto in maniera soddisfacente, pubblicherò cose nuove (alle quali lavoro tutti i giorni). Perché dovrei impormi i paletti di un mercato discografico del quale non faccio parte? Nonostante io possa avere alle spalle un percorso di anni e anni e un mio pubblico, per chi non mi conosce rappresenterò sempre una nuova realtà. Ogni giorno mi auguro che si possa tornare presto a godere della musica e della sua essenza, tralasciando pregiudizi, regole e obblighi che nell'arte in generale non dovrebbero esistere. Siamo nell'era del fast food, è vero. ma personalmente preferisco il comodo ed elegante servizio al tavolo, anche se magari più lento.

Amelie

 

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Il Commento

LE MANOVRINE DEGLI "AMICI"...... DI ELIO

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Le consuete grandi manovre (ma sarebbe più giusto parlare di manovrine) sono iniziate. A poco più di una settimana dall'inizio del Festival di Sanremo, prestando attenzione ad alcuni commenti su facebook, già si percepisce l'ennesima offensiva di molti colleghi che vorrebbero assistere al trionfo di Elio e le Storie Tese. Era già accaduto nel 2013, l'anno in cui il gruppo presentò un brano intitolato “La canzone mononota”. Un'autentica presa per i fondelli del Festival, una canzone francamente brutta, che però l'ala snob della sala stampa, quella che ha sempre affollato i ricevimenti dell'Organizzazione, avrebbe voluto vincitrice. Vinse Mengoni. Elio ed i suoi non la spuntarono e qualcuno in sala stampa si arrabbiò a tal punto tanto da arrivare a dire “...a Sanremo si dovrebbe fare come a Cannes (riferimento al premio cinematografico internazionale ndr), dovrebbero votare solo i critici e non si dovrebbe più dare il voto alla gente...”. Già, perchè la gente aveva chiaramente dimostrato che del pastrocchio di Elio non aveva capito, nulla né aveva avuto alcun interesse a capire. Perchè seguire Sanremo per poi sputarci sopra, pretendendo che i vincitori siano quelli che irridono la manifestazione? E quest'anno, ci risiamo. Già serpeggiano i primi commenti entusiastici sul brano di Elio e le Storie Tese, ma sicuramente anche questa volta il brano sarà elemento secondario rispetto ad una campagna socio-politica, lontana dal mondo della musica che invece dovrebbe essere l'unico mondo ammesso al festivalone. Ed i condizionale non è casuale. Perchè va detto a chiare lettere che se la manifestazione merita rispetto per la propria storia (per questo Elio non dovrebbe neppure esserci), da diverso tempo ormai non è però più rappresentativo della realtà musicale italiana. E quest'anno lo è meno del solito. E' diventato sempre più una sorta di superfinalissima tra i vincitori dei vari talent; annovera tra i cosiddetti “big” personaggi sulla notorietà dei quali ci sarebbe molto da ridire; vorrebbe in qualche modo celebrare i 50 anni di carriera della divina Patty Pravo e lo fa mettendola in gara con gente come Alessio Fragola. E, per l'ennesima volta, ignora i fermenti del mondo musicale degli indipendenti, preferendo privilegiare ancora gli interessi delle major e dei grandi produttori a discapito di tanti ottimi artisti dimenticati e mortificati. Tutto ciò è in linea per altro con le programmazioni Rai, soprattutto radiofoniche, che hanno progressivamente “spento” la musica indipendente, lasciando spazi immensi a... ciò che rende, rinunciando quindi a fare della promozione e della divulgazione musicale, badando esclusivamente al business. In questa ottica andrebbe ripensato il format del festival di Sanremo, certo non dando spazio ai sarcasmi pelosi di chi da anni sta dentro alla manifestazione (traendone quindi i vantaggi) sbeffeggiandola, sia dal palcoscenico, sia dai banchi della sala stampa.

Giorgio Pezzana

 

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