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Editoriale

TUTTI SCRIVONO TUTTI CANTANO POCHI VENDONO

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Se volessimo pensare che il massimo della democrazia è quella situazione nell’ambito della quale tutti possono fare tutto, potremmo dire che mai come oggi siamo al cospetto di un sistema democratico sfrenato e senza limiti. Ma un sistema democratico così estremo potrebbe rivelarsi un sintomo positivo solo in presenza di livelli qualitativi mediamente accettabili. Diversamente è il caos. A questo stavo pensando pochi giorni or sono, leggendo il titolo di un quotidiano che esortava gli editori a darsi una calmata, visto che in Italia vengono pubblicati circa 70mila libri ogni anno.  Trasferendo questa constatazione dal mondo dell’editoria a quello discografico, potremmo trovarci al cospetto di un dato ancora più vistoso. E molto simili temo siano i dati che riferiscono dell’impatto sul mercato di queste esuberanti produzioni. Il dato statistico riferito è infatti piuttosto desolante. Risulta che “la vendita media per titolo è di 160 copie, dunque il 90 per cento degli autori riesce a piazzare meno di cinque copie, dimostrando con ciò che neppure i parenti più stretti, l’amante, l’ex compagno di banco alle medie, fanno lo sforzo di acquistarlo”. Non va molto meglio per le produzioni discografiche, visto che per vendere qualche cd moltissimi artisti (e tra loro anche molti nomi di prestigio) non esitano a disporre banchetti all’ingresso dei locali ove si esibiscono. Tutto ciò induce a pensare che la crisi del sistema editoriale e di quello discografico possano essere sicuramente riconducibli ad una crisi più ampia e diffusa, ma forse, nel caso specifico, anche e forse soprattutto, ad un eccesso di produzione che va a saturare i mercati con lavori spesso assolutamente rinunciabili. Ma come si è arrivati a questo? Indubbiamente le nuove tecnologie hanno avuto un ruolo decisivo. Tempo fa la stampa di un libro comportava disponibilità di attrezzature e spazi complessi e costosi. Altrettanto dicasi per gli studi di registrazione dai quali partiva il processo di lavorazione che si concludeva con la stampa di vinili e musicassette. Tutto ciò andava inesorabilmente ad incidere sui costi e arrivare a pubblicare un libro o a incidere un disco voleva dire investire cifre importanti per la realizzazione prima e per la promozione poi. Le nuove tecnologie ed il sistema digitale hanno invece via via condotto a sistemi di lavorazione sempre più rapidi e, soprattutto, sempre più alla portata di tutte le tasche. Il che ha portato ad una rapidissima crescita del sistema di autoproduzione. Vale a dire che non è più indispensabile la figura di un editore o di un discografico che, oltre ad investire denaro, avevano in passato (quelli seri!) anche un ruolo di selezione delle produzioni. E chi non accettava di essere “scartato”, se ad ogni costo voleva stampare un libro o incidere un disco, sapeva di andare incontro a spese importanti. Non è più così. E per questo siamo soffocati da libri scritti in italiano balbettante, spesso autoreferenziali e frequentemente noiosi. Ed anche siamo travolti da eserciti di musicisti e cantanti che nella migliore delle ipotesi mancano di originalità, sono in debito di idee e non hanno anima. Ecco dunque perché, questo democraticissimo momento di accessibilità per tutti su tutto, alla fine si rivela un boomerang che neppure troppo paradossalmente, in pochi anni, ha quasi azzerato le eccellenze e moltiplicato le illusioni (e le successive delusioni). Non che manchino i talenti veri, sia in ambito editoriale sia in quello musicale. Ma spesso vengono soffocati dalle iperproduzioni che distraggono le letture e gli ascolti e confondono le idee. Se a ciò aggiungiamo che nel nostro Paese la lettura non è propriamente vissuta come una priorità e la musica fa spesso da sottofondo, più o meno fragoroso, ad altre attività, a fare la differenza è, ancora troppo spesso, la televisione. Ciò che passa in tv con una certa insistenza più facilmente diviene un prodotto commercialmente fruibile, anche se ormai sempre più spesso per periodi brevi. Lo scrittore-mito o, più facilmente, il cantante-divo non esistono più. Anche questo, probabilmente, è molto democratico.

Giorgio Pezzana

 

Lohren è un duo formato da Giulia Lohren (Giulia Lorenzoni) e Luca Zadra. “Felici di niente” è il titolo del loro album, sedici tracce (tutte opera del duo eccezion fatta per un paio di cover), tanti effetti e tanta ricerca, un'intrecciarsi continuo di jazz e swing che vanno a coniugarsi con la musica moderna...per vedere l'effetto che fa. Ed il primo effetto, l'intro intitolata “Lohren”, che fortunatamente dura solo 26 secondi, promette malissimo. Ma è solo un malessere passeggero.

 

 

“Oggi no”, pur se non ancora del tutto convincente, comincia a definire, sia pure a tinte tenui, il tratto di un percorso che si rivelerà interessante, a tratti addirittura entusiasmante. Ce lo conferma “Insonnia”, che comincia a fare brillare l'argenteria, rappresentata in special modo dalla voce bella e tecnicamente molto ricercata di Giulia. E non ci vuole molto per comprendere che, pur avvalendosi di ottimi musicisti, capaci probabilmente di rappresentare ciascuno una storia a sé, questo album, come un abito d'alta moda, è stato cucito addosso alla cantante, alle sue caratteristiche ed a quelle delle sue canzoni, come “Amore e Psiche”, che va a disegnare mondi immaginari e a sorpresa, si spegne con la citazione de “La vie en rose”. “Compulsiva”, seppure molto “studiata” negli arrangiamenti non è gran cosa mentre “Tra fumo e acqua” torna a fare volare alto l'aquilone di questo progetto. Una sorta di pausa è rappresentata da “Esperimento n.5”, un minuto e mezzo di swing puro che alla fine fa esclamare...esperimento riuscito! In “Solitudine” forse emerge il meglio della voce di Giulia Lohren; è bella la canzone, è sofisticata la musica, ma soprattutto è la voce che in un ghirigori di note scala alte vette aprendo più volte al jazz più puro. In “La danza della pioggia” si scopre come, tutto sommato, le parole in alcune canzoni di Lohren, possano avere un'importanza relativa (ci perdonerà Mogol che di questo duo ha premiato i testi “...che sanno tradurre con personalità una loro visione delle cose....”) poiché è la voce a “parlare” come uno strumento e ben s'incunea in un mosaico di suoni, va detto, sempre puliti. “Natalie de la+” non è gran cosa, fisarmonica a parte, che riesce comunque a conferire al brano la sensazione che probabilmente si andava ricercando e “The L'Arch” è un altro esperimento, questa volta riuscito un po' meno. Ma ci pensa nuovamente Giulia a sorprenderci con una personalissima interpretazione di “Malaika” (brano di Fadhili William) che consente alla cantante di “passeggiare” sulle note con carezzevole delicatezza, senza però rinunciare alla propria cifra artistica. “Paralisi” è forse il brano meno riuscito e neppure la voce di Giulia riesce, in questo caso, a trasformare un brano mediocre in una canzone gradevole. “Con il naso rosso” è una canzone difficile, rinvigorita da ottimi arrangiamenti, sostenuta dagli equilibrismi vocali propri del circo che va a descrivere e ci si avvia verso la conclusione con “Agrabah”, bel brano strumentale che dimostra come, quando c'è la “mercanzia”, sia un peccato non esporla in vetrina ed in questo caso i piacevoli intrecci tra effetti e strumenti ne fanno una piacevole traccia. Si chiude con un omaggio a Rino Gaetano ed alla sua “Sfiorivano le viole” interpretata con grande personalità, con un pianoforte che contribuisce a strutturare il brano in coerenza con gli intenti che motivano l'intero album e con i vocaluzzi conclusivi di Giulia, che ne ribadiscono l'eccelsa tecnica. Con brani come questi i Lohren al festival di Sanremo non li vedremo mai, ma per chi ama la musica con una marcia un più, per questo duo, un posto nello scaffale dei cd da conservarei, ci sarà sempre.

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Il Commento

ECCO I MOTIVI DELLE RECENSIONI SENZA FRETTA

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Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto per quale ragione le recensioni degli album su “Un'altra Music@” compaiano sistematicamente a distanza di qualche settimana, se non di qualche mese, dalla loro pubblicazione. Si tratta di una scelta o di un'esigenza dettata dalle ridotte dimensioni della nostra redazione e degli spazi sul magazine? Fermo restando che in redazione siamo in pochissimi e ci siamo imposti di ascoltare sempre tutto ciò che finisce sulle nostre scrivanie (contrariamente a quanto fanno altri che si limitano a fare il copia/incolla di quanto inviano le agenzie di stampa), il che richiede tempo, molto tempo, è anche una scelta dettata da una riflessione più ampia. Da quando le nuove tecnologie hanno di fatto ridotto ai minimi termini il mercato discografico, abbiamo assistito al trionfo dell'usa e getta che tutto divora e tutto azzera. Cosicchè, di un cd uscito oggi, sulle riviste specializzate, si parla nei prossimi cinque giorni, dopodichè cala il silenzio. Tutti ne scrivono insieme e tutti lo fanno subito. In virtù di quella esigenza di “stare sul pezzo” che, se è irrinunciabile qualora ci si occupi di cronaca, non lo è affatto quando ci si occupa di arte in genere (dalla musica al settore editoriale, dall'arte visiva alle programmazioni teatrali). In tal modo, un prodotto che ha richiesto mesi quando non anni di lavoro, “sfiorisce” in pochi giorni soppiantato da altre produzioni, destinate a fare la medesima fine. “Un'altra Music@”, ponendosi in alternativa rispetto alle dilaganti tempistiche dei lanci e della promozione discografica, non intende farsi risucchiare da questo vortice, che sta alla base del mancato consolidamento di tante produzioni discografiche, ma anche della mancata affermazione di artisti ai quali non viene più concesso il tempo di “crescere” e di entrare in sintonia con il pubblico. Il pubblicare una recensione settimane o mesi dopo l'uscita di un album, significa continuare a fare vivere quel prodotto, significa sottoporlo nuovamente all'attenzione di chi legge e di chi ascolta, recuperando le distrazioni di coloro che, fuorviati dalla frenesia delle uscite in tempo reale, si sono forse persi la possibilità di cogliere il senso di una canzone o il percorso artistico di un album. Una rivista che si occupa di musica non ha e non deve avere i tempi della cronaca. Né ha esigenze di primogenitura. Non importa se prima di noi a scrivere di quel cd sono state altre riviste. Importa la professionalità con la quale noi ci accostiamo a quel lavoro, l'attenzione che gli dedichiamo, il rispetto che portiamo a chi ci ha richiesto un parere. Oltre alla già espressa convinzione che non vi sia lavoro musicale o comunque artistico che possa esaurirsi in cinque giorni. Ed a costo di sembrare “passatista” a tale proposito mi piace ricordare che nel tempo dei vinili le canzoni di maggior successo del Festival di Sanremo occupavano le classifiche discografiche sino a maggio, per poi lasciare il posto ai brani di “Un disco per l'estate” che si contendevano i piazzamenti sino a ottobre. Altri tempi, certo. Tempi in cui la musica si ascoltava davvero ed il lavoro di un artista era un progetto al quale veniva concesso il tempo per esplicarsi e svilupparsi. Se ciò non accadeva i fattori avversi erano altri, non certo l'ansia di divorare tutto e subito.

G. Pe.

 

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