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Editoriale

I MANGIASOLDI

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Mentre chi si occupa di musica cosiddetta popolare (inserendovi anche, sia pure impropriamente, le canzoni d'autore, il rock, il blues e il jazz) si dibatte ogni giorno con gli spiccioli per mantenere vive tante realtà minate dalla crisi, leggo e non posso non trasalire, che la metà degli enti lirici italiani presenta situazioni deficitarie drammatiche. Ma qui in gioco non ci sono alcune migliaia di euro, ma milioni! Ecco alcuni casi, al di là di quanto accaduto recentemente a Roma. Sulla scorta di quanto pubblicato da “La Stampa”, l'ente lirico di Bari ha registrato nella scorsa stagione 61.117 ingressi per un incasso al botteghino pari a 1 milione 276mila euro. A questi vanno ad aggiungersi contributi statali pari a 7 milioni 90mila 746 euro e, con tutto ciò, a consuntivo il risultato d'esercizio presenta un “rosso” pari a 1 milione 956mila 840 euro! Ma saliamo verso nord e fermiamoci a Bologna ove gli spettatori registrati sono stati 74mila 349 per un incasso al botteghino pari a 1 milione 925mila 653 euro ai quali si aggiungono contributi statali pari a 11 milioni 234mila 950 euro. Ebbene, alla fine il deficit denunciato è di 2 milioni 752mila euro. A Roma, dove si è reso necessario il licenziamento di tutto il personale, dai musicisti in giù, gli ingressi sono stati 161mila 724 per un incasso di 7 milioni 482mila 688 euro ai quali si sono aggiunti contributi statali per la stratosferica somma di 21 milioni 44mila 930 euro e, nonostante ciò, il bilancio conclusivo si è presentato con un segno meno pari 10 milioni 427mila 549 euro. Agghiacciante! Alla luce di questi dati (e di molti altri non solo legati agli enti lirici) viene da domandarsi dove mai finiscano somme tanto ingenti. Certo, una prima risposta l'abbiamo leggendo che i sindacati dei musicisti sono riusciti ad ottenere in alcuni casi un indennizzo per l'umidità, allorquando si sono tenuti concerti all'aperto in serate non propriamente estive; c'è chi ha ottenuto l'indennizzo per il frac; non parliamo di straordinari.... E la situazione è talmente intricata tanto che spesso sono gli stessi cantanti d'opera a richiedere verifiche contabili, sospettando che alcuni bilanci siano fittizi per nascondere deficit ancora più vistosi. Indubbiamente una delle fonti di questi disastri sono taluni stipendi di dirigenti di questi enti. E' il caso, per esempio, dello stipendio  decennale da un milione di euro annui del Sovrintendente, ormai dimissionario, della Scala di Milano, Stephane Lissner, come rivelano alcune fonti d'informazione. Si tratterebbe di un compeso così suddiviso: retribuzione fissa 507 mila euro annui, 155mila euro in più per raggiungimento obiettivi, affitto pagato dell’appartamento esclusivo da 85 mila euro in centro, il Tfr, la quota Inps, l’auto blu con autista personale, carta di credito e spese di rappresentanza che nessuno sa quantificare e altri oneri. E' evidente che rapporti di questo tipo vanno interrotti immediatamente. E gli enti lirici con sbilanci tanto drammatici, vanno chiusi. Occorre azzerare un sistema fatto di privilegi immotivati e pretese assurde, con la speranza che si tratti sempre e solo di pretese. Occorre resettare tutto un sistema. Ma non solo per quel che riguarda gli enti lirici. Nonostante la crisi, ancora troppe organizzazioni di eventi musicali e non presentano bilanci spropositati, costi difficili da giustificare,  spese che potrebbero essere dimezzate e poi ancora dimezzate.Occorre vigilare ed agire in tal senso poiché il piangere dopo su certi bilanci da fantascienza horror, più che scuotere gli animi desta sospetti. Soprattutto nei confronti di chi piange più forte.

Giorgio Pezzana

 

“L’isola dei burattini”, album di recente pubblicazione de I Musicanti del Vento, è un cd colto. E’ bene dirlo subito, con la consapevolezza degli effetti pruriginosi che talvolta il concetto di cultura produce. Ma anche chi si sta sfregando le mani pensando a quella cultura ermetica, fatta spesso di parole incomprensibili buttate in faccia a chi ascolta e che intanto non capisce (ma proprio per questo si entusiasma) non esulti, I Musicanti del Vento queste cose non le fanno.

 

Questo è un album pieno di bei testi ed ottimi arrangiamenti, il che non significa che la fusione di questi elementi produca sempre belle canzoni. Ma i testi, ad una lettura attenta, rivelano un retroterra meditato, sofferto, vissuto in prima persona o comunque con l’intensità di chi cerca di capire gli altrui affanni, facendoli propri. Musiche ed arrangiamenti partono dalla base più solida che banalmente si possa immaginare: l’avere a che fare con ottimi musicisti che non sgomitano per conquistare i riflettori, ma che sanno essere un insieme che si integra e si completa. Sia dal punto di vista della tecnica, sia da quello della cultura ( ci risiamo!) più propriamente musicale, che induce ad escursioni che spaziano dall’area mediterranea ai cieli grigi d’Irlanda, passando dai Balcani. E non manca qualche più o meno consapevole contaminazione: “Dans les banlieues” ha richiami fortemente gucciniani che attraversano e fanno vibrare note e percorsi etno-solidali mentre “L’isola dei burattini”, svela atmosfere vagamente est-europee che ritroveremo in altri brani. “La cacca” ha intenti ingenuamente provocatori, proprio per questo un po’ scontati, mentre si fanno introspettivi i toni di “Ai piedi del castello”. La fisarmonica coinvolgente ed intraprendente di Paolo Presta comincia a farsi sentire in modo inequivocabile in “”In cerca di qualcosa”, mentre “Fuga dallo zoo” premia l’originalità di un testo che sottintende quanto sia insidiosa una finta libertà alla quale ci si potrebbe anche abituare, al punto tale da ritenere scomoda e disagevole la libertà più vera. Interessanti anche il testo di “A testa in giù”, che musicalmente patisce però qualche concessione di troppo alla ripetitività. Lo spirito dei menestrelli cantastorie che in qualche modo appartiene al dna di questa formazione, emerge in modo più evidente dall’ascolto di “Musicanti di mestiere” che evoca atmosfere d’Irlanda grazie alle magie del violino di Antonio De Paoli. Ma per ascoltare uno dei brani più belli, se non il più bello in assoluto dell’intero album, occorre approdare alla traccia numero dieci, quella di “Umana follia”, in cui le parole e la musica di Fabio Nicoletti danno vita ad un intreccio di grande rilievo estetico ove la ricerca della rima esprime una naturalezza priva di forzature; il fraseggio musicale finale è davvero  sorprendente e coinvolgente. Un album di 14 brani non può però fisiologicamente non avere cali di tensione. E quelli ci sono, perlopiù nelle battute finali, quasi il progetto accusasse a quel punto una legittima stanchezza; “Al fondo dello stivale” non è oggettivamente una bella canzone ed altrettanto si potrebbe dire per “Cantando strade” anche se qualche interessante spunto sparso qua e là lo si rileva anche qui. Ma si risale immediatamente la china con “Turisti di mestiere”, brano di estrema delicatezza ed intensità che fa subito dimenticare le battute d’arresto delle due canzoni precedenti. Eppoi, si chiude in bellezza con “Filastrocca per bambini”, non una canzone epocale dal punto di vista musicale, ma ricca di ammonimenti e contenuti. Complessivamente dunque, un bell’album che si può ascoltare e riascoltare senza noia.

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