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Editoriale

MA A SANREMO ADESSO CI VANNO PER GIOCARE

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Leggo e rileggo l'elenco dei 20 “big” della prossima edizione del Festival di Sanremo, quest'anno affidato alla direzione artistica di Claudio Baglioni, e ad ogni lettura mi convinco sempre più che lo spirito di quella manifestazione dalla gravità della rianimazione è passato ad una sorta di coma irreversibile. Ormai siamo al senso ludico assoluto. Non che in passato fossero sempre credibili le graduatorie di vincitori e vinti. Ma un clima di sana rivalità, per le ragioni più svariate, lo si respirava con una certa frequenza. O perchè ad alimentarlo erano antipatie e rancori personali tra gli artisti, oppure per una questione di contrapposizione di generi e di scuole d pensiero (il melodico contro il rock'n'roll dei primi anni Sessanta, la borghesia dei paludamenti del festival contrapposta alle contestazioni sessantottine che si consumavano nelle piazze...). Più nulla. Oggi la sensazione è che la maggior parte degli artisti in gara sia lì per giocare, approfittando della prima serata Rai, per dare una spolverata a carriere un po' in declino o per misurarsi su di un terreno diverso e lontano dai loro abituali. Gli ex Pooh Roby Facchinetti e Riccardo Fogli che duellano con l'altro ex Pooh Red Canzian, sa di una sfida a bocce tra vecchi frequentatori del circolo Arci, la riapparizione di Luca Barbarossa odora di favori tra romani veri (Baglioni e lo stesso Barbarossa appunto), la presenza di Ornella Vanoni affiancata da Bungaro e Pacifico, sa più di celebrazione di una vecchia gloria della canzone italiana, che non di una muscolare partecipazione ad una gara con relativo obiettivo di vittoria finale. Ed altrettanto si potrebbe dire della presenza di Ron, che ha tutta l'aria di uno che ha voglia di farsi un giro nostalgico laddove cominciò a bazzicare, con un certo successo, sin da quando era un adolescente. Enrico Ruggeri poi, non si presenta neppure in prima persona, ma con i Decibel, cioè la formazione della sua giovinezza, quasi a voler ricercare la dimensione che fu. Che dire poi di Nina Zilli ed ancor più di Mario Biondi? La prima è una cantante straordinaria, ma di una raffinatezza che va ben al di là della dimensione nazional-popolare di un festival come quello di Sanremo, ove ha partecipato e non una volta soltanto, passando pressochè inosservata (deve alla rassegna solo gli apprezzamenti ottenuti, successivamente, in ambiti non festivalieri). Biondi è invece assolutamente fuori dal suo ambiente e Dio sa chi lo ha convinto a partecipare alla gara dell'Ariston (per certi aspetti ricorda la partecipazione di Gualazzi, anche lui prestato dal jazz al mercatone di Sanremo). Enzo Avitabile e Beppe Servillo sono altri due grandi professionisti della canzone italiana, la cui popolarità però si è ultimamente un po' appannata ed in tal senso la partecipazione al festivalone potrebbe rappresentare un'occasione di rilancio. Max Gazzè lo avremmo immaginato più facilmente al fianco di Levante, con la quale la scorsa estate aveva portato al successo “Pezzo di me”, autentico tormentone balneare. Tralasciando la solita partecipazione di Elio e le Storie Tese, che come Renzi quando disse che si sarebbe ritirato dalla politica se avesse perso il referendum, allo stesso modo hanno annunciato il loro scioglimento un mese fa, salvo poi riemergere su di un palco che di fatto hanno sempre irriso, quel che rimane non sono “big”. The Kolors, Diodato e Roy Paci, Lo Stato Sociale, Giovanni Caccamo, Renzo Rubino, Noemi, Ermal Meta, Fabrizio Moro, Le Vibrazioni e Mudimbi non sono “big” poiché, se li considerassimo tali, come dovremmo definire Vasco, Zucchero, Mina, Celentano. De Andrè.......? Eccoci dunque in prossimità di un festival che sa di luna park, tra pacche sulle spalle, incontri tra vecchi amici, ritorni e celebrazioni. Potrebbe essere un buon festival. Ma non è, e forse non sarà mai più, “quel” festival.

Giorgio Pezzana

 

Difficile dare una definizione del genere musicale degli Ataraxia: un misto di classica, folk, medievale, gotica. Atmosfere rarefatte, riflessioni spirituali e suggestioni introspettive. L’ultimo loro lavoro, “Lyr”, è tutto questo, e molto altro. Il titolo è mutuato dal nome dello strumento musicale a corde, la lira, che è stato presso molti popoli considerato sacro, suonato dai bardi celtici ed ispirato alle forme nobili del cigno.

E dunque, per comprendere meglio questo percorso particolare, abbiamo rivolto loro alcune domande.

Come definireste la vostra musica e perchè?

Immagina di entrare in una caverna oscura in cui suoni e luci sono percepiti in modo distorto, le immagini riflesse sulle pareti dell'antro sono una percezione del reale del tutto personale. Distaccarsi da una visione razionale, dalle certezze e dalle verità dogmatiche comporta una perdita ed un viaggio fra allucinazioni e visioni. La nostra musica è come un soffio, un sussurro, la celebrazione di un rituale. Un mondo ancestrale in cui il fuoco, l'acqua, i temporali, le piante hanno ancora una voce che ci parla e ci guarisce e ci aiuta a comprendere il senso della nostra permanenza nella vita ed appartenenza all'ordine del cosmo.

Cosa vi ha ispirato maggiormente sia agli inizi della vostra carriera che ora?

I viaggi nel mondo ma in particolare in Grecia, in Portogallo e lungo le coste del Mediterraneo. Le atmosfere e la storia di questi luoghi le "sentiamo" poiché, probabilmente, abbiamo già vissuta queste esperienze in altre vite. Fa parte del nostro sangue e della nostra visione.

Avete sempre dato molta importanza alle liriche. Che valenza hanno nel vostro lavoro?

Agiamo d'istinto sia per la scelta della lingua che per le influenze musicali. Le lingue sono bellissime ma poi ti accorgi che limitano l'espressione e vorresti usare suoni che appartengono a tutte e a nessuna, nella stessa frase, nello stesso momento e così le lingue nascono e si rinnovano ed è quello che abbiamo spontaneamente fatto. Le liriche ermetiche lasciano libero chi ascolta di astrarsi dalle parole stesse o di chiarirsi, di porsi domande o darsi risposte in modo non banale o coercitivo.

Negli ultimi anni avete portato la vostra musica anche all’estero. Com’è stata accolta, e quali paesi avete apprezzato maggiormente e perchè?

Possiamo considerarci musicisti apolidi poiché portiamo la nostra cultura in altri paesi e riportiamo qui esperienze e culture diverse dalla nostra. La nostra musica è fatta di tutti questi luoghi. Ci siamo trovati assai bene in America Latina, in Portogallo, in Germania, un calore e una partecipazione toccanti. Le persone vanno ai concerti e vivono l'esperienza musicale in modo profondo e totale, la musica fa bene alla loro vita e loro sono grati a chi gliela porta, di conseguenza è assai facile stabilire relazioni molto forti di scambio con gli ascoltatori di quei luoghi.

Com’è il vostro riscontro in Italia?

Si sente spesso parlare di quanto gli italiani siano narcisi e spesso superficiali, poco propensi ad uscire dalle loro piccole comodità quotidiane e a ad abbandonare, per qualche momento, un forte individualismo ed una certa ristrettezza mentale per affrontare e condividere qualcosa di diverso. Noi abbiamo sempre trovato calore nelle persone che ci seguono ma questo è stato in un certo senso un lavoro, bisogna proporsi, non avere paura a mostrarsi autentici, le proprie personalità non devono essere più importanti della musica che si propone. Insomma sono molti anni che portiamo la musica nelle strade, nelle piazze, nei giardini oltre che nelle sale da concerto...

Preferite l'attività live oppure quella in studio?

Le due fasi sono importanti allo stesso modo e sono figlie, naturalmente, di una fase ispirativa. I semi di quello che si crea sono stati gettati molto tempo prima, o forse sono sempre stati lì e qualcosa ha risvegliato il ricordo e l'esigenza di comunicarli in musica.

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Il Commento

ECCO I MOTIVI DELLE RECENSIONI SENZA FRETTA

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Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto per quale ragione le recensioni degli album su “Un'altra Music@” compaiano sistematicamente a distanza di qualche settimana, se non di qualche mese, dalla loro pubblicazione. Si tratta di una scelta o di un'esigenza dettata dalle ridotte dimensioni della nostra redazione e degli spazi sul magazine? Fermo restando che in redazione siamo in pochissimi e ci siamo imposti di ascoltare sempre tutto ciò che finisce sulle nostre scrivanie (contrariamente a quanto fanno altri che si limitano a fare il copia/incolla di quanto inviano le agenzie di stampa), il che richiede tempo, molto tempo, è anche una scelta dettata da una riflessione più ampia. Da quando le nuove tecnologie hanno di fatto ridotto ai minimi termini il mercato discografico, abbiamo assistito al trionfo dell'usa e getta che tutto divora e tutto azzera. Cosicchè, di un cd uscito oggi, sulle riviste specializzate, si parla nei prossimi cinque giorni, dopodichè cala il silenzio. Tutti ne scrivono insieme e tutti lo fanno subito. In virtù di quella esigenza di “stare sul pezzo” che, se è irrinunciabile qualora ci si occupi di cronaca, non lo è affatto quando ci si occupa di arte in genere (dalla musica al settore editoriale, dall'arte visiva alle programmazioni teatrali). In tal modo, un prodotto che ha richiesto mesi quando non anni di lavoro, “sfiorisce” in pochi giorni soppiantato da altre produzioni, destinate a fare la medesima fine. “Un'altra Music@”, ponendosi in alternativa rispetto alle dilaganti tempistiche dei lanci e della promozione discografica, non intende farsi risucchiare da questo vortice, che sta alla base del mancato consolidamento di tante produzioni discografiche, ma anche della mancata affermazione di artisti ai quali non viene più concesso il tempo di “crescere” e di entrare in sintonia con il pubblico. Il pubblicare una recensione settimane o mesi dopo l'uscita di un album, significa continuare a fare vivere quel prodotto, significa sottoporlo nuovamente all'attenzione di chi legge e di chi ascolta, recuperando le distrazioni di coloro che, fuorviati dalla frenesia delle uscite in tempo reale, si sono forse persi la possibilità di cogliere il senso di una canzone o il percorso artistico di un album. Una rivista che si occupa di musica non ha e non deve avere i tempi della cronaca. Né ha esigenze di primogenitura. Non importa se prima di noi a scrivere di quel cd sono state altre riviste. Importa la professionalità con la quale noi ci accostiamo a quel lavoro, l'attenzione che gli dedichiamo, il rispetto che portiamo a chi ci ha richiesto un parere. Oltre alla già espressa convinzione che non vi sia lavoro musicale o comunque artistico che possa esaurirsi in cinque giorni. Ed a costo di sembrare “passatista” a tale proposito mi piace ricordare che nel tempo dei vinili le canzoni di maggior successo del Festival di Sanremo occupavano le classifiche discografiche sino a maggio, per poi lasciare il posto ai brani di “Un disco per l'estate” che si contendevano i piazzamenti sino a ottobre. Altri tempi, certo. Tempi in cui la musica si ascoltava davvero ed il lavoro di un artista era un progetto al quale veniva concesso il tempo per esplicarsi e svilupparsi. Se ciò non accadeva i fattori avversi erano altri, non certo l'ansia di divorare tutto e subito.

G. Pe.

 

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