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Editoriale

TROPPI CONCORSI O TROPPA MALAFEDE?

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Qualcuno in questi giorni si è chiesto se abbiano ancora senso i concorsi musicali che si svolgono nell'arco dell'anno in diverse località italiane. Domanda legittima che verte su di un discorso che dovrebbe però essere ampliato e completato. Innanzitutto, una considerazione: da tempo ci stiamo dicendo che i talent uccidono la musica e quindi dovrebbero essere soppressi (ma ci vorrebbe una ricetta un po' più convincente di quella di chi ha scritto “non guardateli”), se però ora ci poniamo anche degli interrogativi sull'utilità dei concorsi, con l'implicito sottinteso che anche questi potrebbero risultare rinunciabilissimi, che cosa rimarrebbe? Delle due l'una: o ci rassegniamo definitivamente ad ammettere che la musica in Italia è davvero finita, rifacendoci al titolo di un interessante libro di Mario Bonanno, oppure ci convinciamo che oltre al rap c'è ancora qualcosa da dire e che questo qualcosa necessita di spazi e di ascolto. Ed i concorsi sono rimasti gli unici spazi reali di ascolto. Il problema semmai è l'incapacità di questi festival di fare rete, di comunicare e di collaborare. Quando accade non è la musica a farla da protagonista, ma le appartenenze. Per essere più chiari, quelle politiche. Chi si occupa di musica sa di che cosa stiamo parlando e non è il caso di elencare in questo contesto nomi e circostanze. In Italia vi sono festival e rassegne dedicati ad ogni genere musicale. Ve ne sono troppi? Forse si. Offrono poco o nulla? Forse non è vero. Certo, i concorsi a circuitazione chiusa, che offrono ai vincitori borse di studio spendibili per la partecipazione a corsi di formazione tenuti da sodalizi musicali il cui responsabile è quasi sempre presidente di giuria del concorso che assegna il premio, qualche sospetto lo dovrebbero alimentare. Gli organizzatori di concorsi che chiedono tasse di iscrizione ai partecipanti perchè con i concorsi ci vogliono campare, forse non sono esattamente un esempio di trasparenza. I concorsi a dimensione locale, privi dell'ormai indispensabile supporto di una comunicazione diffusa, lasciano il tempo che trovano. Ma ci sono, al di là di questi esempi, concorsi di primissimo piano ove è possibile ravvisare un livello qualitativo molto elevato, a dimensione nazionale e taluni anche con qualche porta aperta su orizzonti internazionali. E questi sono i festival che hanno una ragione di esistere. Sono le rassegne che non trasformeranno forse mai uno sconosciuto in un big (queste ormai sono operazioni che stenta a realizzare anche la televisione), ma che garantiscono a chi vi partecipa l'ascolto di chi nella musica ci vive, un pubblico quasi sempre attento, la possibilità di arricchire il proprio curriculum artistico e riconoscimenti in qualche modo significativi dal punto di vista della visibilità e della comunicazione. All'artista si dovrebbe semmai richiedere, oltre ad un bel progetto, quel sufficiente senso critico che lo induca ad avvicinarsi soltanto a chi vive nella musica per la musica e non per una bandiera, qualunque essa sia. Diffidando di chi (giornalisti compresi) ama fare citazioni di buoni festival, salvo poi scoprire che di quei festival sono parte delle giurie e quindi in qualche modo sentono gratificata la loro professionalità (nutrendo sensi di riconoscenza). Questi circoli viziosi fanno male alla musica. Più dei talent. Più dei (forse) troppi concorsi.

Giorgio Pezzana

 

Riceviamo da Veronica MyValuée, in merito ai contenuti di questo editoriale:

"Ho letto il tuo pensiero e mi permetto di aggiungere che molti fra coloro che si occupano dei concorsi musicali, molti fra coloro che scrivono di musica non riescono ad andare oltre il proprio gusto musicale, oltre al nome che gira da anni fra i concorsi, oltre al nome del momento preferito dai vari "giornalisti musicali". Chi davvero oggi ha davvero voglia di ascoltare una canzone senza pregiudizi? Io ne conosco poche di persone che non si fanno influenzare dal proprio gusto, gente che riesce ad andare oltre il pregiudizio tra generi di serie A e generi di serie B. Sai quante recensioni leggo che sono il copia e incolla del comunicato stampa? Anche ai concorsi: sai a quante vittorie scontate ho assistito? E la scontatezza non riguardava la bravura di chi ha vinto, semmai i soliti criteri di giudizio: nome già conosciuto tra i concorsi, genere apprezzato dalla giuria, giuria spesso composta dai soliti 4 anziani di turno che pensano che sia già stato tutto scritto e non hanno voglia di ascoltare cose nuove, cose che vadano al di là del solito cantautore con la chitarrina.

 

Risponde Giorgio Pezzana:
"Hai ragione, accade spesso quello che tu dici. Con una sola attenuante della quale mi vorrai dare atto: il gusto personale è un qualcosa di insindacabile perchè non è una scelta, ma un qualcosa che vive in te e che è il frutto delle tue esperienze, della tua cultura (o non cultura) del tuo "sentire" e della tua sensibilità. Io sono solito ripetere comunque agli artisti che recensiamo sulla nostra rivista, che nessun giudizio può avere una valenza "universale". Io oggi posso dire male del tuo lavoro, ma domattina un collega che ascolta esattamente la stessa canzone, può trovarla entusiasmante. E abbiamo ragione entrambi. Sulla questione delle recensioni che sono il copia-incolla dei comunicati degli uffici stampa, concordo, ma ti assicuro che sulla nostra rivista non accade e non accadrà. Purtroppo ci sono colleghi che dimenticano spesso la dignità di questa professione. E sui concorsi, si, mi accorgo spesso che in alcuni ambiti esistono "frequentazioni" consuete e consolidate, che rendono consuete e consolidate anche certe "amicizie" (o appartenenze).E' anche per queste ragioni che il mondo della musica italiana sta boccheggiando. Proviamo, almeno, a dire al mondo che ce ne stiamo accorgendo e che ne conosciamo, in parte, le ragioni".
 

“L’isola dei burattini”, album di recente pubblicazione de I Musicanti del Vento, è un cd colto. E’ bene dirlo subito, con la consapevolezza degli effetti pruriginosi che talvolta il concetto di cultura produce. Ma anche chi si sta sfregando le mani pensando a quella cultura ermetica, fatta spesso di parole incomprensibili buttate in faccia a chi ascolta e che intanto non capisce (ma proprio per questo si entusiasma) non esulti, I Musicanti del Vento queste cose non le fanno.

 

Questo è un album pieno di bei testi ed ottimi arrangiamenti, il che non significa che la fusione di questi elementi produca sempre belle canzoni. Ma i testi, ad una lettura attenta, rivelano un retroterra meditato, sofferto, vissuto in prima persona o comunque con l’intensità di chi cerca di capire gli altrui affanni, facendoli propri. Musiche ed arrangiamenti partono dalla base più solida che banalmente si possa immaginare: l’avere a che fare con ottimi musicisti che non sgomitano per conquistare i riflettori, ma che sanno essere un insieme che si integra e si completa. Sia dal punto di vista della tecnica, sia da quello della cultura ( ci risiamo!) più propriamente musicale, che induce ad escursioni che spaziano dall’area mediterranea ai cieli grigi d’Irlanda, passando dai Balcani. E non manca qualche più o meno consapevole contaminazione: “Dans les banlieues” ha richiami fortemente gucciniani che attraversano e fanno vibrare note e percorsi etno-solidali mentre “L’isola dei burattini”, svela atmosfere vagamente est-europee che ritroveremo in altri brani. “La cacca” ha intenti ingenuamente provocatori, proprio per questo un po’ scontati, mentre si fanno introspettivi i toni di “Ai piedi del castello”. La fisarmonica coinvolgente ed intraprendente di Paolo Presta comincia a farsi sentire in modo inequivocabile in “”In cerca di qualcosa”, mentre “Fuga dallo zoo” premia l’originalità di un testo che sottintende quanto sia insidiosa una finta libertà alla quale ci si potrebbe anche abituare, al punto tale da ritenere scomoda e disagevole la libertà più vera. Interessanti anche il testo di “A testa in giù”, che musicalmente patisce però qualche concessione di troppo alla ripetitività. Lo spirito dei menestrelli cantastorie che in qualche modo appartiene al dna di questa formazione, emerge in modo più evidente dall’ascolto di “Musicanti di mestiere” che evoca atmosfere d’Irlanda grazie alle magie del violino di Antonio De Paoli. Ma per ascoltare uno dei brani più belli, se non il più bello in assoluto dell’intero album, occorre approdare alla traccia numero dieci, quella di “Umana follia”, in cui le parole e la musica di Fabio Nicoletti danno vita ad un intreccio di grande rilievo estetico ove la ricerca della rima esprime una naturalezza priva di forzature; il fraseggio musicale finale è davvero  sorprendente e coinvolgente. Un album di 14 brani non può però fisiologicamente non avere cali di tensione. E quelli ci sono, perlopiù nelle battute finali, quasi il progetto accusasse a quel punto una legittima stanchezza; “Al fondo dello stivale” non è oggettivamente una bella canzone ed altrettanto si potrebbe dire per “Cantando strade” anche se qualche interessante spunto sparso qua e là lo si rileva anche qui. Ma si risale immediatamente la china con “Turisti di mestiere”, brano di estrema delicatezza ed intensità che fa subito dimenticare le battute d’arresto delle due canzoni precedenti. Eppoi, si chiude in bellezza con “Filastrocca per bambini”, non una canzone epocale dal punto di vista musicale, ma ricca di ammonimenti e contenuti. Complessivamente dunque, un bell’album che si può ascoltare e riascoltare senza noia.

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Il Commento

MUSICA E ASCOLTO QUALCHE RIFLESSIONE

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Riprendiamo a facciamo nostre queste riflessioni di Saverio Mariani, cantautore e musicista, che ha postato questo scritto nel proprio sito (www.saveriomariani.com). Riguardano l'ascolto della musica, un tema che ci è caro e sul quale ci siamo già avvalsi del parere di altri personaggi che operano nel mondo musicale.

 

Alcune sere fa, a cena con degli amici, è venuta fuori la questione del come sia meglio ascoltare musica. Ho provato a dire la mia, ma in questi giorni ci ho pensato un po', e allora voglio darvi alcune linee guida che - secondo me - vi permetteranno di percepire al meglio tutto quello che la musica trasmette.

1. Come prima cosa: la musica va ascoltata senza fare nient'altro. Non è ascoltare davvero musica mentre si va in macchina, o mentre si legge, o mentre si prepara un ciambellone. La musica va ascoltata da fermi. Meglio con un impianto stereo con due casse, più un sub. Ma anche un buon paio di cuffie non vanno male. (Non gli auricolari, le cuffie!). Io vi consiglio sdraiati sul letto, oppure in poltrona, sorseggiando birra fresca (se è estate), o un tè caldo (se è inverno)!

2. I gruppi, la bands, i cantautori, vanno ascoltati "a disco". Che significa?  Significa che non è possibile capire bene la produzione musicale di una bands se non la si ascolta nel suo complesso. La produzione di un disco è una travagliata storia, per chi scrive e fa musica, e dentro quel disco ci sono cose che - magari - nel disco successivo non ci saranno. Sensazioni, emozioni, situazioni di vita, traumi, felicità... Ad esempio: non si possono mettere sullo stesso identico piano i Pink Floyd di The Dark Side of The Moon del 1973, e poi i Pink Floyd del 1994 con The Division Bell. (Sia chiaro: due capolavori, nel loro genere, affiancati da dischi di un valore assoluto, negli anni!)
Quindi il mio consiglio è: prendete un disco, e lo ascoltate dall'inizio alla fine. Sapendo almeno in che anno è stato registrato, per farvi un'idea del compositore, o dei compositori.

3. Notazione tecnica. Quando ascoltate musica (soprattutto come descritto sopra) provate a fare una cosa: cercate di percepire, nel flusso del suono, ogni strumento. La musica d'insieme è una costruzione mega-galattica di suoni, uno sopra all'altro. Ogni suono perfettamente incastrato con il precedente, il successivo, e quello degli altri. Provate a cogliere questo fondamentale dialogo interno, che c'è in una canzone, ché spesso è migliore del testo e della linea vocale del cantante.

I veri cultori di musica classica amano andare a teatro, a sentire musica dal vivo. Perché?
Non perché fa chic. O forse anche. Ma soprattutto perché il teatro è la riproposizione fisica di quello che vi ho scritto sopra: luogo silenzioso, ideale per la musica (nessun impianto hifi e nessuna cuffia, possono competere con l'acustica del teatro Regio di Torino, ad esempio), e capace di darti quella sensazione di etereo che solo la musica può darti.  Schopenahuer diceva che la musica è la migliore delle arti, perché non ha a che fare con il materiale (come invece la scultura, o la pittura). Si muove nell'aria, ti rimane in testa, e la puoi riprodurre anche vocalmente, in ogni momento.


Saverio Mariani

 

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