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Editoriale

INDIE A SANREMO: CI PROVIAMO?

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Durante una conferenza stampa sanremese il conduttore Carlo Conti ha difeso le canzoni scelte, ma ha confessato: “L’unica cosa su cui forse ho sbagliato è la mancanza di musica indie”. Possiamo davvero credere che per il prossimo anno (immaginando un Conti-bis, visti gli ottimi risultati e nonostante la sua attuale riottosità) ci sia un’apertura in questo senso? E come realizzare tutto ciò senza scontentare inserzionisti pubblicitari, major e lobby?  Per la sezione “nuove proposte” è già in cantiere un talent (ovviamente su Rai Uno) per scegliere gli otto giovani emergenti. Conti ha dimostrato coraggio, almeno nella decisione di inserire proprio i giovani nel prime-time. Ora si renderebbe necessario un ulteriore colpo di reni per ridefinire anche il concetto di musica italiana del quale il Festival è promotore. In questo senso Fazio aveva iniziato l’inserimento di rappresentanti della musica alternativa con gli Almamegretta e Riccardo Sinigallia (per citarne un paio). Conti saprà proseguire su quel percorso interrottosi dopo l’interruzione (ma i buoni propositi) di quest’anno? Con i big toccherà “nervi scoperti”, ma il tempo sembra maturo (grazie alla maggior fruizione di musica “altra” portata da internet). Tanto più che se rimanesse il format di questa edizione ci sarebbero 20 posti da colmare.A questo punto, formulo una proposta ufficiale a Conti: dstinaree sedici posti ai “soliti noti” (comprese le etichette discografiche considerate Indipendenti, ma che in realtà hanno un peso specifico diverso dalle indipendenti vere e proprie) e riservare gli altri quattro posti a personaggi di spicco del mondo “indie”, quindi non supportati da grosse etichette. Non sarà difficile trovare quattro progetti adatti a Sanremo, tanto è ricco il mondo “indie” di proposte fruibili anche dal grande pubblico. O, in alternativa, ed andando a premiare il lavoro di altre realtà, per semplificare il lavoro si potrebbe “garantire” l’accesso al festivalone ai vincitori di rassegne dedicate alla musica indipendente di ormai consolidata e provata esperienza. Ci proviamo?

Antonella Gucci


 

“L’isola dei burattini”, album di recente pubblicazione de I Musicanti del Vento, è un cd colto. E’ bene dirlo subito, con la consapevolezza degli effetti pruriginosi che talvolta il concetto di cultura produce. Ma anche chi si sta sfregando le mani pensando a quella cultura ermetica, fatta spesso di parole incomprensibili buttate in faccia a chi ascolta e che intanto non capisce (ma proprio per questo si entusiasma) non esulti, I Musicanti del Vento queste cose non le fanno.

 

Questo è un album pieno di bei testi ed ottimi arrangiamenti, il che non significa che la fusione di questi elementi produca sempre belle canzoni. Ma i testi, ad una lettura attenta, rivelano un retroterra meditato, sofferto, vissuto in prima persona o comunque con l’intensità di chi cerca di capire gli altrui affanni, facendoli propri. Musiche ed arrangiamenti partono dalla base più solida che banalmente si possa immaginare: l’avere a che fare con ottimi musicisti che non sgomitano per conquistare i riflettori, ma che sanno essere un insieme che si integra e si completa. Sia dal punto di vista della tecnica, sia da quello della cultura ( ci risiamo!) più propriamente musicale, che induce ad escursioni che spaziano dall’area mediterranea ai cieli grigi d’Irlanda, passando dai Balcani. E non manca qualche più o meno consapevole contaminazione: “Dans les banlieues” ha richiami fortemente gucciniani che attraversano e fanno vibrare note e percorsi etno-solidali mentre “L’isola dei burattini”, svela atmosfere vagamente est-europee che ritroveremo in altri brani. “La cacca” ha intenti ingenuamente provocatori, proprio per questo un po’ scontati, mentre si fanno introspettivi i toni di “Ai piedi del castello”. La fisarmonica coinvolgente ed intraprendente di Paolo Presta comincia a farsi sentire in modo inequivocabile in “”In cerca di qualcosa”, mentre “Fuga dallo zoo” premia l’originalità di un testo che sottintende quanto sia insidiosa una finta libertà alla quale ci si potrebbe anche abituare, al punto tale da ritenere scomoda e disagevole la libertà più vera. Interessanti anche il testo di “A testa in giù”, che musicalmente patisce però qualche concessione di troppo alla ripetitività. Lo spirito dei menestrelli cantastorie che in qualche modo appartiene al dna di questa formazione, emerge in modo più evidente dall’ascolto di “Musicanti di mestiere” che evoca atmosfere d’Irlanda grazie alle magie del violino di Antonio De Paoli. Ma per ascoltare uno dei brani più belli, se non il più bello in assoluto dell’intero album, occorre approdare alla traccia numero dieci, quella di “Umana follia”, in cui le parole e la musica di Fabio Nicoletti danno vita ad un intreccio di grande rilievo estetico ove la ricerca della rima esprime una naturalezza priva di forzature; il fraseggio musicale finale è davvero  sorprendente e coinvolgente. Un album di 14 brani non può però fisiologicamente non avere cali di tensione. E quelli ci sono, perlopiù nelle battute finali, quasi il progetto accusasse a quel punto una legittima stanchezza; “Al fondo dello stivale” non è oggettivamente una bella canzone ed altrettanto si potrebbe dire per “Cantando strade” anche se qualche interessante spunto sparso qua e là lo si rileva anche qui. Ma si risale immediatamente la china con “Turisti di mestiere”, brano di estrema delicatezza ed intensità che fa subito dimenticare le battute d’arresto delle due canzoni precedenti. Eppoi, si chiude in bellezza con “Filastrocca per bambini”, non una canzone epocale dal punto di vista musicale, ma ricca di ammonimenti e contenuti. Complessivamente dunque, un bell’album che si può ascoltare e riascoltare senza noia.

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