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Editoriale

IL PROBLEMA NON E' LA MUSICA MA IL SISTEMA

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“Un tempo le case discografiche erano più potenti. Potevano permettersi di rischiare. Investivano anche su chi probabilmente non avrebbe dato risultati immediati perchè intanto avevano gli artisti che tiravano e che garantivano profitti”. Questo diceva, solo pochi anni or sono, Francesco Guccini, commentando i suoi primi insuccessi discografici, nel corso di una lunga intervista rilasciata nella sua casa di Pavana all'inviato Rai, Vincenzo Mollica. E, paradossalmente, il discorso si ribaltava allorquando si parlava invece di dimensioni live. “Ci concediamo anche i grossi nomi” mi raccontava un giorno Efrem Galliera, patron di una delle più importanti manifestazioni estive italiane degli anni '60 e '70, che si svolgeva nei pressi di Biella, “perchè nelle altre serate facciamo i pienoni con le orchestre ed il ristorante. Ecco, due dimensioni che in quegli anni, si compensavano. Occorrevano le vendite discografiche dei grossi nomi del momento per finanziare i progetti più sperimentali, ma occorrevano gli incassi delle serate più popolari, per poter concedersi i grossi nomi. Poi il meccanismo si è inceppato, i tempi sono cambiati, il pubblico non è più lo stesso ed anche le tecnologie, che garantiscono una fruibilità più estesa alla musica, non hanno ancora trovato un giusto equilibrio tra dare ed avere. Oggi probabilmente uno come Guccini non sarebbe mai diventato ciò che invece divenne sul finire degli anni '60. Perchè oggi le poche case discografiche potenti rimaste, le cosiddette major, la sperimentazione neppure se la sognano e forse neppure se la potrebbero permettere. Ma quand'anche le risorse ci fossero ancora (le major di nomi che “tirano” continuano comunque ad averne, anche se il mercato discografico appare esangue per tutti) è la mentalità che è cambiata. L'artista deve rendere subito e se ciò non accade si accantona l'artista. Le ex indie, cioè le piccole case discografiche indipendenti, ormai sono diventate in buona parte gli scouting per le major, che hanno rinunciato anche alla mitica figura del talent scout. E uno strumento come internet consente talvolta (vedi Rovazzi) di mettere sotto contratto chi comunque un proprio pubblico se lo è già procurato attraverso i social. Ed i talent, sia pure sempre più sgangherati, provano a fare il resto. Per quel che riguarda la musica dal vivo, i cosiddetti “big” si esibiscono ormai solo più negli stadi delle grandi città e per poche serate all'anno. Rimini e la Versilia, che nelle estati di un po' di anni or sono erano l'approdo sicuro per tutti i più bei nomi della canzone italiana ed anche internazionale, ora si limitano alle serate nei pub animate da musicisti perlopiù sconosciuti. E' la crisi della musica. Ma è anche la crisi di un sistema, che non ha e non dà più tempo. Non ha tempo né risorse per investire su un nuovo Guccini insistendo finchè venga intrapresa la strada giusta, E non dà tempo ad un nuovo Guccini di formarsi e di proporsi, concedendo al pubblico la possibilità di un ripensamento. E' un sistema che impone il business immediato o il nulla. E purtroppo, con sempre maggiore frequenza, nella musica ma non solo, ad avere la meglio, è il nulla.

Giorgio Pezzana

 

Gli Ardàn sono una formazione italiana, prodotta da un marchio italiano, che fa un album con titolo in francese e brani in inglese. Vabbhè, direte voi, in tempi di globalizzazione selvaggia ci sta anche questo. Il titolo è “Voyage d'une seule nuit” (“Viaggio di una sola notte”, ma era facile). Una notte evidentemente difficile ed agitata, caratterizzata da 14 diverse situazioni, tante sono le tracce dell'album. Ma questa notte agitata è stata vissuta tutta all'insegna della dimensione spaziale, che proietta chi ascolta in un percorso lungo il quale le uniche tracce che possono davvero definirsi “canzoni” sono due.

Le altre sono sensazioni, suoni, effetti,voci prossime e lontane, insomma, un qualcosa che dal punto di vista musicale alla fine risulta indefinito ma, ancor più, impersonale. Il primo brano, “Mayday”, ne è testimonianza immediata, offrendo gli effetti di una dimensione inquietante prima che esploda il rock di “The Dreamer” che fa da sfondo e contorno ad una voce un po' assonnata (del resto, se si tratta di un sogno....) difficile da mettere a fuoco. “The Big Bang” ripropone suoni astrali, sibili, fragori sino a circa un minuto dalla fine quando, finalmente, pare affacciarsi in mezzo a quella confusione un po' di musica. “Omes” ripropone la voce incerta di cui sopra che tenta di farsi largo tra effetti talvolta penetranti, linea melodica indefinibile con baraonda finale. “Launch!” riporta le voci perse nello spazio che innescano l'esplosione del rock, che però ben presto pare farsi da parte per trasformarsi in un più tenue pop per tornare al rock e ad un “bip” conclusivo che evoca soprattutto una sala di rianimazione. Pausa di riflessione: un lavoro di questo tipo può forse definirsi sperimentale, accettando il fatto che la “sperimentazione” è una ricerca e come tale non dispone di un tracciato predefinito, non è però “alternative” proprio perchè qui di musica reale ce n'è pochina. E proseguiamo con “Strangers in This World”, una delle due canzoni "vere", strutturata, con la voce che, uscita dal torpore, pare assumere toni più nitidi pur se non traspare ancora una versa personalità. “Mon” è un'esplosione “non stop” (un minuto e 19 secondi) con il sottofondo di suoni indistinti e di un carillon che la fa apparire la colonna sonora di un film horror. Imposibile associare alla musica una traccia di questo tipo. E si approda a “Salyut” , in cui la musica (qui c'è) soverchia la voce in un andamento lento ma un po' confuso; di certo se l'obiettivo è quello di ribadire la dimensione onirica che è il comune denominatore di questo cd, è centrato, sapendo però quanto i sogni possano falsare la realtà. “Satellites” presenta una struttura più convincente che offrirebbe alla voce del gruppo l'opportunità di una buona apertura, opportunità colta solo in minima parte ed i suoni troppo manipolati non migliorano l'insieme. Ci avviamo alla conclusione con “Moreton”, altro brano di effetti e suggestioni, quindi “Time” che trae dalla confusione una traccia musicale più attendibile per approdare alla seconda canzone “vera” dell'album, “The Tree Under The Ship” che pur travolgendo la voce troppo tenue che non regge il brano, risulta un buon pezzo, musicalmente interessante e coinvolgente. Forse è il brano migliore dell'intero album. “Wormhole” ci riporta alla dimensione horror già percorsa con voci ansimanti (ed angoscianti) e carillon, per chiudere con “Exoterra”, brano in cui pare finalmente prendere tono e colore la voce della band, ma siano all'ultima traccia e tutto annega poi in una dimensione delirante (onirica agitata?). Che dire? Quando un cd musicale diviene uno strumento pensato e realizzato per stupire, pur mettendoci pochissima musica, la perplessità è d'obbligo. C'è la licenza di sperimentazione, un po' simile a quella poetica, ma reggerla per 14 tracce è impresa ardua. Per non dire della fruibilità di un simile progetto, anche immaginandolo in dimensione live. (Ardàn - “Voyage d'une seule nuit”- Alka Records Label)

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Il Commento

ECCO I MOTIVI DELLE RECENSIONI SENZA FRETTA

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Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto per quale ragione le recensioni degli album su “Un'altra Music@” compaiano sistematicamente a distanza di qualche settimana, se non di qualche mese, dalla loro pubblicazione. Si tratta di una scelta o di un'esigenza dettata dalle ridotte dimensioni della nostra redazione e degli spazi sul magazine? Fermo restando che in redazione siamo in pochissimi e ci siamo imposti di ascoltare sempre tutto ciò che finisce sulle nostre scrivanie (contrariamente a quanto fanno altri che si limitano a fare il copia/incolla di quanto inviano le agenzie di stampa), il che richiede tempo, molto tempo, è anche una scelta dettata da una riflessione più ampia. Da quando le nuove tecnologie hanno di fatto ridotto ai minimi termini il mercato discografico, abbiamo assistito al trionfo dell'usa e getta che tutto divora e tutto azzera. Cosicchè, di un cd uscito oggi, sulle riviste specializzate, si parla nei prossimi cinque giorni, dopodichè cala il silenzio. Tutti ne scrivono insieme e tutti lo fanno subito. In virtù di quella esigenza di “stare sul pezzo” che, se è irrinunciabile qualora ci si occupi di cronaca, non lo è affatto quando ci si occupa di arte in genere (dalla musica al settore editoriale, dall'arte visiva alle programmazioni teatrali). In tal modo, un prodotto che ha richiesto mesi quando non anni di lavoro, “sfiorisce” in pochi giorni soppiantato da altre produzioni, destinate a fare la medesima fine. “Un'altra Music@”, ponendosi in alternativa rispetto alle dilaganti tempistiche dei lanci e della promozione discografica, non intende farsi risucchiare da questo vortice, che sta alla base del mancato consolidamento di tante produzioni discografiche, ma anche della mancata affermazione di artisti ai quali non viene più concesso il tempo di “crescere” e di entrare in sintonia con il pubblico. Il pubblicare una recensione settimane o mesi dopo l'uscita di un album, significa continuare a fare vivere quel prodotto, significa sottoporlo nuovamente all'attenzione di chi legge e di chi ascolta, recuperando le distrazioni di coloro che, fuorviati dalla frenesia delle uscite in tempo reale, si sono forse persi la possibilità di cogliere il senso di una canzone o il percorso artistico di un album. Una rivista che si occupa di musica non ha e non deve avere i tempi della cronaca. Né ha esigenze di primogenitura. Non importa se prima di noi a scrivere di quel cd sono state altre riviste. Importa la professionalità con la quale noi ci accostiamo a quel lavoro, l'attenzione che gli dedichiamo, il rispetto che portiamo a chi ci ha richiesto un parere. Oltre alla già espressa convinzione che non vi sia lavoro musicale o comunque artistico che possa esaurirsi in cinque giorni. Ed a costo di sembrare “passatista” a tale proposito mi piace ricordare che nel tempo dei vinili le canzoni di maggior successo del Festival di Sanremo occupavano le classifiche discografiche sino a maggio, per poi lasciare il posto ai brani di “Un disco per l'estate” che si contendevano i piazzamenti sino a ottobre. Altri tempi, certo. Tempi in cui la musica si ascoltava davvero ed il lavoro di un artista era un progetto al quale veniva concesso il tempo per esplicarsi e svilupparsi. Se ciò non accadeva i fattori avversi erano altri, non certo l'ansia di divorare tutto e subito.

G. Pe.

 

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