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Editoriale

...E SPARARONO AL CANTAUTORE...

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Così cantava Roberto Vecchioni, qualche annetto fa, nella autoironica Vaudeville (ultima notte cannibale), “E spararono al cantautore, in una notte di gioventù…gli spararono per amore, per non farlo cantare più!”. Sorge il dubbio che, se nel 1977, uno degli esponenti più solidi della canzone d’autore italiana dichiarasse questo tentato omicidio nei confronti dei songwriters in voga, qualcosa non funzionasse già.  La domanda cade anche un po’ banale, a dir la verità: chi sono stati ieri e chi sono oggi i cantautori? Dal dopoguerra ai giorni nostri sono trascorsi oltre cinquantanni di fenomenologia musicale che, in Italia, grazie al Festival di Sanremo, ha decisamente raccontato (direttamente o indirettamente) le storie, i volti, il costume e le emozioni di un Paese risorto miracolosamente dalle proprie ceneri. C’è passato Modugno per approdare a Paoli, Tenco e Bindi. De Andrè, Guccini, Dalla e poi Bertoli, Gaetano, Bennato, De Gregori. Fino ai vari Graziani, Fortis, Daniele. Si è parlato, in maniera vaga e vacua, di “scuole”. Eppure se analizziamo attentamente le aree di riferimento, spesso – a parte le origini autoctone – non vi è alcun collegamento tra alcuni cantautori nati nella stessa regione o città. Baglioni non ha nulla a che vedere con De Gregori; e Venditti men che meno con Rino Gaetano. Guccini con Lolli? Bertoli con Dalla? E De André con Bindi? Le cose sono sempre state molto più semplici di come sono state scritte. I cantautori, nati inizialmente grazie ad autori straordinari capaci anche di interpretare le loro opere, rappresentano un fenomeno circoscritto agli anni ‘60/’70. Esattamente quando il mondo, dopo due guerre disumane, ventilava aliti di pace, modernità, cambiamento. Lì nacquero i primi veri cantautori che, senza nulla togliere a tutti quelli che sono arrivati dopo (me compreso), hanno offerto dignità alla musica leggera, arricchendola di contenuti poetici e letterari. L’album concept, ad esempio, è stata una scoperta formidabile. Perché un LP (di quelli fatti in vinile che ci ascoltavamo per intere giornate) è capace di raccontare una storia o affrontare un argomento in più canzoni e, a parte l’esperienza del musical e quella operistica, permise agli artisti-autori di costruire un prodotto culturale di alto livello. È il caso di “La buona novella” (di De Andrè), ma anche di “Burattino senza fili”. La canzone "strumento di comunicazione": questo diventò, nel giro di pochi anni, la musica dei cantautori. La politica la fece sua, la partitica se la spartì. E fu la fine. Negli anni ’70, avere una chitarra in casa era come il telefonino di oggi, quasi più importante dell’automobile. Si cantava per protestare, per dichiarare una vittoria, una sconfitta, o per dichiararsi in amore. Le bacheche di quegli anni, erano le emittenti radiofoniche libere. A metà degli anni ’70, ci si scambiavano gli auguri di compleanno (come oggi su Facebook) attraverso la “propria” radio. Con una canzone dedicata. E lì, non c’era il mostro dell’audience, pronto a sbranare chiunque non si allineasse.Vietatissimo ascoltare cover, con le orecchie aguzze puntate sulle casse del giradischi, gli inediti dovevamo essere ricercati ed originali. Insomma, vi chiederete voi. Ma dov’è andata a finire tutta questa manna di intellighenzia massificata? Qualcuno, al cantautore (metaforicamente) ha sparato davvero. E non l’ha ferito a morte, l’ha proprio ucciso. Nei nostri archivi, come tante lapidi in fila, restano decine, centinaia e (per alcuni appassionati) migliaia di 45 e, soprattutto, 33 giri dal suono dimenticato. Era scomodo il cantautore? Era troppo comodo per qualcuno che lo ha prima fatto salire sulla vetta e poi l’ha lanciato giù? Era soltanto una moda? Non lo scopriremo mai. I motivi sono tanti. Prima di tutto, non puoi predicare rosso e razzolare bianco. La coerenza, quando viene sporcata, non si lava con la candeggina. Secondariamente i discografici sani di un tempo, come il Dossena che produsse il concept “Mu” di Richard (allora si chiamava così) Cocciante o “Theorius Campus” del debuttante duetto De Gregori-Venditti, sono stanchi. Hanno fatto tanto, forse troppo. E, spesso, a fianco di addetti ai lavori - nonché colleghi - capaci solo di sfruttare mode abominevoli come la discomusic trash.Assolti discografici e artisti, allora concludo con una domanda: chi è l’assassino? Il pubblico, signore e signori, quindi l’ascoltatore medio, detto anche spettatore… no?
Ma siete proprio sicuri che non c’entri nulla?

Luca Bonaffini

 

The Gift, una band del panorama  indie rock degli anni 80 che si riforma dopo ben 25 anni e ritorna con un full leght che racchiude tracce del passato ( parliamo della meta' degli anni '80 ) rimasterizzate e due ''bonus track'' di nuova composizione registrate per l'occasione.

 

 

La formazione vede ritornare i componenti originali, dopo esperienze con musicisti diversi. Ugo Sala si occupa delle vocals, Danilo burchielli alla chitarra, Delfino de Leonardis al basso, Pino Petraccia alla batteria. Il cd intitolato ( giustamente ) “Rebirth” è dedicato alla memoria di Stefano Alici fondatore del combo e chitarrista, nonchè ideatore del nome della band ed autore di molti dei testi dei vecchi brani. Metto il cd nello stereo, mi rilasso sul divano con la luce soffusa, e immediatamente vengo assalito ( piacevolmente) da '' The change '' e capisco che qui si fa sul serio. Suoni di chitarra veramente acidi e graffianti, per un pezzo che mi riporta molto indietro agli anni della new wave dominati da realta' di tutto rispetto come Joy Division, Velvet Underground eccetera. The Gift mi sorprendono, omaggiando il succitato sound con una performance estremamente personalizzata che unisce le atmosfere oscure ed il basso ossessivo tipico del genere, con una voce perfettamente a suo agio e un arrangiamento impeccabile, mai stucchevole o autocelebrativo. Ed arriva ''The change'' la seconda traccia che si apre su un bellissimo tema melodico, se devo azzardare un giudizio che lascerà stupiti gli amanti della new wave lo definirei a metà tra un riff alla Cure con la melodia accattivante dell'Aor ( crocefiggetemi...). Il pezzo è in assoluto il migliore dell'album, in bilico tra la sempre presente new wave e sonorità meno oscure melodie e temi che si intrecciano costruendo un tappeto sonoro molto accattivante e definito. La third track ''Beautiful toy '' mantiene l'album su livelli di eccellenza, cambiando però radicalmente approccio. Qui la chitarra invece di essere graffiante ed acida ha ora una sonorità ''clean'' e sostiene le linee vocali mai scontate di Ugo Sala con una ritmica molto funkeggiante suonata con ''polso'' dall' ottimo Danilo Burchielli axeman sempre presente ma mai nvadente, e sempre '' adeguato'' al contesto dei brani e preciso nei licks. “Wind in my head”, il brano successivo si mantiene sulle stesse coordinate, con un approccio lievemente più punkeggiante; belli anche i cori e i pulitissimi i fraseggi di chitarra e basso, che danno freschezza ad un pezzo che con facilità avrebbe potuto scadere in consolidati canoni punk. Poi ''The wind in my head'' , ovvero psichedelia pura, non ho altre parole per questa entusiasmante allucinazione musicale. Ma anche i The Gift decidono di concedersi il classico momento  di ''tranquillita' unplugged'' e lo fanno con ''All of this is what remains of you”, semplice, una sola chitarra acustica, strumming senza tanti fronzoli, la voce con finali di frase volutamente ''sguaiati'' diverte e sottolinea la struttura armonica; il solo di Burchielli è '' da manuale''  pulito e preciso a servizio di un brano semplice ma coinvolgente. '' White Queen'' , è un tipico brano '' sixties '' dove spicca un organo Farfisa molto ben inserito da Mariolo Scano. Brano di semplice struttura, che scorre piacevolmente e aiuta a prendersi un momento di piacevole relax ''revival''. Ma ecco subito dopo ''I Wanna be drunk with you'' cioè un rock n' roll della piu' classica scuola. Ma la ''The Gift Attitude'' spicca anche qui. Ancora Velvet Underground è il pensiero che ritorna ascoltando ''Frankie says ''. Attenzione però, non sto affatto insinuando alcun sospetto di plagio, ma le sonorita' sono veramente quelle , proposte con molta freschezza . ''Taxman'', song del periodo piu ''visionario - psichedelico '' dei Beatles siadatta perfettamente allo stile The Gift , indovinata scelta di cover, che rimarca come il gruppo abbia una solida consapevolezza delle proprie attitudini. Veloce ''The Sphere'' esce dagli speaker dello stereo piacevole e ritmata. Anche ''For the rest of my life''  '' I said no''   ''Show me your face''  e  ''The sailor'' mantengono il sound del disco su livelli psyco - dark di elevato standard, per poi chiudere con una '' Jam session'' improvvisata , come tributo del combo a quel genio che fu il mai troppo compianto Jimi Hendrix, vero trait - d'union tra blues rock e psichedelia. In conclusione un disco che soddisfa decisamente l'ascoltatore ''generico'' e che entusiasmerà gli appassionati del genere.

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