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Editoriale

QUEL DITO MEDIO DELLA PAUSINI

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In questi giorni, i social hanno proposto con insistenza l'immagine di Laura Pausini che mostra il dito medio in occasione di un concerto che, secondo qualcuno, sarebbe andato deserto o quasi. Ora, come si possa immaginare il deserto ad un concerto di Laura Pausini ce lo dovrebbe spiegare colui che lo ha immaginato. Ma sul gesto dell'artista una riflessione la vorrei fare. Laura Pausini non piace e non è mai piaciuta al popolo del rock duro, ai fatti del sabato sera, a chi attraverso la musica vuole o vorrebbe portare altri messaggi o anche a chi, semplicemente, non ama quel suo genere pop-melodico che l'ha comunque resa nota ed apprezzata nel mondo. Ricordo bene l'anno del suo trionfo sanremese, quando era una ragazzina sorridente che in sala stampa ringraziava la sua famiglia, colma di emozione, mentre nelle prime file i colleghi ritenuti più illustri si davano di gomito sghignazzando ad ogni frase di quella debuttante un po' provincialotta, tondetta e loquace che da quel momento in poi avrebbe avviato una carriera artistica ad ampio respiro internazionale. Quel dito medio mostrato con rabbia è stato un segno di palese esasperazione, da comprendere e per alcuni aspetti anche da condividere. Non perchè sia un bel gesto. Ma perchè è la risposta che meritava non un critico attento al suo modo di fare e di pensare alla musica, ma un collega che nella Pausini non si riconosce ideologicamente ancor prima che artisticamente. E questo non ci sta. Si può non apprezzare un'espressione artistica e dirlo apertamente. Ma non disconoscerne, quando c'è, quel potenziale di palese gradimento che reca con sé. Un giornalista che nega l'evidenza meglio farebbe a cambiar mestiere. Ed il dito medio alzato lo merita tutto. Ma la questione non riguarda solo Laura Pausini. Da tempo su facebook ma non solo è in atto una campagna denigratoria nei confronti di Gigi D'Alessio, del quale quasi mai si contestano le scelte artistiche, ma la semplice esistenza. Premesso che D'Alessio non ha mai convinto neppure il sottoscritto e che anzi, ho sempre ritenuto che il suo successo (perchè, piaccia o no, D'Alessio ha successo) sia circoscrivibile ad una fascia di pubblico in prevalenza appartenente all'ambito geografico dal quale l'artista proviene, non condivido sfottò volgari e talvolta anche inmotivatamente aggressivi nei confronti della sua persona. Dobbiamo imparare ad esprimere le nostre preferenze artistiche, innanzitutto motivandole, eppoi senza insultare o mortificare gli esponenti di realtà nelle quali non possiamo o non vogliamo riconoscerci. Quando ero ragazzino, tra i giovanissimi, ad essere presa di mira (seppure non con l'aggressività cattiva che è propria di questi tempi) era Orietta Berti, per quel suo cantar melodico che mal si coniugava con i venti di contestazione che spiravano nel 1968 e dintorni. Oggi, anche i rocchettari più accesi, sono concordi nell'affermare che la cantante emiliana, tuttora in attività, è stata e rimane una delle voci più cristalline e limpide della storia della canzone italiana, pur prescindendo dalle scelte artistiche che la portarono spesso ad accettare esecuzioni di brani di disarmante banalità. Ecco, ora possiamo rientrare nei ranghi del nostro mondo indipendente. Ma questa escursione, per noi insolita, nel pianeta dei big promossi dalle grandi major discografiche, vuole semplicemente significare che l'accostarsi alla musica, qualunque sia il genere, compresi quelli meno graditi, esige rispetto innanzitutto. E pretende, quando ci sono, critiche motivate. In assenza di queste, meglio il silenzio.

Giorgio Pezzana

 

The Gift, una band del panorama  indie rock degli anni 80 che si riforma dopo ben 25 anni e ritorna con un full leght che racchiude tracce del passato ( parliamo della meta' degli anni '80 ) rimasterizzate e due ''bonus track'' di nuova composizione registrate per l'occasione.

 

 

La formazione vede ritornare i componenti originali, dopo esperienze con musicisti diversi. Ugo Sala si occupa delle vocals, Danilo burchielli alla chitarra, Delfino de Leonardis al basso, Pino Petraccia alla batteria. Il cd intitolato ( giustamente ) “Rebirth” è dedicato alla memoria di Stefano Alici fondatore del combo e chitarrista, nonchè ideatore del nome della band ed autore di molti dei testi dei vecchi brani. Metto il cd nello stereo, mi rilasso sul divano con la luce soffusa, e immediatamente vengo assalito ( piacevolmente) da '' The change '' e capisco che qui si fa sul serio. Suoni di chitarra veramente acidi e graffianti, per un pezzo che mi riporta molto indietro agli anni della new wave dominati da realta' di tutto rispetto come Joy Division, Velvet Underground eccetera. The Gift mi sorprendono, omaggiando il succitato sound con una performance estremamente personalizzata che unisce le atmosfere oscure ed il basso ossessivo tipico del genere, con una voce perfettamente a suo agio e un arrangiamento impeccabile, mai stucchevole o autocelebrativo. Ed arriva ''The change'' la seconda traccia che si apre su un bellissimo tema melodico, se devo azzardare un giudizio che lascerà stupiti gli amanti della new wave lo definirei a metà tra un riff alla Cure con la melodia accattivante dell'Aor ( crocefiggetemi...). Il pezzo è in assoluto il migliore dell'album, in bilico tra la sempre presente new wave e sonorità meno oscure melodie e temi che si intrecciano costruendo un tappeto sonoro molto accattivante e definito. La third track ''Beautiful toy '' mantiene l'album su livelli di eccellenza, cambiando però radicalmente approccio. Qui la chitarra invece di essere graffiante ed acida ha ora una sonorità ''clean'' e sostiene le linee vocali mai scontate di Ugo Sala con una ritmica molto funkeggiante suonata con ''polso'' dall' ottimo Danilo Burchielli axeman sempre presente ma mai nvadente, e sempre '' adeguato'' al contesto dei brani e preciso nei licks. “Wind in my head”, il brano successivo si mantiene sulle stesse coordinate, con un approccio lievemente più punkeggiante; belli anche i cori e i pulitissimi i fraseggi di chitarra e basso, che danno freschezza ad un pezzo che con facilità avrebbe potuto scadere in consolidati canoni punk. Poi ''The wind in my head'' , ovvero psichedelia pura, non ho altre parole per questa entusiasmante allucinazione musicale. Ma anche i The Gift decidono di concedersi il classico momento  di ''tranquillita' unplugged'' e lo fanno con ''All of this is what remains of you”, semplice, una sola chitarra acustica, strumming senza tanti fronzoli, la voce con finali di frase volutamente ''sguaiati'' diverte e sottolinea la struttura armonica; il solo di Burchielli è '' da manuale''  pulito e preciso a servizio di un brano semplice ma coinvolgente. '' White Queen'' , è un tipico brano '' sixties '' dove spicca un organo Farfisa molto ben inserito da Mariolo Scano. Brano di semplice struttura, che scorre piacevolmente e aiuta a prendersi un momento di piacevole relax ''revival''. Ma ecco subito dopo ''I Wanna be drunk with you'' cioè un rock n' roll della piu' classica scuola. Ma la ''The Gift Attitude'' spicca anche qui. Ancora Velvet Underground è il pensiero che ritorna ascoltando ''Frankie says ''. Attenzione però, non sto affatto insinuando alcun sospetto di plagio, ma le sonorita' sono veramente quelle , proposte con molta freschezza . ''Taxman'', song del periodo piu ''visionario - psichedelico '' dei Beatles siadatta perfettamente allo stile The Gift , indovinata scelta di cover, che rimarca come il gruppo abbia una solida consapevolezza delle proprie attitudini. Veloce ''The Sphere'' esce dagli speaker dello stereo piacevole e ritmata. Anche ''For the rest of my life''  '' I said no''   ''Show me your face''  e  ''The sailor'' mantengono il sound del disco su livelli psyco - dark di elevato standard, per poi chiudere con una '' Jam session'' improvvisata , come tributo del combo a quel genio che fu il mai troppo compianto Jimi Hendrix, vero trait - d'union tra blues rock e psichedelia. In conclusione un disco che soddisfa decisamente l'ascoltatore ''generico'' e che entusiasmerà gli appassionati del genere.

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Il Commento

LA TV NELLA PALUDEI DEI TALENT

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Manuel Agnelli degli Afterhours giudice della prossima edizione di X Factor Italia è la notizia che sta facendo parlare tutto il mondo della musica italiana, dal fronte Indie a quello più Mainstream ammesso che abbia ancora senso parlare di confini. Per me non ne ha mai avuto, ma io scrivo canzoni, mentre chi le vende ha sempre etichettato le cose per diversificarle ed esporle sullo scaffale “giusto”, per orientare il pubblico e facilitargli il compito della scelta, perché sanno bene che il bisogno di appartenenza è alla base di quel famoso triangolo di Maslow! Ma oggi anche il triangolo è roba vecchia, oggi è tutto diverso e su “Rockit” puoi trovare in home page titoli che troveresti su “Tv Sorrisi e Canzoni”, giudici dei talent show icone dell’indie rock italiano e cantautori indipendenti che scrivono per Tiziano Ferro, Cremonini e Jovanotti. Insomma se già nel governo italiano non esiste più alcuna differenza tra la destra e la sinistra figuriamoci se credere che possano esserci differenze qualitative tra musica di massa e musica di nicchia. Come al Sanremo di quest’anno ci è capitato di ascoltare proposte dei big ben più fresche di quelle dei “giovani”. Insomma, abbandoniamo questa “vecchia visione idealista” della coerenza e proviamo a ragionare in maniera moderna e diagonale come fanno tutti gli altri. Eppure, da ieri mattina, sul web non si parla d’altro, ma per dimostrare la mia apertura mentale, proverò ad immaginare la presenza di un personaggio come Manuel Agnelli come l’inizio di una nuova era di una certa musica che finalmente ritrova spazio nel tanto bramato e temuto media televisivo, dico ritrovare perché negli anni Sessanta e Settanta la tv italiana ospitava e presentava al grande pubblico grandissimi cantautori e band come Francesco De Gregori, Fabrizio De Andrè, Rino Gaetano, Lucio Battisti, Piero Ciampi, gli Area, la Pfm, i Nomadi, Alice, Mia Martini, Giorgio Gaber e Lucio Dalla, e fino ai primi anni duemila in tv c’erano programmi dove la musica era inedita e rigorosamente dal vivo, dove un’artista non doveva rispettare un copione scritto da autori televisivi e non doveva interpretare unicamente il personaggio di se stesso. Qualcuno di voi ricorda Database ( Rock TV), Top of the Pop ( Rai 2 e Italia 1), Taratatà ( Rai 1 ) Parla con me della Dandini ( Rai e La7), Scalo 76 (Rai 2), Roxy Bar ( Videomusic, Rai, Mediaset), Notte Rock ( Rai 1 Videomusic)? Dove sono finiti tutti quei bei programmi televisivi dove al centro di tutto c’era la musica? E perché oggi ci sono soltanto le gare, le competizioni all’ultimo sangue, i giudici, i vincitori e i vinti? Perché oggi gli unici programmi musicali sono “Amici” di Maria, “X Factor”, “The Voice” e altri cosiddetti talent show?

Marzia Stano (Una)

 

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