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Editoriale

CHI ASCOLTA LA MUSICA?

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L'estate che volge al termine, reca con sé qualche riflessione e qualche immagine poco edificante di quel che sta diventando la musica. E' stata una stagione difficile, quella che ci stiamo lasciando alle spalle. Una stagione che avrebbe dovuto, come ogni estate, portare serate di musica e di spettacolo in ogni dove ed invece, a causa di condizioni climatiche avverse come non avveniva da decenni, sono “saltati” a decine appuntamenti, concerti, serate. E laddove, grazie a qualche pausa del maltempo, questi appuntamenti hanno potuto avere corso, con insistenza ci hanno indotti a porci una domanda ormai ricorrente: ma la musica interessa ancora? Abbiamo visto decine di immagini che ritraggono pub e ristoranti con tavolate ridanciane ed affollate, alle prese con pizze e grigliate e, in un angolo del locale o del dehor, un gruppetto di sfigati con gli strumenti, intenti a suonare. Abbiamo visto immagini di locali stracolmi di gente intenta a bere e parlare ad alta voce, gruppi di giovani alticci, crocchi di ragazzi e ragazze intenti a ridere e scherzare e, nella semioscurità, il solito gruppo di sfigati con gli strumenti a fare da sottofondo alle facezie altrui. E ci siamo chiesti: ma la musica interessa ancora? La musica, così come viene concepita oggi, è ancora un'arte alla quale accostarsi con rispetto, alla quale dedicare attenzioni ed ascolto, dalla quale attendersi qualche emozione? Oppure è rimasto un clangore indistinto di fondo, un rumore che accompagna le nostre serate, un fracasso talvolta assordante da abbinare a troppe birre e troppa poca voglia di essere presenti a sé stessi? C'è ancora la voglia di sedersi in poltrona o a terra, a teatro o altrove, semplicemente per ascoltare in silenzio, lasciarsi trascinare in un percorso fatto di suoni ed emozioni, abbandonarsi ai sogni o alla rabbia, ma comunque sempre ad un qualcosa indotto dalla musica? Qua e là per il nostro Paese, si stanno moltiplicando workshop di ogni genere e ve ne sono diversi che vorrebbero educare all'ascolto della musica. Alcuni sono di altissimo livello e forse potrebbero diventare materia di studio alle scuole superiori. C'è un grande bisogno di resettare tutto e ripartire da capo, di insegnare la storia della musica in Italia e nel mondo, i percorsi della canzone, d'autore e non, il bisogno di una tracciabilità che renda riconoscibile un brano, anche dopo anni, aiutandoci a ricordarne non solo il refrain, ma chi era il cantante, chi gli autori, quale l'etichetta discografica, quale l'anno di pubblicazione. Lo dobbiamo fare e lo dobbiamo fare al più presto. Se non vogliamo che la musica divenga soltanto quell'insieme di voci e suoni da sovrastare con le nostre parole, le nostre risate sguaiate, il nostro fragore di piatti e posate mentre laggiù nell'oscurità, qualcuno sta inutilmente tentando di trasmetterci qualcosa.

Giorgio Pezzana

 

“L’isola dei burattini”, album di recente pubblicazione de I Musicanti del Vento, è un cd colto. E’ bene dirlo subito, con la consapevolezza degli effetti pruriginosi che talvolta il concetto di cultura produce. Ma anche chi si sta sfregando le mani pensando a quella cultura ermetica, fatta spesso di parole incomprensibili buttate in faccia a chi ascolta e che intanto non capisce (ma proprio per questo si entusiasma) non esulti, I Musicanti del Vento queste cose non le fanno.

 

Questo è un album pieno di bei testi ed ottimi arrangiamenti, il che non significa che la fusione di questi elementi produca sempre belle canzoni. Ma i testi, ad una lettura attenta, rivelano un retroterra meditato, sofferto, vissuto in prima persona o comunque con l’intensità di chi cerca di capire gli altrui affanni, facendoli propri. Musiche ed arrangiamenti partono dalla base più solida che banalmente si possa immaginare: l’avere a che fare con ottimi musicisti che non sgomitano per conquistare i riflettori, ma che sanno essere un insieme che si integra e si completa. Sia dal punto di vista della tecnica, sia da quello della cultura ( ci risiamo!) più propriamente musicale, che induce ad escursioni che spaziano dall’area mediterranea ai cieli grigi d’Irlanda, passando dai Balcani. E non manca qualche più o meno consapevole contaminazione: “Dans les banlieues” ha richiami fortemente gucciniani che attraversano e fanno vibrare note e percorsi etno-solidali mentre “L’isola dei burattini”, svela atmosfere vagamente est-europee che ritroveremo in altri brani. “La cacca” ha intenti ingenuamente provocatori, proprio per questo un po’ scontati, mentre si fanno introspettivi i toni di “Ai piedi del castello”. La fisarmonica coinvolgente ed intraprendente di Paolo Presta comincia a farsi sentire in modo inequivocabile in “”In cerca di qualcosa”, mentre “Fuga dallo zoo” premia l’originalità di un testo che sottintende quanto sia insidiosa una finta libertà alla quale ci si potrebbe anche abituare, al punto tale da ritenere scomoda e disagevole la libertà più vera. Interessanti anche il testo di “A testa in giù”, che musicalmente patisce però qualche concessione di troppo alla ripetitività. Lo spirito dei menestrelli cantastorie che in qualche modo appartiene al dna di questa formazione, emerge in modo più evidente dall’ascolto di “Musicanti di mestiere” che evoca atmosfere d’Irlanda grazie alle magie del violino di Antonio De Paoli. Ma per ascoltare uno dei brani più belli, se non il più bello in assoluto dell’intero album, occorre approdare alla traccia numero dieci, quella di “Umana follia”, in cui le parole e la musica di Fabio Nicoletti danno vita ad un intreccio di grande rilievo estetico ove la ricerca della rima esprime una naturalezza priva di forzature; il fraseggio musicale finale è davvero  sorprendente e coinvolgente. Un album di 14 brani non può però fisiologicamente non avere cali di tensione. E quelli ci sono, perlopiù nelle battute finali, quasi il progetto accusasse a quel punto una legittima stanchezza; “Al fondo dello stivale” non è oggettivamente una bella canzone ed altrettanto si potrebbe dire per “Cantando strade” anche se qualche interessante spunto sparso qua e là lo si rileva anche qui. Ma si risale immediatamente la china con “Turisti di mestiere”, brano di estrema delicatezza ed intensità che fa subito dimenticare le battute d’arresto delle due canzoni precedenti. Eppoi, si chiude in bellezza con “Filastrocca per bambini”, non una canzone epocale dal punto di vista musicale, ma ricca di ammonimenti e contenuti. Complessivamente dunque, un bell’album che si può ascoltare e riascoltare senza noia.

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