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Editoriale

TEMPI CONFUSI

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Un tempo andava così. In città arrivavano le giostre del luna park e noi ragazzi aspettavamo da settimane quel momento. Perchè il luna park non erano solo le giostre. Era il luogo in cui si potevano avvicinare le ragazze con pretesti che la quotidianità non offriva. Era il luogo ove ci si ritrovava in tanti, tantissimi. Era il luogo in cui si ascoltava la musica, ai bordi delle pedane delle varie attrazioni, vicino agli altoparlanti. Scoprivamo le ultime novità discografiche, quelle che spesso non erano ancora approdate alla radio o alla televisione. O che ci eravamo perse. Poi, quando capitava di ascoltare una canzone che entrava nella mente e nel cuore, si correva a casa ad elemosinare 750 lire per acquistareil 45 giri, il vinile, come sarebbe stato chiamato più avanti. Non era impresa facile ottenere quelle 750 lire. Erano tempi in cui ogni famiglia doveva fare e rifare i conti ogni fine settimana per essere certa di giungere a fine mese. Allora se ne parlava molto meno. Ma si soffriva di più. Perchè spesso, le rinunce di molti per farcela, non erano una cena in meno al ristorante o il sacrificio di un week end sui monti. Erano la rinuncia all’acquisto di un paio di scarpe delle quali ci sarebbe stato bisogno, il rinvio dell’acquisto di una camicia nuova per papà, o il sacrificio delle mamme che cucivano in casa gli abiti per i loro figli. Forse proprio per questo, quando si riusciva finalmente a poggiare sul tanto sospirato 45 giri la puntina del vecchio giradischi, non si perdeva una nota di quelle canzoni. E le riascoltavamo rigirando tra le mani le colorate copertine che andavamo a leggere e scoprire in ogni angolo. Personalmente leggevo anche il nome dello stampatore o del grafico. In un paio di giorni, eravamo “padroni” di quella canzone, nel senso che ne conoscevamo il testo, ma anche i nomi degli autori, quello della casa discografica, quello del distributore , oltre ovviamente a quello dell’interprete. E non li avremmo più scordati per molti anni. Oggi siamo sommersi da un’iperproduzione musicale che non ha precedenti. Talvolta ci pare di cogliere qualcosa che varrebbe la pena di ascoltare e riascoltare, ma spesso il tritatutto di internet cancella le tracce senza darci il tempo di individuarle. Tutti fanno musica, tutti cantano, tutti suonano e la musica fuoriesce da ogni dove, in auto, a casa, al pub, in pizzeria, dal parrucchiere. Ma il problema è che non ce ne accorgiamo quasi più. Viviamo ogni giorno per ore con il sottofondo di suoni sui quali non ci interroghiamo. Li ritroviamo a sera, nei locali, ed alziamo la voce per sovrastarli. Tra dieci anni avremo il ricordo vago di qualche canzone, tra vent’anni non ce ne ricorderemo assolutamente più. Non è una tragedia, direbbero in molti. A fronte di una crisi epocale e di tanti valori che si stanno sgretolando nell’indifferenza generale, il non ricordare il titolo di una canzone tra vent’anno che sarà mai? Nessuna tragedia. Sarà semplicemente l’oblio della storia della musica, cioè di quel linguaggio universale, l’unico, che riesce ad andare al di là di ogni confine. Nessuna tragedia, ma la perdita di un patrimonio immenso. E varrà poco il sentirci ripetere che ci saranno chissà quali diavolerie tecnologiche a raccogliere per noi canzoni e ricordi. Quelli sono patrimoni inalienabili, archivi che ognuno di noi conserva nella propria memoria perché sono una parte importante nel cammino delle nostre esistenze. Anche se prevarrà il ricordo indistinto di tanti suoni, di tante voci, di tanto nulla nel troppo. Sarà la testimonianza di un tempo confuso. Quello che stiamo vivendo.

Giorgio Pezzana

 

“L’isola dei burattini”, album di recente pubblicazione de I Musicanti del Vento, è un cd colto. E’ bene dirlo subito, con la consapevolezza degli effetti pruriginosi che talvolta il concetto di cultura produce. Ma anche chi si sta sfregando le mani pensando a quella cultura ermetica, fatta spesso di parole incomprensibili buttate in faccia a chi ascolta e che intanto non capisce (ma proprio per questo si entusiasma) non esulti, I Musicanti del Vento queste cose non le fanno.

 

Questo è un album pieno di bei testi ed ottimi arrangiamenti, il che non significa che la fusione di questi elementi produca sempre belle canzoni. Ma i testi, ad una lettura attenta, rivelano un retroterra meditato, sofferto, vissuto in prima persona o comunque con l’intensità di chi cerca di capire gli altrui affanni, facendoli propri. Musiche ed arrangiamenti partono dalla base più solida che banalmente si possa immaginare: l’avere a che fare con ottimi musicisti che non sgomitano per conquistare i riflettori, ma che sanno essere un insieme che si integra e si completa. Sia dal punto di vista della tecnica, sia da quello della cultura ( ci risiamo!) più propriamente musicale, che induce ad escursioni che spaziano dall’area mediterranea ai cieli grigi d’Irlanda, passando dai Balcani. E non manca qualche più o meno consapevole contaminazione: “Dans les banlieues” ha richiami fortemente gucciniani che attraversano e fanno vibrare note e percorsi etno-solidali mentre “L’isola dei burattini”, svela atmosfere vagamente est-europee che ritroveremo in altri brani. “La cacca” ha intenti ingenuamente provocatori, proprio per questo un po’ scontati, mentre si fanno introspettivi i toni di “Ai piedi del castello”. La fisarmonica coinvolgente ed intraprendente di Paolo Presta comincia a farsi sentire in modo inequivocabile in “”In cerca di qualcosa”, mentre “Fuga dallo zoo” premia l’originalità di un testo che sottintende quanto sia insidiosa una finta libertà alla quale ci si potrebbe anche abituare, al punto tale da ritenere scomoda e disagevole la libertà più vera. Interessanti anche il testo di “A testa in giù”, che musicalmente patisce però qualche concessione di troppo alla ripetitività. Lo spirito dei menestrelli cantastorie che in qualche modo appartiene al dna di questa formazione, emerge in modo più evidente dall’ascolto di “Musicanti di mestiere” che evoca atmosfere d’Irlanda grazie alle magie del violino di Antonio De Paoli. Ma per ascoltare uno dei brani più belli, se non il più bello in assoluto dell’intero album, occorre approdare alla traccia numero dieci, quella di “Umana follia”, in cui le parole e la musica di Fabio Nicoletti danno vita ad un intreccio di grande rilievo estetico ove la ricerca della rima esprime una naturalezza priva di forzature; il fraseggio musicale finale è davvero  sorprendente e coinvolgente. Un album di 14 brani non può però fisiologicamente non avere cali di tensione. E quelli ci sono, perlopiù nelle battute finali, quasi il progetto accusasse a quel punto una legittima stanchezza; “Al fondo dello stivale” non è oggettivamente una bella canzone ed altrettanto si potrebbe dire per “Cantando strade” anche se qualche interessante spunto sparso qua e là lo si rileva anche qui. Ma si risale immediatamente la china con “Turisti di mestiere”, brano di estrema delicatezza ed intensità che fa subito dimenticare le battute d’arresto delle due canzoni precedenti. Eppoi, si chiude in bellezza con “Filastrocca per bambini”, non una canzone epocale dal punto di vista musicale, ma ricca di ammonimenti e contenuti. Complessivamente dunque, un bell’album che si può ascoltare e riascoltare senza noia.

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