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Editoriale

E' FINITA LA FESTA DELLE VACCHE GRASSE

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“Amici, eroi, raiser, gente da festival! Il Coachellamare (Cellamare Music Festival) rischia di non diventare mai realtà. Certo, il risultato ottenuto fino ad ora è grandioso. Circa 10mila euro raccolti da oltre 500 raiser. Ma non bastano per il progetto ambizioso che abbiamo avuto sempre bene in mente. Se entro sabato non raggiungeremo i 25mila tutti voi riceverete i soldi indietro, in automatico...». Questo è quanto si legge sul sito della manifestazione. E che impone una riflessione. Di questi tempi mettere insieme del denaro è sempre più difficile. I referenti di sempre (Regioni, Province, Comuni...) sono all'asciutto o dicono di esserlo. Banche e Fondazioni bancarie, da alcuni anni stanno costruendo veri e propri percorsi minati sulla modulistica per la richiesta di contributi. Basta una svista, un nonnulla e il contributo salta. Basta non rientrare nei parametri, che spesso sono fumosi e poco esaustivi e si rimane all'asciutto. E poi ci sono quelli che sostengono che le realtà che vogliono dare vita a manifestazioni culturali (sempre che la musica sia ancora considerata un'espressione culturale) dovrebbero pagarsele e con questa convinzione spingono nella direzione della cultura d'impresa. Cioè, partita Iva sempre, rischio totale a carico di chi organizza, contributi zero, sostegno morale poco e svogliato. Ma se la cultura d'impresa ha senso laddove esistono i grandi enti lirici (che fanno acqua da anni e che comunque di contributi ne ricevono) o le grandi stagioni teatrali, assolutamente diverso è il discorso che accompagna le manifestazioni musicali di area indipendente. Qui gli affanni sono molti, le aspettative poche, le certezze nessuna. Si naviga quasi sempre a vista e ultimamente si naviga male. Ma, come sempre, il buon senso dovrebbe essere alla fine patrimonio di tutti. Comprendo gli amici di Cellamare Music Festival che pensano ad una kermesse con 44 band in scena, luci, colori, ricchi premi e cotillon. Però, ragazzi, diamoci una calmata! Per anni sono state allestite manifestazioni, spesso di dubbia utilità, con budget sovradimensionati. Per anni sono state finanziate a piè di lista iniziative che hanno dilapidato somme non necessarie, per ritrovarci ora a casse vuote. Ricominciamo con i piccoli passi, ridimensionando le pretese di tutti. La musica è arte ed anche, per alcuni, lavoro. L'arte va rispettata ed il lavoro va pagato. Però, se non vogliamo andare a fondo del tutto, ridimensioniamo pretese ed aspettative. Un festival, una rassegna musicale, nel mondo degli indipendenti, si possono fare anche con qualche migliaio di euro. Ci si viene incontro, tutti rinunciano a qualcosa, ma alla fine tutti avranno il loro spazio. Il successo non nasce per forza dall'ostentazione di kermesse roboanti, ma soprattutto dalla qualità di ciò che si va a proporre. E la qualità scaturisce dal talento, non dal budget. Vi sono supporti necessari ed irrinunciabili (buoni impianti in scena, un buon ufficio stampa), ma alla fine la differenza la fanno sempre gli artisti e le loro canzoni. Non vale la pena insistere con la presentazione di bilanci improbabili e con la speranza che vengano finanziati, spesso con qualche leggerezza, come avveniva un tempo. Se non è ancora abbastanza chiara l'antifona, qui cercano di chiudere i rubinetti di tutto ciò che non è sopravvivenza. E il tentare di strappare contributi troppo impegnativi, talvolta con il sostegno di appartenenze politiche disinvolte, significa solo soffocare altre iniziative, andando ad impoverire un patrimonio collettivo già molto in sofferenza. Si può fare ancora molto per la musica indipendente, ma con oculatezza, con cautela, con moderazione e, soprattutto, con onestà intellettuale e consapevolezza dei tempi che viviamo. Se non vogliamo arrenderci completamente al perverso sistema dei talent.

Giorgio Pezzana

 

“L’isola dei burattini”, album di recente pubblicazione de I Musicanti del Vento, è un cd colto. E’ bene dirlo subito, con la consapevolezza degli effetti pruriginosi che talvolta il concetto di cultura produce. Ma anche chi si sta sfregando le mani pensando a quella cultura ermetica, fatta spesso di parole incomprensibili buttate in faccia a chi ascolta e che intanto non capisce (ma proprio per questo si entusiasma) non esulti, I Musicanti del Vento queste cose non le fanno.

 

Questo è un album pieno di bei testi ed ottimi arrangiamenti, il che non significa che la fusione di questi elementi produca sempre belle canzoni. Ma i testi, ad una lettura attenta, rivelano un retroterra meditato, sofferto, vissuto in prima persona o comunque con l’intensità di chi cerca di capire gli altrui affanni, facendoli propri. Musiche ed arrangiamenti partono dalla base più solida che banalmente si possa immaginare: l’avere a che fare con ottimi musicisti che non sgomitano per conquistare i riflettori, ma che sanno essere un insieme che si integra e si completa. Sia dal punto di vista della tecnica, sia da quello della cultura ( ci risiamo!) più propriamente musicale, che induce ad escursioni che spaziano dall’area mediterranea ai cieli grigi d’Irlanda, passando dai Balcani. E non manca qualche più o meno consapevole contaminazione: “Dans les banlieues” ha richiami fortemente gucciniani che attraversano e fanno vibrare note e percorsi etno-solidali mentre “L’isola dei burattini”, svela atmosfere vagamente est-europee che ritroveremo in altri brani. “La cacca” ha intenti ingenuamente provocatori, proprio per questo un po’ scontati, mentre si fanno introspettivi i toni di “Ai piedi del castello”. La fisarmonica coinvolgente ed intraprendente di Paolo Presta comincia a farsi sentire in modo inequivocabile in “”In cerca di qualcosa”, mentre “Fuga dallo zoo” premia l’originalità di un testo che sottintende quanto sia insidiosa una finta libertà alla quale ci si potrebbe anche abituare, al punto tale da ritenere scomoda e disagevole la libertà più vera. Interessanti anche il testo di “A testa in giù”, che musicalmente patisce però qualche concessione di troppo alla ripetitività. Lo spirito dei menestrelli cantastorie che in qualche modo appartiene al dna di questa formazione, emerge in modo più evidente dall’ascolto di “Musicanti di mestiere” che evoca atmosfere d’Irlanda grazie alle magie del violino di Antonio De Paoli. Ma per ascoltare uno dei brani più belli, se non il più bello in assoluto dell’intero album, occorre approdare alla traccia numero dieci, quella di “Umana follia”, in cui le parole e la musica di Fabio Nicoletti danno vita ad un intreccio di grande rilievo estetico ove la ricerca della rima esprime una naturalezza priva di forzature; il fraseggio musicale finale è davvero  sorprendente e coinvolgente. Un album di 14 brani non può però fisiologicamente non avere cali di tensione. E quelli ci sono, perlopiù nelle battute finali, quasi il progetto accusasse a quel punto una legittima stanchezza; “Al fondo dello stivale” non è oggettivamente una bella canzone ed altrettanto si potrebbe dire per “Cantando strade” anche se qualche interessante spunto sparso qua e là lo si rileva anche qui. Ma si risale immediatamente la china con “Turisti di mestiere”, brano di estrema delicatezza ed intensità che fa subito dimenticare le battute d’arresto delle due canzoni precedenti. Eppoi, si chiude in bellezza con “Filastrocca per bambini”, non una canzone epocale dal punto di vista musicale, ma ricca di ammonimenti e contenuti. Complessivamente dunque, un bell’album che si può ascoltare e riascoltare senza noia.

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Il Commento

LA MEMORIA DELLA FOLLIA: "E TI CHIAMARON MATTA"

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Una canzone è spesso cadenza musicale di istanti rubati al nostro vivere, ma quando un intero album diviene memoria per il nostro Paese allora è bene soffermarsi su di esso, al di là dei soggettivismi. Molti sono stati i cantautori di denuncia che hanno agitato il nostro Paese, De André, Ferré, tanto per citarne solo alcuni, e che hanno animato palchi di grande prestigio con le loro cronache musicali contemporanee. Giunti oggi in questo XXI secolo, chi mai potremmo riconoscere come nostri “menestrelli” e pittori in musica della società in cui viviamo? Oggi bisogna davvero andarli a scovare un po' come dei Pollicino con le briciole di pane lungo i sentieri di circoli culturali, biblioteche, e persino di ex manicomi, così come è capitato a me. E' proprio lì infatti che ho incontrato Alessio Lega, cantautore leccese trapiantato a Milano, vero “documentarista musicale” della nostra società, che per fede non lascia mai il suo palco senza un mandato di memoria. Il suo E ti chiamaron matta, pubblicato per Nota nel 2008, è certamente un album che non lascia margine a dubbi e si staglia come una operazione di recupero della memoria sulle condizioni esistenziali all'interno degli ospedali psichiatrici negli anni '70, memoria che seppur recente  appare, ahimè, obliata. Il lavoro discografico proposto è la reincisione con scabro e nudo sentire, insieme con Rocco Marchi e la voce di appoggio di Lorenzo Valera, dell'omonimo album di Gianni Nebbiosi uscito nel 1972, prodotto e supportato artisticamente da Giovanna Marini per i Dischi del Sole. La particolarità del lavoro musicale di Nebbiosi, recuperato da Lega, è certamente la compattezza con cui negli anni '70 l'intero album, in soli 18 minuti, sbatteva violentemente alla luce del sole lo status dei manicomi alle porte dell'entrata in vigore della legge Basaglia n.180 del 13 maggio 1978, legge su "Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori". I testi delle sei canzoni in esso contenute sono taglienti e non lasciano scampo ad equivoci, ancor piu' perché scritte da un professionista del campo come Nebbiosi, oggi noto psichiatra e psicanalista.

E ti chiamaron matta

01 -In un anno e più d'amore
02 - Il numero d'appello
03 - E qualcuno poi disse
04 - Ti ricordi Nina
05 - Ballata dell'alcolizzato
06 - Emigrato su in Germania

La reincisione da parte di Alessio Lega dell'album di Nebbiosi nell'anniversario dei trent'anni della approvazione della Legge Basaglia (2008), non è una semplice rivisitazione dunque, ma un vero passaggio di testimone che ha avuto il carattere dell'urgenza, considerando che l'album dello psichiatra a pochi decenni di distanza dalla sua pubblicazione era già irreperibile e disperso nella memoria . E' dunque questa una operazione di recupero della storia, seppur recente, ispirata ai migliori principi della etnomusicologia del '900 di un Antonino Uccello o di un Alan Lomax. Lega, come uno studioso, raccoglie infatti la testimonianza non del cantautore Nebbiosi, bensì  dell'uomo e dello psichiatra che dentro quelle strutture psichiatriche ha vissuto per un periodo della sua vita, restituendoci poi senza orpelli aggiuntivi e con netto taglio sociale, segno distintivo del cammino dell'artista leccese, la visuale di un operatore del settore. Il cantautore leccese rinvigorisce dunque consapevolmente a distanza di pochi decenni con la sua chitarra, e poco piu', le parole e le immagini regalateci da Nebbiosi anni prima. La parola è dunque guida, racconto, memoria, e la canzone diviene mezzo di diffusione di esperienze, di idee, e di lotta. L'impellenza di questa operazione di recupero nasce dalla constatazione che è necessario tenere un faro accesso nella notte su questioni che ancora oggi prendono forme diverse sotto i nostri occhi con eventi di cronaca che segnano la nostra società, spesso omertosa. E là dove la musica consegna la memoria al XXI secolo, luoghi come l'ex ospedale psichiatrico di Pergine (TR), o l'ex-San Salvi a Firenze divengono oggi spazi per manifestazioni di arte contemporanea perché anche le mura, così come la musica dimenticata di Nebbiosi, non rimangano solo involucro di fantasmi, ma si trasformino in luogo di fermento artistico.

La follia non è forse anche questo?

 

“In un anno e più di fatti
c'è da correr come matti
cambiano in continuazione
prospettive ed occasione
ed è triste dire poi:
«Chi non cambia siamo noi».

In un anno e più di lotte
quante volte ci si fotte
per paura di sbagliare
stiamo sempre ad aspettare
ma non è la perfezione
che concima la invenzione.

(...)”

da: E ti chiamaron matta, G. Nebbiosi - E ti chiamaron matta, Dischi del Sole, 1972.

Alessia Arena

 

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