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Editoriale

QUANDO SI CEDE AI "PRESTIGIATORI"

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“Ho sempre avuto il timore di essere protagonista, e il terrore addirittura di essere invadente; aggiungi anche la mia pigrizia. Quindi ho sempre considerato i rapporti con i media uno stress evitabile.” Leggendo questa frase verrebbe quasi spontaneo pensare che chi l’ha pronunciata non potrebbe mai far parte del mondo della musica o, per lo meno, non con successo. Eppure chi l’ha proferita è forse uno dei più immensi cantautori che la storia della musica italiana possa vantare di aver avuto. Fabrizio De Andrè è ammirato e conosciuto in tutta Europa. Certo anche Eros Ramazzotti lo è, ma Ramazzotti non ha apportato alcun cambiamento al pensiero di generazioni, non ha lasciato dietro di se nessun’eredità artistica, a differenza di De Andrè, che ancor oggi continua ad ispirare cantautori dal timbro grave e serio, poeti in equilibrio tra l’impegno politico e la bestemmia facile, carovane di folk band barricate nell’ormai familiare endecasillabo con rima baciata. Ma quindi, qual è la differenza tra un’opera e un prodotto? Un prodotto è qualcosa di cui si sente il bisogno e si desidera possedere, qualcosa che ci appare conquistabile, ed il goderne ci appaga. Il prodotto è qualcosa che si consuma avidamente, e solitamente in breve tempo. Un’opera è qualcosa che può lasciarci di stucco, può turbare o lasciare addirittura interdetti, può sorprendere e meravigliare. Ci appare ardua da afferrare, ma ci affascina e ci incanta terribilmente perché ciò che la distingue veramente da un semplice prodotto è che l’opera permane, resiste al tempo. Spesso mi è stata posta questa domanda: la musica è un’opera o un prodotto? La mia risposta è sempre la stessa: ci sono musicisti artisti e musicisti intrattenitori. Queste due distinzioni esistono da sempre e sempre ci saranno. Oggi però è molto più frequente e facile confondersi. E’ in atto una macchinazione di camuffamento, in cui spesso i più distratti inciampano. Così come stiamo lasciando che i cinesi contraffacciano le nostre tradizioni artigianali, con un’iperproduzione di massa e di bassa qualità, regalandoci l’illusione di poterci permettere tutto e a poco, anche l’industria musicale è passata agli armamenti e noi, come in tutte le guerre invisibili, siamo testimoni e protagonisti occulti. Stiamo lasciando che il prestigiatore faccia apparire il trucco una magia. Cosa credete che siano i talent show, se non una grande macchina che produce intrattenimento e intrattenitori? Anche tu, critico musicale, giornalista, A&R di una casa discografica, che il sabato sera ti tira il culo ad andare ad ascoltare un nuovo gruppo o una cantautrice che ti ha scritto decine di volte e a cui non hai mai risposto, anche tu sei complice di questo declino. La risposta alla crisi del mercato musicale, le grandi Major l’hanno trovata nei talent show, dove si guadagnano cifre da capogiro sulle edizioni di celebri canzoni, di cui detengono i diritti editoriali, che fanno interpretare, in prima serata tv, ai ragazzi che sognano di diventare  grandi “artisti”. Una fabbrica d’illusioni e aspettative costruite sulle grandi difficoltà che oggi si devono affrontare per guadagnarsi una nicchia di pubblico, un esercito di ragazzi che cantano e ballano divinamente ma incapaci di scrivere un testo o di produrre una coreografia, e professionisti  del pianto facile e senza pudore di fronte a telecamere in diretta tv ma totalmente ignari di cosa siano lacrime e gioie della vita di un musicista, di un tour in un furgone del ‘89, della gavetta sui palchi veri, della gestione di un pubblico che ti ascolta cantare per la prima volta, da conquistare e sempre pronto a giudicare. E poi ci sono le nostre colpe: vogliamo essere famosi senza soffrire, vogliamo essere ricchi senza lavorare, vogliamo lavorare senza rischiare, vogliamo andare via senza rinunciare a quello che abbiamo. Sì, la musica è un prodotto e noi siamo i suoi consumatori, ma esiste anche un’altra faccia della medaglia e dipende sempre e solo da noi capire da che parte stare. Tutto ha un prezzo. E per concludere, cito la frase di una donna, una cantautrice, una rocker italiana che ha fatto sempre scelte coraggiose, guadagnandosi la stima e il successo più bello che un’artista possa desiderare, perché saper “scegliere” oggi, è l’unica vera forma di rivoluzione, ma ricordiamoci che “Ad ogni rinuncia corrisponde sempre una contropartita”.

Marzia Stano aka Una

 

Riceviamo:

Trovo l'editoriale di Marzia Stano (Una) drammaticamente vero. La musica italiana ruota tutta vorticosamente intorno a bravissime/i cantanti che però non dicono mai nulla al di fuori di parole altrui e comunque, centrate su una idea stereotipata di amore. Ed anche quando vi è qualche timido accenno ad amori diversi mai, se non nel caso di Marzia, si coglie l'intima ed irrinunciabile connessione tra i vissuti personali, le storie individuali ed i contesti sociali o politici in cui quelle storie albergano. Calare una storia di amore in un costesto come quello di Taranto e della devastazione che l'Ilva ha prodotto e continua a produrre in quella città è esattamente quello che cantautori degni di questo nome hanno fatto. da De Andrè a Piero Ciampi. Persino Celentano e' riuscito a fare questa opera di fusione ed a cogliere le connessioni tra il vivere individuale e quello colletivo, tra denuncia e nostalgia, tra rimpianto e speranza. tra humor e tristezza. Ma come si fa concretamente ad aiutare questi nuovi talenti coraggiosi ad emergere sul serio? Forse potenziando e rendendo grandi i festival della canzone d'autore come Giorgio Pezzana ed il suo coraggioso team fa a Biella. Occorre potenziare questo sforzo procurandosi però quegli appoggi e quegli aiuti concreti che ne farebbero eventi importanti e rappresentativi come purtroppo ancora oggi sono Sanremo ed i terribili talent. Non credete?”

Lucia Laterza

 

Quando diciamo che nel mondo vi è tanta bella musica che attraverso i canali tradizionali, monopolizzati dalle major, quasi certamente non ascolteremo mai, è sufficiente inserire nello stereo il cd di Gilda Reghenzi, “Amorevolmente” e pigiare “play” per averne un'immediata conferma.

 

L'interprete, che è anche cantautrice, vanta un collaudato curriculum di significative collaborazioni e questo album è l'approdo di un lungo cammino o, come lei stessa scrive nella presentazione “un sogno nel cassetto che finalmente sono riuscita a concretizzare...”. Ma poichè i sogni, per concretizzarsi, necessitano di percorsi definiti, ecco che sin dai primi due brani si avverte lo “spessore” del progetto, sia dal punto di vista artistico sia da quello professionale. “Senza te” di Alberto Boldrini, con Davide Foroni al vibrafono e Giuliano Muratori alla tromba è un'emblematica ouverture che induce a motivate attese. Ed infatti, ecco “Dimmi” ove la voce di Kenneth Bailey si fonde stupendamente con quella di Gilda Reghenzi; eppoi lo scherzoso “Tic Tac” che vede l'interprete diventare cantautrice, come scopriremo anche in altri brani a seguire. “Gli anni che verranno”, con le chitarre di Paolo Costola, è forse il brano meno incisivo dell'album, ma si torna subito su livelli eccelsi con “Da qui”, brano scritto da Omar Pedrini con Mauro “Otto” Ottolini ai fiati e con “Lascia e tutto sia” di Andrea Romano con Vincenzo Titti Castrini alla fisarmonica. Raffinatissimi sono l'interpretazione e il testo di “Confini”, una canzone di Massimo Alessi che ci accompagna verso mondi sconosciuti, trapuntati di astri simili a diamanti. Gilda torna cantautrice in “Marijuana Jazz” eppoi ritrova con delicata interpretazione Omar Pedrini in “Ultina poesia”. Sontuoso il finale con una versione in chiave jazz di “Se c'è una cosa che mi fa impazzire”, il brano di Amurri e Canfora portato al successo negli anni Sessanta dalla mitica Mina. Una passeggiata musicale che se ne va leggera, ma lascia una traccia importante per le eccellenze che la caratterizzano. Gilda Reghenzi ha saputo coinvolgere nel suo sogno tanti amici che hanno condiviso con lei la ricerca del meglio, trovandolo.

 

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