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Editoriale

CHE SI PUO' DIRE DI UN MAHMOOD DEL FESTIVALONE E DELLA POLITICA

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Ora, a bocce ferme e con maggiore tranquillità, forse si può meglio ragionare sulla questione Mahmood e sulla sua vittoria al Festival di Sanremo. Un festival che qualcuno ha detto essere ampiamente rappresentato da artisti di area indipendente, forse esagerando un po’, viste anche le grandi manovre della scuderia artistica alla quale appartiene anche il direttore artistico della manifestazione, Claudio Baglioni. Ma questo è un altro discorso. La vittoria di Mahmooh sul palcoscenico del teatro Ariston è stata una vittoria politica. Questo senza nulla voler togliere a questo ragazzo che qualcosa da dire probabilmente ce l’ha, anche se difficilmente gli verrà dato il tempo per dirla. Che quella di Mahmood sia stata una vittoria politica lo si è visto nell’immediato dalla reazione della sala stampa, sempre ampiamente schierata a sinistra e, nelle settimane successive, dai titoli dei “giornaloni” che ne hanno sposato la causa. In tre settimane questo ragazzo, mai visto prima, che ha vinto a Sanremo senza mai avere inciso un solo disco (il suo album è stato pubblicato qualche giorno dopo la vittoria), è stato definito un dominatore delle hit nazionali ed addirittura vincitore del disco di platino, riconoscimento che a fatica e non sempre ottengono Vasco, Zucchero, Ligabue e pochissimi altri. C’è un perché di tutto questo ed è il fatto he questo giovanotto, figlio di madre italiana e padre egiziano, per altro dato per “disperso” da parecchi anni, è stato scioccamente assunto quale simbolo dell’immigrazione e, suo malgrado, bandiera dell’antisalvinismo. E la sciocchezza sta in tre buone ragioni: la prima è che Mahmood non è un migrante, è nato a Milano, rivendica la sua italianità con convinzione (vista anche la fuga di papà) e più che un simbolo si sente un oggetto usato come strumento di rivendicazioni e rancori che con il Festival di Sanremo nulla hanno da spartire; la seconda buona ragione è che Mahmood non ha vinto il festival con i voti della gente (che aveva attribuito in prima istanza la vittoria a Simone Cristicchi e, successivamente, tra i tre finalisti, aveva scelto Ultimo), ma con quelli delle giurie, nella fattispecie formate da una sala stampa già schierata per le ragioni sopraesposte ed una giuria ospite della quale facevano parte cuochi e conduttrici tv e che aveva solo in un paio di suoi elementi persone in grado di esprimere un giudizio sulle canzoni e non sul costume o sulle istanze della politica. Terza ed ultima, ma non ultima, buona ragione, Mahmooh ha intelligentemente preso le distanze dalle polemiche, non ha accettato di farsi portabandiera di nessuno ed anzi, ha avuto parole educate anche nei confronti  del ministro Salvini, spiazzando i suoi stessi fans della carta stampata. Insomma, è un ragazzo che la sua strada artistica ed umana se la vuole scegliere e giocare da solo, senza metterla nelle mani opportuniste e false di chi sulla vita, sulle appartenenze, sulle fedi e  sulle convinzioni altrui ci gioca e ci specula, svendendo tutto alla politica. In questo soprattutto sta la sua vera vittoria al Festival di Sanremo.

Giorgio Pezzana

 

“Un salto nel buio” è il titolo del nuovo album della band Rocky Horror. Nove tracce, arricchita ciascuna da collaborazioni che in realtà fanno di questo disco una sorta di compartecipazione, più che il lavoro di una band. E’uno di quei casi in cui, più che parlare della musica, si deve parlare dell’insieme. Perché il rap, che altro non è se non la messa in fila, in modo ritmato, di frasi con la rima, è davvero difficile catalogarlo nella categoria delle canzoni.

 

 

Almeno da parte di uno come me, che dal tempo delle canzoni proviene e che delle canzoni ha un’idea profondamente diversa, anche senza andare a scomodare la canzone d’autore. Il rap, a ben guardare, è d’autore. Quasi tutti i rapper mettono in fila le loro frasi su di un tappeto musicale, per raccontare le ansie e le difficoltà esistenziali di una generazione che indiscutibilmente si trova a vivere in un mondo complesso. In questo album, s’intuiscono buone individualità musicali, talvolta una chitarra si erge con una certa prepotenza, oppure si colgono poche note, tiratissime, di un sax. E’ sostanzialmente un incontro tra rap e rocck, lo è dal principio alla fine, quasi a voler testimoniare la possibile coesistenza tra questi due generi, che da un certo punto di vista hanno i loro diversi momenti d’avvio in altrettanto diverse fasi di affanno generazionale. Entrare nel contenuto dei testi è arduo. Non perché non sappiano esprimere l’immagine di momenti e situazioni diverse, ma perché, costretto dalle rime, il lessico non può che essere di estrema semplicità, indubbiamente di grande immediatezza, non sempre di altrettanto immediata comprensione. Le tematiche sono intuibili: lo scontro generazionale, il sentirsi non considerati, non coivolti in una societè che si evolve molto rapidamente. Poi le condizioni sociali, talvolta l’indigenza, l’alcool, la rabbia. Ma anche, in alcuni casi, l’identificazione in tutto ciò di un comodo alibi per non provare a vivere. Quando colgo frasi come “…cresciuto all’ombra di una casa popolare/ dove vivere è un diritto che ti devi guadagnare…”, il mio pensiero non può non correre alle generazioni di “martinit” che all’inizio del secolo scorso affollavano gli orfanotrofi. Ragazzi e ragazze senza genitori, cresciuti sino alla maggiore età in istituto e che, fuori di lì, hanno attraversato due guerre. Eppure quasi tutti si sono fatti uomini e donne di assoluta dignità e c’è anche chi è riuscito a fare cariera. Ma qui parliamo di musica, anche se il rap è in questo momento l’espressione musicale che più di ogni altra rappresenta il disagio giovanile. Il disco è “ricco” soprattutto per le tante partecipazioni artistiche; è musicalmente mediocre, fatte salve le individualità che già ho ricordato; la parte cantata/recitata non si discosta e non può discostarsi troppo da un andamento che in questi ultimi anni si è sentito e risentito. E’ un album che può incontrare il gusto dei giovanissimi, più sull’onda delle mode che non su quuello della valenza artistica come tale.

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Il Commento

ECCO I MOTIVI DELLE RECENSIONI SENZA FRETTA

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Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto per quale ragione le recensioni degli album su “Un'altra Music@” compaiano sistematicamente a distanza di qualche settimana, se non di qualche mese, dalla loro pubblicazione. Si tratta di una scelta o di un'esigenza dettata dalle ridotte dimensioni della nostra redazione e degli spazi sul magazine? Fermo restando che in redazione siamo in pochissimi e ci siamo imposti di ascoltare sempre tutto ciò che finisce sulle nostre scrivanie (contrariamente a quanto fanno altri che si limitano a fare il copia/incolla di quanto inviano le agenzie di stampa), il che richiede tempo, molto tempo, è anche una scelta dettata da una riflessione più ampia. Da quando le nuove tecnologie hanno di fatto ridotto ai minimi termini il mercato discografico, abbiamo assistito al trionfo dell'usa e getta che tutto divora e tutto azzera. Cosicchè, di un cd uscito oggi, sulle riviste specializzate, si parla nei prossimi cinque giorni, dopodichè cala il silenzio. Tutti ne scrivono insieme e tutti lo fanno subito. In virtù di quella esigenza di “stare sul pezzo” che, se è irrinunciabile qualora ci si occupi di cronaca, non lo è affatto quando ci si occupa di arte in genere (dalla musica al settore editoriale, dall'arte visiva alle programmazioni teatrali). In tal modo, un prodotto che ha richiesto mesi quando non anni di lavoro, “sfiorisce” in pochi giorni soppiantato da altre produzioni, destinate a fare la medesima fine. “Un'altra Music@”, ponendosi in alternativa rispetto alle dilaganti tempistiche dei lanci e della promozione discografica, non intende farsi risucchiare da questo vortice, che sta alla base del mancato consolidamento di tante produzioni discografiche, ma anche della mancata affermazione di artisti ai quali non viene più concesso il tempo di “crescere” e di entrare in sintonia con il pubblico. Il pubblicare una recensione settimane o mesi dopo l'uscita di un album, significa continuare a fare vivere quel prodotto, significa sottoporlo nuovamente all'attenzione di chi legge e di chi ascolta, recuperando le distrazioni di coloro che, fuorviati dalla frenesia delle uscite in tempo reale, si sono forse persi la possibilità di cogliere il senso di una canzone o il percorso artistico di un album. Una rivista che si occupa di musica non ha e non deve avere i tempi della cronaca. Né ha esigenze di primogenitura. Non importa se prima di noi a scrivere di quel cd sono state altre riviste. Importa la professionalità con la quale noi ci accostiamo a quel lavoro, l'attenzione che gli dedichiamo, il rispetto che portiamo a chi ci ha richiesto un parere. Oltre alla già espressa convinzione che non vi sia lavoro musicale o comunque artistico che possa esaurirsi in cinque giorni. Ed a costo di sembrare “passatista” a tale proposito mi piace ricordare che nel tempo dei vinili le canzoni di maggior successo del Festival di Sanremo occupavano le classifiche discografiche sino a maggio, per poi lasciare il posto ai brani di “Un disco per l'estate” che si contendevano i piazzamenti sino a ottobre. Altri tempi, certo. Tempi in cui la musica si ascoltava davvero ed il lavoro di un artista era un progetto al quale veniva concesso il tempo per esplicarsi e svilupparsi. Se ciò non accadeva i fattori avversi erano altri, non certo l'ansia di divorare tutto e subito.

G. Pe.

 

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