musicamag.com

ATTENZIONE: per recensioni di album o EP occorre il supporto fisico da inviare al seguente indirizzo:

Associazione Artistica AnniVerdi - Rivista "Un'Altra Music@" - Via del Carmine, 5 - 13878 Candelo( Bi)

Per i soli annunci di EP, singoli e videoclip, non viene richiesto il supporto fisico.

Editoriale

L'ESTATE IN MUSICA E' ANCORA QUELLA DEGLI ANNI '80

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDF | Stampa | E-mail

Ci pare, ci dicono, di vivere in un mondo tutto proteso verso il futuro. Effetti “speciali” continuamente ci sorprendono, entusiasmando i più. Terminologie e consuetudini sino a ieri ignote sono entrate a far parte del nostro quotidiano: con l’avvento di Internet prima e degli smartphone poi, è tutto un fioccare di emoticon, di app, di post, di shot, di like e di share, di tecnologie avanzate e nuove opportunità. Eppure, in tanto furore futuristico ed innovativo, si coglie qualche sconcertante nota stonata. E quando dico “nota”, lo dico a ragion veduta. Rimini, esterno giorno, primi giorni di agosto 2017, in uno dei locali da sempre più trendy della riviera romagnola. Pubblicizzato, famoso, con radicate ambizioni cosmopolite. Bell’ambiente, curato, gradevole: un curioso pub english style in riva all’Adriatico. Appena approdata nella Mecca del Divertimentificio, mi sto godendo uno spuntino, e tra le chiacchiere colgo distrattamente la colonna sonora di sottofondo diffusa nel locale. Si tratta di una compilation anni ’80 doc, con parecchie incursioni nella “disco” dell’epoca. Sorrido commentando che – vista l’età della signora che gestisce il posto (a occhio una mia circa coetanea, nativa degli anni ’60 e quindi circa ventenne negli scintillanti ’80) un pizzico di nostalgia retrò ci sta tutta. E mi fa piacere riascoltarla. Però, poi, nei giorni successivi, questo strano “effetto rewind” si rinnova, e si rinnova ancora. In spiaggia. Nei bar. Nei ristoranti. Dentro i negozi. Ovunque risuonano brani la cui datazione va dalla metà degli anni ’70 a quella dei ’90 del secolo scorso, con qualche digressione nei gloriosi ’60, persino. Rarissimo sentire qualche pezzo di stretta attualità: giusto quella furbata di “Un pezzo di me…” di una semisconosciuta Levante, un paio di raeggeton, ormai di rigore per riuscire a far ballonzolare qualche deretano più o meno tonico nella calura estiva (giochino a cui si presta peraltro, con una versione opportunamente acconciata, persino Tiziano Ferro con la sua Lento/Veloce). Arduo citare un terzo esempio di musica attuale che sia diffusamente trasmessa nei luoghi pubblici. L’ossessione sono proprio gli anni ’80! E se è - come sempre un po’ stato - prevedibile e ovvio, da parte di chi vende un servizio, strizzare l’occhiolino al coté nostalgico di chi dovrà mettere infine mano al portafogli (il genitore cinquantenne) intenerendone l’animo con colonna sonora adeguata, meno comprensibile è la tranquilla accettazione, se non proprio l’aperto apprezzamento, della suddetta musica da parte di generazioni alle quali queste melodie non dovrebbero dire molto, se non causare addirittura un moto di fastidio. Mi spiego: vedere – come ho visto – una circa diciottenne agitarsi cercando quasi di ballare seduta a tavola, all’ascolto di “Walk this way” (una delle prime, la più nota senz’altro, contaminazioni tra rock e hip-hop, trend sfociato poi nel rap metal. Gruppo Run-DMC. Anno d’uscita: 1986) equivale ad immaginare uno di noi “ragazzi degli anni ‘80” sciropparsi in quei giorni la musica anni ’60 cara ai suoi genitori, senza sosta per tutta l’estate, entusiasmandosi per un “Jailhouse Rock” di Elvis The Pelvis, per dire. Oppure vedere, vent’anni prima, negli anni ’60, uno di quei genitori sdilinquirsi per gli acuti di Carlo Buti o Alberto Rabagliati, anziché scatenarsi nei twist di Edoardo Vianello o nei primi rock n’roll nazionali di Celentano, Bobby Solo o Rita Pavone. Insomma: spettacoli improbabili, ipotesi anacronistiche. Roba da universi paralleli, sconcertanti scambi dimensionali di spazio-tempo.  Eppure è proprio ciò che ho sperimentato quest’estate. Nella Rimini del 2017 ho vissuto per una decina di giorni quasi costantemente immersa nella colonna sonora che avrei avuto se ci avessi trascorso le mie vacanze di ventenne. L’effetto-nostalgia in parte smorzato ed in parte reso, per quanto mi riguarda, ancora più irreale e spiazzante dal fatto di non aver io mai frequentato Rimini e le sue spiagge in quegli anni ormai remoti.  Ciò non può che suscitare qualche interrogativo. E’ la musica odierna a risultare di così scarso appeal, da rendere atmosfere e suoni propri di una trentina d’anni prima tanto attuali e fruibili anche per chi era all’epoca nulla più che un’ipotesi all’interno di un ovulo e di uno spermatozoo? Oppure ad essere carente è il sistema di distribuzione della musica stessa, che non riesce a raggiungere le fonti di diffusione di massa “tradizionali”, al di fuori dai circuiti del web? O è la nostalgia, più o meno consapevolmente percepita, anche da chi è più giovane, di un tempo in cui il futuro appariva ancora  come una prospettiva da guardare con interesse, speranza ed entusiasmo, e non un presagio oscuro, dai contorni incerti e troppo spesso insidiosi? C’è davvero da chiedersi perché, mentre in ogni altro settore, nel bene e nel male, stiamo forsennatamente affrettandoci verso il futuro, per quanto riguarda la musica, o almeno quella “popolare”, assistiamo invece ad una stasi, in uno strano incantesimo che ci inchioda e ci congela in una sorta di assenza di tempo. O, forse, siamo solo persi in una massa troppo svagata ed assente per renderci conto di cosa stia davvero ascoltando.

Maurizia Vaglio

 

Gli Ardàn sono una formazione italiana, prodotta da un marchio italiano, che fa un album con titolo in francese e brani in inglese. Vabbhè, direte voi, in tempi di globalizzazione selvaggia ci sta anche questo. Il titolo è “Voyage d'une seule nuit” (“Viaggio di una sola notte”, ma era facile). Una notte evidentemente difficile ed agitata, caratterizzata da 14 diverse situazioni, tante sono le tracce dell'album. Ma questa notte agitata è stata vissuta tutta all'insegna della dimensione spaziale, che proietta chi ascolta in un percorso lungo il quale le uniche tracce che possono davvero definirsi “canzoni” sono due.

Le altre sono sensazioni, suoni, effetti,voci prossime e lontane, insomma, un qualcosa che dal punto di vista musicale alla fine risulta indefinito ma, ancor più, impersonale. Il primo brano, “Mayday”, ne è testimonianza immediata, offrendo gli effetti di una dimensione inquietante prima che esploda il rock di “The Dreamer” che fa da sfondo e contorno ad una voce un po' assonnata (del resto, se si tratta di un sogno....) difficile da mettere a fuoco. “The Big Bang” ripropone suoni astrali, sibili, fragori sino a circa un minuto dalla fine quando, finalmente, pare affacciarsi in mezzo a quella confusione un po' di musica. “Omes” ripropone la voce incerta di cui sopra che tenta di farsi largo tra effetti talvolta penetranti, linea melodica indefinibile con baraonda finale. “Launch!” riporta le voci perse nello spazio che innescano l'esplosione del rock, che però ben presto pare farsi da parte per trasformarsi in un più tenue pop per tornare al rock e ad un “bip” conclusivo che evoca soprattutto una sala di rianimazione. Pausa di riflessione: un lavoro di questo tipo può forse definirsi sperimentale, accettando il fatto che la “sperimentazione” è una ricerca e come tale non dispone di un tracciato predefinito, non è però “alternative” proprio perchè qui di musica reale ce n'è pochina. E proseguiamo con “Strangers in This World”, una delle due canzoni "vere", strutturata, con la voce che, uscita dal torpore, pare assumere toni più nitidi pur se non traspare ancora una versa personalità. “Mon” è un'esplosione “non stop” (un minuto e 19 secondi) con il sottofondo di suoni indistinti e di un carillon che la fa apparire la colonna sonora di un film horror. Imposibile associare alla musica una traccia di questo tipo. E si approda a “Salyut” , in cui la musica (qui c'è) soverchia la voce in un andamento lento ma un po' confuso; di certo se l'obiettivo è quello di ribadire la dimensione onirica che è il comune denominatore di questo cd, è centrato, sapendo però quanto i sogni possano falsare la realtà. “Satellites” presenta una struttura più convincente che offrirebbe alla voce del gruppo l'opportunità di una buona apertura, opportunità colta solo in minima parte ed i suoni troppo manipolati non migliorano l'insieme. Ci avviamo alla conclusione con “Moreton”, altro brano di effetti e suggestioni, quindi “Time” che trae dalla confusione una traccia musicale più attendibile per approdare alla seconda canzone “vera” dell'album, “The Tree Under The Ship” che pur travolgendo la voce troppo tenue che non regge il brano, risulta un buon pezzo, musicalmente interessante e coinvolgente. Forse è il brano migliore dell'intero album. “Wormhole” ci riporta alla dimensione horror già percorsa con voci ansimanti (ed angoscianti) e carillon, per chiudere con “Exoterra”, brano in cui pare finalmente prendere tono e colore la voce della band, ma siano all'ultima traccia e tutto annega poi in una dimensione delirante (onirica agitata?). Che dire? Quando un cd musicale diviene uno strumento pensato e realizzato per stupire, pur mettendoci pochissima musica, la perplessità è d'obbligo. C'è la licenza di sperimentazione, un po' simile a quella poetica, ma reggerla per 14 tracce è impresa ardua. Per non dire della fruibilità di un simile progetto, anche immaginandolo in dimensione live. (Ardàn - “Voyage d'une seule nuit”- Alka Records Label)

Visite

Tot. visite contenuti : 530276

Chi è online

 47 visitatori online

Il Commento

ECCO I MOTIVI DELLE RECENSIONI SENZA FRETTA

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDF | Stampa | E-mail

Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto per quale ragione le recensioni degli album su “Un'altra Music@” compaiano sistematicamente a distanza di qualche settimana, se non di qualche mese, dalla loro pubblicazione. Si tratta di una scelta o di un'esigenza dettata dalle ridotte dimensioni della nostra redazione e degli spazi sul magazine? Fermo restando che in redazione siamo in pochissimi e ci siamo imposti di ascoltare sempre tutto ciò che finisce sulle nostre scrivanie (contrariamente a quanto fanno altri che si limitano a fare il copia/incolla di quanto inviano le agenzie di stampa), il che richiede tempo, molto tempo, è anche una scelta dettata da una riflessione più ampia. Da quando le nuove tecnologie hanno di fatto ridotto ai minimi termini il mercato discografico, abbiamo assistito al trionfo dell'usa e getta che tutto divora e tutto azzera. Cosicchè, di un cd uscito oggi, sulle riviste specializzate, si parla nei prossimi cinque giorni, dopodichè cala il silenzio. Tutti ne scrivono insieme e tutti lo fanno subito. In virtù di quella esigenza di “stare sul pezzo” che, se è irrinunciabile qualora ci si occupi di cronaca, non lo è affatto quando ci si occupa di arte in genere (dalla musica al settore editoriale, dall'arte visiva alle programmazioni teatrali). In tal modo, un prodotto che ha richiesto mesi quando non anni di lavoro, “sfiorisce” in pochi giorni soppiantato da altre produzioni, destinate a fare la medesima fine. “Un'altra Music@”, ponendosi in alternativa rispetto alle dilaganti tempistiche dei lanci e della promozione discografica, non intende farsi risucchiare da questo vortice, che sta alla base del mancato consolidamento di tante produzioni discografiche, ma anche della mancata affermazione di artisti ai quali non viene più concesso il tempo di “crescere” e di entrare in sintonia con il pubblico. Il pubblicare una recensione settimane o mesi dopo l'uscita di un album, significa continuare a fare vivere quel prodotto, significa sottoporlo nuovamente all'attenzione di chi legge e di chi ascolta, recuperando le distrazioni di coloro che, fuorviati dalla frenesia delle uscite in tempo reale, si sono forse persi la possibilità di cogliere il senso di una canzone o il percorso artistico di un album. Una rivista che si occupa di musica non ha e non deve avere i tempi della cronaca. Né ha esigenze di primogenitura. Non importa se prima di noi a scrivere di quel cd sono state altre riviste. Importa la professionalità con la quale noi ci accostiamo a quel lavoro, l'attenzione che gli dedichiamo, il rispetto che portiamo a chi ci ha richiesto un parere. Oltre alla già espressa convinzione che non vi sia lavoro musicale o comunque artistico che possa esaurirsi in cinque giorni. Ed a costo di sembrare “passatista” a tale proposito mi piace ricordare che nel tempo dei vinili le canzoni di maggior successo del Festival di Sanremo occupavano le classifiche discografiche sino a maggio, per poi lasciare il posto ai brani di “Un disco per l'estate” che si contendevano i piazzamenti sino a ottobre. Altri tempi, certo. Tempi in cui la musica si ascoltava davvero ed il lavoro di un artista era un progetto al quale veniva concesso il tempo per esplicarsi e svilupparsi. Se ciò non accadeva i fattori avversi erano altri, non certo l'ansia di divorare tutto e subito.

G. Pe.

 

Login



Con la registrazione ci si iscrive automaticamente alla news letter di "un'altra Music@"