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Editoriale

COSI' A SANREMO IMPAZZA IL RAP CHE VA DI MODA

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I due vincitori di Sanremo Giovani 2018, che parteciperanno quindi al Festival di Sanremo  2019 sono l’italo cubano Einar e l’egiziano Mamhooh.. Curioso. Il Paese dei mandolini e delle canzonette non riesce più neppure a produrre cantanti. In realtà, i due giorvanotti, Einar in modo particolare,  hanno della stoffa e due discrete canzoni. Ma in entrambi i casi si tratta di brani che avrebbero potuto indifferentemente cantare Eros Ramazzotti e Nek, cioè due personaggi che nel mondo della canzone ci sguazzano da alcuni decenni,  vale a dire che non tarderanno a levarsi le voci, puntuali come ogni anno, a dire che il Festival di Sanremo, cioè la maggiore manifestazione musicale italiana, non è rappresentativo di ciò che la gente, segnatamente i giovani, ascolta. A tentare di dare una risposta a questa scontata osservazione, quest’anno il festivalone targato Baglioni ha infarcito di rapper la gara dei big, cosicchè si venga almeno in parte a parare l’immagine di un festival non al passo con i tempi. Ed a leggere l’elenco dei “big” in gara c’è come sempre da trasalire: ci sono Patty Pravo affiancata però dal rapper Briga, Loredana Bertè che è uno sbiadito ricordo della cantante che fu, Daniele Silvestri caro alla stampa di sinistra, Nek, Maz Pezzali, Arisa, Francesco Renga che rischia di diventare il nuovo Zarrillo, la rediviva Anna Tatangelo, Negrita, Nino D’Angelo e Paola Turci e poi una schiera di personaggi che saranno anche, in alcuni casi, noti nel mondo del rap ma che al grande pubblico dicono poco o nulla: Federica Carta e Shade, Boomdabash, Achille Lauro, Enrico Nigiotti tanto per citare a caso. Qualcuno azzarda che  per la prima volta ci troveremo al cospetto di un perfetto connubio tra indie e major. Forse. Ammesso che il concetto di “indie” sia quello riconducibile alla musica indipendente, anche se la sensazione più diffusa è che ormai “indie” sottintenda sempre più il vivaio delle major, laddove attingere non appena un personaggio diviene popolare in rete e possa quindi garantire un tornaconto anche minimo in un’epoca in cui i dischi vanno al macero.

Giorgio Pezzana

 

Chi fermandosi al titolo, “Vorrei rinascere in un Lama” (proprio così, con la “L” maiuscola), ha pensato ad una sorta di riflessione spirituale con influenze tibetane, si ravveda: il brano che dà il titolo al nuovo album dei 7 Marzo si rifà proprio all'animale, quello strano camelide sudamericano che se disturbato sputa senza ritegno. Ed è bene che sia così, perchè il lavoro di questo gruppo, a parte qualche cedimento che è ben poca cosa in un'epoca in cui molte band sono persuase che il rock sia solo frastuono, è un lavoro interessante, a tratti anche divertente.

La prima delle dodici tracce, appunto “Vorrei rinascere in un lama”, si propone in apertura come una sorta di zoo con “voci” di vari animali e quando la canzone parte, non si fatica troppo ad individuare un testo originale ed un ritornello che “prende”, pur nella sua estrema semplicità strutturale. Si scivola un po' con il brano successivo, “Michele/Epilogo”, con sonorità invasive ed una metrica a tratti compressa, ma la canzone successiva, “Dai passa questo pezzo” è una vera furbata ed è forze la canzone più bella sia perchè “arriva” e coinvolge con facilità, ma anche grazie ad un testo decisamente accattivante ed un arrangiamento adeguato alla circostanza. Con “Ridi quando vuoi” si fa nuovamente un passo indietro, il brano è a tratti dissonante in modo talmente palese da non laaciare dubbi sulla volontarietà di un effetto che però non risulta gradevole; ha invece un testo molto divertente “Grandissimi film americani” ed una musica trascinante fa il resto, garantendo la piena riuscita del brano. In “Eva correva” il testo appare più trascurato per dare voce e respiro ad un rock più strumentale; carina anche “Samantha tornerà” con la voce “opaca” delle prime frasi adagiata sul'accompagnamento della chitarra, per poi assumere contorni più decisi, un buon testo che anche in questo caso ci conferma come questa band faccia un uso appropriato delle parole, per narrare, quasi sempre con efficacia, storie e situazioni. “L'immagine del cambiamento” prende avvio con il bel sax di Maurizio Signorino che già avevamo incontrato in “Michele/Epilogo”, ma che viene poi travolto da una ritmica un po' sopra le righe e per la prima volta in questo brano si ha la sensazione che il testo sia solo funzionale ai contenuti strumentali, molto marcati. E su questa linea si prosegue con “La chance”, dimostrando che si cede alle mode anche quando si è assolutamente in grado di fare meglio e di più. Torniamo ad un testo interessante con “Ti darò”, ancora un bel sax e di nuovo buoni arrangiamenti. “Ciao”, introdotta da gufi, ranocchi e suoni misteriosi è comunque un bel brano, delicato e ben arrangiato. E si va a chiudere con una traccia fantasma, "RDB", la cui presenza è eloquentemente illustrata dalla voce narrante di Elisa Benedetta Marinoni; è bella l'idea di questo brano che è quasi una scommessa mantenuta, nato per caso, ma con il proposito di inserirlo nel primo album del gruppo come un divertissment a sé stante, ma puntuale, con suoni puliti e la sempre piacevole voce di Franz. Nell'insieme dunque “Vorrei rinascere in un Lama” è un bell'album che pone in risalto la personalità già piuttosto consolidata del gruppo, la brillante agilità compositiva di Franz e l'oroginalità di un progetto realizzato con buona professionalità ed un pizzico di ruffianeria.

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Il Commento

ECCO I MOTIVI DELLE RECENSIONI SENZA FRETTA

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Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto per quale ragione le recensioni degli album su “Un'altra Music@” compaiano sistematicamente a distanza di qualche settimana, se non di qualche mese, dalla loro pubblicazione. Si tratta di una scelta o di un'esigenza dettata dalle ridotte dimensioni della nostra redazione e degli spazi sul magazine? Fermo restando che in redazione siamo in pochissimi e ci siamo imposti di ascoltare sempre tutto ciò che finisce sulle nostre scrivanie (contrariamente a quanto fanno altri che si limitano a fare il copia/incolla di quanto inviano le agenzie di stampa), il che richiede tempo, molto tempo, è anche una scelta dettata da una riflessione più ampia. Da quando le nuove tecnologie hanno di fatto ridotto ai minimi termini il mercato discografico, abbiamo assistito al trionfo dell'usa e getta che tutto divora e tutto azzera. Cosicchè, di un cd uscito oggi, sulle riviste specializzate, si parla nei prossimi cinque giorni, dopodichè cala il silenzio. Tutti ne scrivono insieme e tutti lo fanno subito. In virtù di quella esigenza di “stare sul pezzo” che, se è irrinunciabile qualora ci si occupi di cronaca, non lo è affatto quando ci si occupa di arte in genere (dalla musica al settore editoriale, dall'arte visiva alle programmazioni teatrali). In tal modo, un prodotto che ha richiesto mesi quando non anni di lavoro, “sfiorisce” in pochi giorni soppiantato da altre produzioni, destinate a fare la medesima fine. “Un'altra Music@”, ponendosi in alternativa rispetto alle dilaganti tempistiche dei lanci e della promozione discografica, non intende farsi risucchiare da questo vortice, che sta alla base del mancato consolidamento di tante produzioni discografiche, ma anche della mancata affermazione di artisti ai quali non viene più concesso il tempo di “crescere” e di entrare in sintonia con il pubblico. Il pubblicare una recensione settimane o mesi dopo l'uscita di un album, significa continuare a fare vivere quel prodotto, significa sottoporlo nuovamente all'attenzione di chi legge e di chi ascolta, recuperando le distrazioni di coloro che, fuorviati dalla frenesia delle uscite in tempo reale, si sono forse persi la possibilità di cogliere il senso di una canzone o il percorso artistico di un album. Una rivista che si occupa di musica non ha e non deve avere i tempi della cronaca. Né ha esigenze di primogenitura. Non importa se prima di noi a scrivere di quel cd sono state altre riviste. Importa la professionalità con la quale noi ci accostiamo a quel lavoro, l'attenzione che gli dedichiamo, il rispetto che portiamo a chi ci ha richiesto un parere. Oltre alla già espressa convinzione che non vi sia lavoro musicale o comunque artistico che possa esaurirsi in cinque giorni. Ed a costo di sembrare “passatista” a tale proposito mi piace ricordare che nel tempo dei vinili le canzoni di maggior successo del Festival di Sanremo occupavano le classifiche discografiche sino a maggio, per poi lasciare il posto ai brani di “Un disco per l'estate” che si contendevano i piazzamenti sino a ottobre. Altri tempi, certo. Tempi in cui la musica si ascoltava davvero ed il lavoro di un artista era un progetto al quale veniva concesso il tempo per esplicarsi e svilupparsi. Se ciò non accadeva i fattori avversi erano altri, non certo l'ansia di divorare tutto e subito.

G. Pe.

 

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