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Editoriale

QUEI SETTANTENNI SENZA ETA'

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In queste ultime settimane, in Italia e nel mondo, stanno circuitando, con enorme successo, personaggi del mondo del rock che sono autentiche icone, ma che sempre più si ritrovano a dovere fare i conti con l'anagrafe. Il più giovane è Bruce Springsteen, appena 67 anni, che riesce a ruggire negli stadi generando scene di autentico entusiasmo tra fans di ogni età. Ma recentemente ha ottenuto accoglienze trionfali anche David Gilmour, 70 anni, personaggio simbolo dei Pink Floyd, che ha mostrato sul palcoscenico di essere ben più di un semplice replicante di sé stesso. I socil network con una certa insistenza ci propongono un Mick Jagger, 72 anni, più ginnico che mai, alle prese con esercizi e e piegamenti che affronta quasi con irridente sufficienza. Ed anche in ambito femminile scopriamo che Joan Baez sarà in Italia, alla veneranda età di 75 anni, poche sere or sono ha raccolto ovazioni a piene mani in un Vittoriale (provincia di Brescia) gremito; ed anche Patty Smith, 70 anni, nei giorni scorsi nella vicina Svizzera ha tenuto un concerto che ne ha messo in risalto lo smalto di una voce graffiante e di una verve insospettabile. E se vogliamo chiudere questa passerella con un progetto in divenire, il prossimo 5 dicembre uscirà il nuovo disco che rivedrà insieme Mina (76 anni) ed Adriano Celentano (78), pronti a bissare il successo del 1998 allorquando il loro precedente album in duo vendette oltre due milioni di copie. Insomma, la famosa esclamazione “largo ai giovani” pare un po' più mesta del solito al cospetto di questi “grandi vecchi” che stanno furoreggiando. Come è giusto che sia. Perchè, non dimentichiamo che solo pochi anni or sono ci si lamentava per il fatto che in Italia ci fosse una certa tendenza ad accantonare i “vecchi” della canzone, talvolta dimenticandoli per anni, o risponverandoli solo in circostanze un po' tristi, tipo il “Teghedè” della Rai in versione estiva. Mentre all'estero i Frank Sinatra, i Jacques Trenè, i Tom Jones continuavano a rimanere nella memoria di tutti, in Italia pareva che ci fosse spazio solo per quel “nuovo” che negli anni si è però sempre più assottigliato, consentendo operazioni di riscoperta di artisti mai tramontati nelle memorie di coloro che li osannarono negli anni più verdi della loro carrriera e che oggi, trasmettendo alle nuove generazioni l'essenza di ricordi mai cancellati, hanno reso quegli artisti immortali e trasversali. La carta d'identità conta sempre meno quando è la dimensione artistica a dettare i ritmi di un'esistenza.

Giorgio Pezzana

 

In periferia di Milano potrebbe essere nata una band che lascerà il segno. Questi ragazzi, alla loro prima uscita discografica, con l’omonimo disco Madddog, dimostrano di avere denti affilati. Sono nati nel 2008 e negli ultimi mesi dello scorso anno hanno sfornato un album che sprigiona energia allo stato puro.

 

La musica dei Madddog è una fusione di generi talmente convincente da poter diventare quasi un modello di riferimento. C’è reggae,  punk, hard-core, hard-rock e ska, ma la loro musica va oltre il genere. Le loro melodie, originali, personali e coinvolgenti si trasmettono all’ascoltatore in modo immediato: senza nemmeno accorgersene e senza nemmeno conoscere le canzoni ci si trova a cantare con loro, a strillare UH! UH! UH! (da Burning Babylon), a battere il piede, quando non a ballare, su ritmiche che ti assalgono. Il loro non sembra nemmeno un album d’esordio. Sembra l’album furbo di una band californiana multiplatino. Persino la grafica della copertina trasmette carattere. Carattere, appunto. Questa è l’impressione che si ha ascoltando via via le loro canzoni. Il suono è importante, con una batteria e un basso monumentali, chitarre che intrecciano sapientemente riff hard rock e pennate reggae, per creare una base ritmica incalzante sulla quale il cantato si aggancia con una metrica perfetta e melodie che si imprimono nel cervello di chi li ascolta e non lo mollano più. L’apertura del disco è affidata ironicamente a Near the end, che senza timidezze mette immediatamente le cose in chiaro: due accordi per un riff durissimo e subito inizia la strofa reggae, poi bridge hard rock per creare la giusta tensione che al 50esimo secondo si distende in un ritornello liberatorio. È una sintesi perfetta dello stile che si riconosce in ognuna delle tredici tracce del disco. Funk e groove coinvolgente per Covered by fearI go crazyNRG, punk e ritmiche sincopate in EverybodyFeel likeAway; infine la chiusura è affidata aDog in the shadow, che allenta leggermente la presa di un disco che si ascolta tutto d’un fiato .Se chiudeste ipoteticamente Bob Marley, Lenny Kravitz, Red Hot Chili Peppers , i migliori No Doubt, Offspring, Green Day, in una stanza a comporre musica insieme, forse, oltre a una nube di fumo dalla dubbia provenienza, uscirebbe qualcosa che in qualche modo si avvicina alla musica dei Madddog.

 

 

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Il Commento

LA TV NELLA PALUDEI DEI TALENT

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Manuel Agnelli degli Afterhours giudice della prossima edizione di X Factor Italia è la notizia che sta facendo parlare tutto il mondo della musica italiana, dal fronte Indie a quello più Mainstream ammesso che abbia ancora senso parlare di confini. Per me non ne ha mai avuto, ma io scrivo canzoni, mentre chi le vende ha sempre etichettato le cose per diversificarle ed esporle sullo scaffale “giusto”, per orientare il pubblico e facilitargli il compito della scelta, perché sanno bene che il bisogno di appartenenza è alla base di quel famoso triangolo di Maslow! Ma oggi anche il triangolo è roba vecchia, oggi è tutto diverso e su “Rockit” puoi trovare in home page titoli che troveresti su “Tv Sorrisi e Canzoni”, giudici dei talent show icone dell’indie rock italiano e cantautori indipendenti che scrivono per Tiziano Ferro, Cremonini e Jovanotti. Insomma se già nel governo italiano non esiste più alcuna differenza tra la destra e la sinistra figuriamoci se credere che possano esserci differenze qualitative tra musica di massa e musica di nicchia. Come al Sanremo di quest’anno ci è capitato di ascoltare proposte dei big ben più fresche di quelle dei “giovani”. Insomma, abbandoniamo questa “vecchia visione idealista” della coerenza e proviamo a ragionare in maniera moderna e diagonale come fanno tutti gli altri. Eppure, da ieri mattina, sul web non si parla d’altro, ma per dimostrare la mia apertura mentale, proverò ad immaginare la presenza di un personaggio come Manuel Agnelli come l’inizio di una nuova era di una certa musica che finalmente ritrova spazio nel tanto bramato e temuto media televisivo, dico ritrovare perché negli anni Sessanta e Settanta la tv italiana ospitava e presentava al grande pubblico grandissimi cantautori e band come Francesco De Gregori, Fabrizio De Andrè, Rino Gaetano, Lucio Battisti, Piero Ciampi, gli Area, la Pfm, i Nomadi, Alice, Mia Martini, Giorgio Gaber e Lucio Dalla, e fino ai primi anni duemila in tv c’erano programmi dove la musica era inedita e rigorosamente dal vivo, dove un’artista non doveva rispettare un copione scritto da autori televisivi e non doveva interpretare unicamente il personaggio di se stesso. Qualcuno di voi ricorda Database ( Rock TV), Top of the Pop ( Rai 2 e Italia 1), Taratatà ( Rai 1 ) Parla con me della Dandini ( Rai e La7), Scalo 76 (Rai 2), Roxy Bar ( Videomusic, Rai, Mediaset), Notte Rock ( Rai 1 Videomusic)? Dove sono finiti tutti quei bei programmi televisivi dove al centro di tutto c’era la musica? E perché oggi ci sono soltanto le gare, le competizioni all’ultimo sangue, i giudici, i vincitori e i vinti? Perché oggi gli unici programmi musicali sono “Amici” di Maria, “X Factor”, “The Voice” e altri cosiddetti talent show?

Marzia Stano (Una)

 

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