musicamag.com
Banner
Banner
Banner

Editoriale

CI MANCAVANO ANCHE LE WEBSTAR

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDF | Stampa | E-mail

Le chiamano “webstar”. Sono degli aspiranti cantanti e musicisti che postano su Youtube i loro “prodotti” e dopo qualche tempo si accorgono che ad avere ascoltato i loro brani e visto i loro video sono stati tanti. E quando sono più di tanti, cioè moltissimi, ecco che nascono le webstar. Niente dischi, niente tv, sino a quel momento niente serate (o qualche seratina al pub cambio birra e pizza margherita). Poi nascono i Fabio Rovazzi con canzonacce come “Andiamo a comandare”, che però divengono “tormentoni” stagionali e poi vanno a vincere il disco d'oro e quello di platino. Si perchè, a quel punto, non è più pensabile non fare un disco. Perchè la casa discografica di turno, che non ha nessunissimo merito da rivendicare per il successo di questo o quel personaggio, in realtà segue la scia del web e con la tecnica dello squalo si avventa sulla preda quando ritiene sia giunto il momento giusto per farlo. In questo caso a trarne giovamento è anche la preda. E per i discografici il successo è garantito, perchè di fatto quel personaggio il successo se lo è già costruito da solo. Se si pensasse per qualche istante a quali artisti andavano i dischi d'oro e di platino solo sino ad un paio di decine di anni or sono, ci sarebbe da chiudere tutto e dedicarsi alla cunicoltura. Ma tant'è. E qui si apre un contenzioso importante perchè, diciamocelo con franchezza, a mettere in dubbio i successi che scaturiscono dal web, tra le generazioni più giovani, si passa in un nulla da retrogradi disarmanti ed irrecuperabili. Ma, il gridare al miracolo ascoltando i Rovazzi, viene però francamente difficile ed anche imbarazzante. Perchè in quel giovanotto con i baffetti, che è il primo ad essere rimasto sorpreso e travolto dal successo, di miracoloso non c'è proprio nulla, neppure l'aspetto, che è quanto di meno telegenico si possa immaginare. Ma è importante? O meglio, è ancora importante questo? Un tempo le case discografiche serie sottoponevano gli artisti da lanciare (scoperti dai talent scout e non dai click su Youtube) a prove telegeniche. Perchè il lancio di un artista poteva contemplare anche l'ipotesi di qualche spot pubblicitario e l'auspicio di qualche passaggio televisivo. Ma siamo all'archeologia e quindi, guardiamo avanti. Che significa la creazione di una webstar? Significa riversare su di un personaggio, senza filtri e senza l'induzione del condizionamento televisivo, tali e tanti segnali di gradimento tanto da farne, appunto, una star. Quanto può durare una webstar? Probabilmente lo spazio di una stagione. Perchè il ricambio è incessante e le pretendenti webstar che compaiono in rete sono innumerevoli ogni giorno. E poi il pubblico dei giovanissimi si annoia in tempi brevi, viene dalla cultura dell'usa e getta, non cerca sussulti emotivi duraturi, ma piuttosto il divertimento, la novità, la sorpresa momentanea da “godere” per qualche istante per poi riprendere la ricerca. Per questo non nascono più personaggi veri. Per questo le copertine delle riviste gossippare presentano quasi sempre illustri semisconosciuti destinati ad un rapido oblio, ma presentati come vip. Per questo la musica rischia di andare incontro ad una repentina interruzione della propria storia. Un percorso già intrapreso, con il grande inganno dei talent, il fenomeno delle webstar e la morte ormai definitiva di quei programmi musicali che un tempo costellavano radio e tv e scandivano le stagioni. Cercasi ottimisti in grado di confutare queste cupe previsioni.

Giorgio Pezzana

 

In periferia di Milano potrebbe essere nata una band che lascerà il segno. Questi ragazzi, alla loro prima uscita discografica, con l’omonimo disco Madddog, dimostrano di avere denti affilati. Sono nati nel 2008 e negli ultimi mesi dello scorso anno hanno sfornato un album che sprigiona energia allo stato puro.

 

La musica dei Madddog è una fusione di generi talmente convincente da poter diventare quasi un modello di riferimento. C’è reggae,  punk, hard-core, hard-rock e ska, ma la loro musica va oltre il genere. Le loro melodie, originali, personali e coinvolgenti si trasmettono all’ascoltatore in modo immediato: senza nemmeno accorgersene e senza nemmeno conoscere le canzoni ci si trova a cantare con loro, a strillare UH! UH! UH! (da Burning Babylon), a battere il piede, quando non a ballare, su ritmiche che ti assalgono. Il loro non sembra nemmeno un album d’esordio. Sembra l’album furbo di una band californiana multiplatino. Persino la grafica della copertina trasmette carattere. Carattere, appunto. Questa è l’impressione che si ha ascoltando via via le loro canzoni. Il suono è importante, con una batteria e un basso monumentali, chitarre che intrecciano sapientemente riff hard rock e pennate reggae, per creare una base ritmica incalzante sulla quale il cantato si aggancia con una metrica perfetta e melodie che si imprimono nel cervello di chi li ascolta e non lo mollano più. L’apertura del disco è affidata ironicamente a Near the end, che senza timidezze mette immediatamente le cose in chiaro: due accordi per un riff durissimo e subito inizia la strofa reggae, poi bridge hard rock per creare la giusta tensione che al 50esimo secondo si distende in un ritornello liberatorio. È una sintesi perfetta dello stile che si riconosce in ognuna delle tredici tracce del disco. Funk e groove coinvolgente per Covered by fearI go crazyNRG, punk e ritmiche sincopate in EverybodyFeel likeAway; infine la chiusura è affidata aDog in the shadow, che allenta leggermente la presa di un disco che si ascolta tutto d’un fiato .Se chiudeste ipoteticamente Bob Marley, Lenny Kravitz, Red Hot Chili Peppers , i migliori No Doubt, Offspring, Green Day, in una stanza a comporre musica insieme, forse, oltre a una nube di fumo dalla dubbia provenienza, uscirebbe qualcosa che in qualche modo si avvicina alla musica dei Madddog.

 

 

Visite

Tot. visite contenuti : 429921

Chi è online

 54 visitatori online

Il Commento

I MAGNIFICI CINQUE DEGLI ANNI SESSANTA

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDF | Stampa | E-mail

Negli anni '60 la musica italiana si giocò una vera cinquina vincente di artiste, che sono state poi per tutti noi un vero ponte culturale con l'Europa e i loro poeti: Milva, Ornella Vanoni, Patty Pravo, Mina, Iva Zanicchi. L'elemento caratterizzante di queste artiste fu l'espressione vocale accompagnata a quella gestuale. Dopo anni dunque di voci spiegate al vento ecco giungere parole sussurrate, mani che disegnano concetti nell'immaginario del pubblico, occhi che raccontano storie. Questa rivoluzione espressiva musicale fu immortalata attraverso una scatola, entrata allora da pochissimi anni nelle case e nei bar degli italiani, la tv. Possiamo affermare che fu proprio quella scatola, che finalmente permetteva agli artisti di riappropriarsi del proprio corpo, ad indurre in essi un cambiamento di approccio alla loro espressione musicale? Francamente non credo! Se andiamo alla ricerca del filo rouge che lega le nostre cinque fuoriclasse, ne troveremo il capo nel teatro e nelle importanti collaborazioni con poeti-musici stranieri. La storia è poi fatta di intrecci e congiunzioni trasversali e forse non è un caso che la tv in Italia, con il suo esordio nel 1954, si diffuse a macchia d'olio sul territorio nazionale intorno al 1956, anno della morte di Brecht di cui di lì a poco Milva sarebbe diventata straordinaria interprete grazie a Strehler. Ma Milva non fu la sola a uscire dal tempio teatrale di Milano, arrivò poi anche Ornella Vanoni, collaboratrice del grande poeta Vinicius de Moraes, con cui la stessa Patty Pravo duetto'; e non va certo dimenticata poi la collaborazione di Iva Zanicchi con il compositore Theodōrakīs. La rivoluzione espressiva di tali artiste non fu dunque a mio avviso un semplice effetto indotto dalla scatola tv, o per meglio dire dalla necessità per tali artiste di dover “superare” una sconosciuta macchina da presa per poter arrivare al grande pubblico a casa, bensì fu fortemente guidata dall'impellenza artistica di dover comunicare un testo letterario. E' lecito pensare che se nel 1954 quella scatola non fosse entrata nelle nostre case tale processo di evoluzione espressiva artistica, in quanto processo culturale, non si sarebbe comunque arrestato, ma avrebbe continuato ad animare i teatri ed i caffè letterari da cui era emerso. Una politica culturale nella programmazione televisiva degli anni '60 ha poi consentito dunque un processo di diffusione ed amplificazione di ciò che stava fermentando. La “distorsione”, avvenuta negli ultimi anni, della immagine Musica in tv attraverso la trasmissione di concerti da stadio in delirio, e dunque anche dei concetti in essa racchiusi, ha fatto sì che oggi per ritrovare poesia in musica siamo costretti nuovamente a frugare nei club, circoli letterari e teatri. La questione non è dunque riscoprire o reclamare ciò che oggi è ritenuto vintage, ma prendere atto che quella scatola è un registratore di ciò che siamo, ma non un vincolo alla musica che facciamo.

Alessia Arena

 

Login



Con la registrazione ci si iscrive automaticamente alla news letter di "un'altra Music@"