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Editoriale

L'ESTATE IN MUSICA E' ANCORA QUELLA DEGLI ANNI '80

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Ci pare, ci dicono, di vivere in un mondo tutto proteso verso il futuro. Effetti “speciali” continuamente ci sorprendono, entusiasmando i più. Terminologie e consuetudini sino a ieri ignote sono entrate a far parte del nostro quotidiano: con l’avvento di Internet prima e degli smartphone poi, è tutto un fioccare di emoticon, di app, di post, di shot, di like e di share, di tecnologie avanzate e nuove opportunità. Eppure, in tanto furore futuristico ed innovativo, si coglie qualche sconcertante nota stonata. E quando dico “nota”, lo dico a ragion veduta. Rimini, esterno giorno, primi giorni di agosto 2017, in uno dei locali da sempre più trendy della riviera romagnola. Pubblicizzato, famoso, con radicate ambizioni cosmopolite. Bell’ambiente, curato, gradevole: un curioso pub english style in riva all’Adriatico. Appena approdata nella Mecca del Divertimentificio, mi sto godendo uno spuntino, e tra le chiacchiere colgo distrattamente la colonna sonora di sottofondo diffusa nel locale. Si tratta di una compilation anni ’80 doc, con parecchie incursioni nella “disco” dell’epoca. Sorrido commentando che – vista l’età della signora che gestisce il posto (a occhio una mia circa coetanea, nativa degli anni ’60 e quindi circa ventenne negli scintillanti ’80) un pizzico di nostalgia retrò ci sta tutta. E mi fa piacere riascoltarla. Però, poi, nei giorni successivi, questo strano “effetto rewind” si rinnova, e si rinnova ancora. In spiaggia. Nei bar. Nei ristoranti. Dentro i negozi. Ovunque risuonano brani la cui datazione va dalla metà degli anni ’70 a quella dei ’90 del secolo scorso, con qualche digressione nei gloriosi ’60, persino. Rarissimo sentire qualche pezzo di stretta attualità: giusto quella furbata di “Un pezzo di me…” di una semisconosciuta Levante, un paio di raeggeton, ormai di rigore per riuscire a far ballonzolare qualche deretano più o meno tonico nella calura estiva (giochino a cui si presta peraltro, con una versione opportunamente acconciata, persino Tiziano Ferro con la sua Lento/Veloce). Arduo citare un terzo esempio di musica attuale che sia diffusamente trasmessa nei luoghi pubblici. L’ossessione sono proprio gli anni ’80! E se è - come sempre un po’ stato - prevedibile e ovvio, da parte di chi vende un servizio, strizzare l’occhiolino al coté nostalgico di chi dovrà mettere infine mano al portafogli (il genitore cinquantenne) intenerendone l’animo con colonna sonora adeguata, meno comprensibile è la tranquilla accettazione, se non proprio l’aperto apprezzamento, della suddetta musica da parte di generazioni alle quali queste melodie non dovrebbero dire molto, se non causare addirittura un moto di fastidio. Mi spiego: vedere – come ho visto – una circa diciottenne agitarsi cercando quasi di ballare seduta a tavola, all’ascolto di “Walk this way” (una delle prime, la più nota senz’altro, contaminazioni tra rock e hip-hop, trend sfociato poi nel rap metal. Gruppo Run-DMC. Anno d’uscita: 1986) equivale ad immaginare uno di noi “ragazzi degli anni ‘80” sciropparsi in quei giorni la musica anni ’60 cara ai suoi genitori, senza sosta per tutta l’estate, entusiasmandosi per un “Jailhouse Rock” di Elvis The Pelvis, per dire. Oppure vedere, vent’anni prima, negli anni ’60, uno di quei genitori sdilinquirsi per gli acuti di Carlo Buti o Alberto Rabagliati, anziché scatenarsi nei twist di Edoardo Vianello o nei primi rock n’roll nazionali di Celentano, Bobby Solo o Rita Pavone. Insomma: spettacoli improbabili, ipotesi anacronistiche. Roba da universi paralleli, sconcertanti scambi dimensionali di spazio-tempo.  Eppure è proprio ciò che ho sperimentato quest’estate. Nella Rimini del 2017 ho vissuto per una decina di giorni quasi costantemente immersa nella colonna sonora che avrei avuto se ci avessi trascorso le mie vacanze di ventenne. L’effetto-nostalgia in parte smorzato ed in parte reso, per quanto mi riguarda, ancora più irreale e spiazzante dal fatto di non aver io mai frequentato Rimini e le sue spiagge in quegli anni ormai remoti.  Ciò non può che suscitare qualche interrogativo. E’ la musica odierna a risultare di così scarso appeal, da rendere atmosfere e suoni propri di una trentina d’anni prima tanto attuali e fruibili anche per chi era all’epoca nulla più che un’ipotesi all’interno di un ovulo e di uno spermatozoo? Oppure ad essere carente è il sistema di distribuzione della musica stessa, che non riesce a raggiungere le fonti di diffusione di massa “tradizionali”, al di fuori dai circuiti del web? O è la nostalgia, più o meno consapevolmente percepita, anche da chi è più giovane, di un tempo in cui il futuro appariva ancora  come una prospettiva da guardare con interesse, speranza ed entusiasmo, e non un presagio oscuro, dai contorni incerti e troppo spesso insidiosi? C’è davvero da chiedersi perché, mentre in ogni altro settore, nel bene e nel male, stiamo forsennatamente affrettandoci verso il futuro, per quanto riguarda la musica, o almeno quella “popolare”, assistiamo invece ad una stasi, in uno strano incantesimo che ci inchioda e ci congela in una sorta di assenza di tempo. O, forse, siamo solo persi in una massa troppo svagata ed assente per renderci conto di cosa stia davvero ascoltando.

Maurizia Vaglio

 

“L'uomo che cammina” si annuncia con rumori ed effetti, suscita forse curiosità, desta di certo molta perplessità ed è il brano che apre l'album “Coriandoli” dei napoletani La Bestia Carenne. Un album che si rivelerà decisamente atipico, per certi aspetti sperimentale, di certo distante da ogni forma di ricerca di quella fruibilità che dovrebbe avvicinare chi suona a chi ascolta.

Lo conferma la seconda delle nove tracce, “La quercia”, sempre alla ricerca si sonorità nuove e diverse con un finale che, forse solo casualmente, pare assumere i contorni di una canzone più propriamente definibile in questo modo. In “Le gambe belle” spesso la musica sovrasta la voce, ma compaiono scampoli interessanti dal punto di vista musicale ed il cantato, laddove si coglie, pare rifarsi a testi che rincorrono intricate deformazioni del pensiero, sforzandosi di trasmettere sensazioni prima di accompagnarci lungo i tediosi percorsi di “La notte di San Giovanni”. Chissà perchè in “Il nome di Saffo” ci sovvengono un po' di Battiato ed un po' di Avion Travel, pur senza esserci motivi strettamente riconducibili a nessuno dei due. Ma forse è l'incomunicabilità raffinata che qui più che altrove si fa largo ad indurci a pensare che l'overdose di originalità non è mai buona consigliera. Ed eccoci a “Carpenteria”, brano dai risvolti quasi oscuri, un po' inquietante che però arriva, pur nella sua ripetitività quasi ossessiva, grazie anche ad un arrangiamento a tinte forti. “Il cecchino” è finalmente una storia più narrata, con frasi del tipo “Quanto è dura l'esperienza del carcere? - ed io rispondo – almeno come quella delle libertà”. Non originalissima ma d'effetto e prestando molta attenzione, apprezzabile anche dal punto di vista musicale. “Polena” è un angolo di mare portato nel cd: cigolii, sciabordii, poco più di un minuto e mezzo da nostromo solitario per approdare al gran finale, “Le mosche” che, fosse anche solo per la durata di poco inferiore al quarto d'ora, qualche considerazione in più la merita. Che ci sia qualcuno che ha definito questo brano “coraggioso” è l'indice di un disagio nusicale sempre più evidente che serpeggia sia tra chi la nusica la fa sia tra coloro che ne devono parlare. Questo non è un brano “coraggioso”, è un brano provocatorio, difficile da ascoltare sino alla fine per l'appiattimento totale ed uniforme del concetto di musica, che però come musica viene spacciato. E fosse invece solo il trasmettere una sensazione? Occorre molta attenzione però, perchè qui si rischia di scivolare sul terreno assai sdrucciolevole dell'arte contemporanea, ove ciascuno ha totale libertà interpretativa, ma alla fine, proprio per questo, di arte autentica non ce n'è. Il finale, che recupera dopo il delirio i contorni di una canzone, non ce la fa a convincerci ed un fastidioso sibilo ci fa anzi desiderare il silenzio. Rock sperimentale? Originalità fortemente voluta sino all'autolesionismo? Difficile capire. Ma forse, visto il discorso sulla fruibilità poco sopra accennato, forse non è neppure così importante. (La Bestia Carenne - “Cordiandoli” - Bulbart Label)

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Il Commento

ECCO I MOTIVI DELLE RECENSIONI SENZA FRETTA

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Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto per quale ragione le recensioni degli album su “Un'altra Music@” compaiano sistematicamente a distanza di qualche settimana, se non di qualche mese, dalla loro pubblicazione. Si tratta di una scelta o di un'esigenza dettata dalle ridotte dimensioni della nostra redazione e degli spazi sul magazine? Fermo restando che in redazione siamo in pochissimi e ci siamo imposti di ascoltare sempre tutto ciò che finisce sulle nostre scrivanie (contrariamente a quanto fanno altri che si limitano a fare il copia/incolla di quanto inviano le agenzie di stampa), il che richiede tempo, molto tempo, è anche una scelta dettata da una riflessione più ampia. Da quando le nuove tecnologie hanno di fatto ridotto ai minimi termini il mercato discografico, abbiamo assistito al trionfo dell'usa e getta che tutto divora e tutto azzera. Cosicchè, di un cd uscito oggi, sulle riviste specializzate, si parla nei prossimi cinque giorni, dopodichè cala il silenzio. Tutti ne scrivono insieme e tutti lo fanno subito. In virtù di quella esigenza di “stare sul pezzo” che, se è irrinunciabile qualora ci si occupi di cronaca, non lo è affatto quando ci si occupa di arte in genere (dalla musica al settore editoriale, dall'arte visiva alle programmazioni teatrali). In tal modo, un prodotto che ha richiesto mesi quando non anni di lavoro, “sfiorisce” in pochi giorni soppiantato da altre produzioni, destinate a fare la medesima fine. “Un'altra Music@”, ponendosi in alternativa rispetto alle dilaganti tempistiche dei lanci e della promozione discografica, non intende farsi risucchiare da questo vortice, che sta alla base del mancato consolidamento di tante produzioni discografiche, ma anche della mancata affermazione di artisti ai quali non viene più concesso il tempo di “crescere” e di entrare in sintonia con il pubblico. Il pubblicare una recensione settimane o mesi dopo l'uscita di un album, significa continuare a fare vivere quel prodotto, significa sottoporlo nuovamente all'attenzione di chi legge e di chi ascolta, recuperando le distrazioni di coloro che, fuorviati dalla frenesia delle uscite in tempo reale, si sono forse persi la possibilità di cogliere il senso di una canzone o il percorso artistico di un album. Una rivista che si occupa di musica non ha e non deve avere i tempi della cronaca. Né ha esigenze di primogenitura. Non importa se prima di noi a scrivere di quel cd sono state altre riviste. Importa la professionalità con la quale noi ci accostiamo a quel lavoro, l'attenzione che gli dedichiamo, il rispetto che portiamo a chi ci ha richiesto un parere. Oltre alla già espressa convinzione che non vi sia lavoro musicale o comunque artistico che possa esaurirsi in cinque giorni. Ed a costo di sembrare “passatista” a tale proposito mi piace ricordare che nel tempo dei vinili le canzoni di maggior successo del Festival di Sanremo occupavano le classifiche discografiche sino a maggio, per poi lasciare il posto ai brani di “Un disco per l'estate” che si contendevano i piazzamenti sino a ottobre. Altri tempi, certo. Tempi in cui la musica si ascoltava davvero ed il lavoro di un artista era un progetto al quale veniva concesso il tempo per esplicarsi e svilupparsi. Se ciò non accadeva i fattori avversi erano altri, non certo l'ansia di divorare tutto e subito.

G. Pe.

 

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