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Editoriale

E SE FOSSE MINA IL NEODIRETTORE DEL FESTIVALONE?

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La notizia che circola in questi giorni e che va letta con tutta la prudenza e lo scetticismo del caso, vorrebbe Mina quale direttore artistico della prossima edizione del Festival di Sanremo. E’ una voce che si rincorre a pochi giorni dal concertone del 1° Maggio a Roma, evento fortemente e da sempre politicizzato, che ha la pretesa di fare scendere in campo quelli che, si dice, dovrebbero essere la “meglio gioventù” della canzone italiana. Una contrapposizione stridente dunque tra quella che da almeno 50 anni, ma forse anche più, è l’indiscussa signora della canzone italiana e quelli che sono gli artisti delle ultimissime generazioni, alle prese con spaventosi slalom ove i paletti sono la politica, l’ìmmigrazione, il razzismo, un’Italia che cambia ed una memoria sempre più sbiadita dell’Italia che fu. Mina è certamente, oltre che una grande cantante, una persona che percepisce la  buona musica da un cenno, da poche note, da un fraseggio. Ma alle soglie degli 80 anni, a qualcuno la sua nomina suonerebbe come una definitiva ed insanabile spaccatura tra l’evento sanremese, che da anni andiamo dicendo che non è più solo un evento musicale, ma di costume ed il gusto musicale dei più giovani, che tornerebbero ad allontanarsi dal festivalone dopo i tentativi, in parte riusciti, di Claudio Baglioni, di inserire nel cast  alcuni tra i più celebrarti rapper del momento. E pazienza se a molti questa scelta ha procurato disgusto e incredulità. Se ai giovani oggi piace un certo tipo di musica, che attinge assai più da una dimensione sociale che non da un discorso artistico, occorre prenderne atto. E’ giusto ed auspicabile invocare quell’educazione musicale che dovrebbe portare nelle scuole la storia della canzone italiana più che “La canzone del Piave”, proprio per far sì che i giovani sappiano che il presente è stato preceduto da un passato al quale loro per ragioni anagrafiche non possono attingere, ma che devono sapere che è esistito. Un passato che ha in Mina (e non solo in lei) un monumento che ancora oggi, talvolta, riesce a fare sentire le vibrazioni della propria imponenza, ma che al cospetto delle nuove generazioni deve accettare di confrontarsi con un Lorenzo Fragola qualunque. Ciò significa anche che Mina, direttore artistico del Festival di Sanremo, potrebbe certamente celebrare sé stessa, pur senza apparire, mandando in visibilio platee nazionali ed internazionali. Ma sarebbe un elemento staccato, a sé stante e quasi imbarazzante per quella macchina della canzone italiana di oggi, che ha perduto la propria identità e che sta vivendo una fase di profonda transizione, alla ricerca di una dimensione che guardando al passato ha perduto e guardando al futuro non ha ancora saputo ridisegnare.

Giorgio Pezzana

 

“Footprints” è il titolo dell'album di Francesco Bertone, contrabbassista e bassista di primissimo piano (ha fatto parte tra l'altro della formazione di Gian Maria Testa) coadiuvato in questo progetto dal pianista Fabio Gorlier (alle prese anche con organi Hammond e Fender Rhodes) e dal batterista Paolo Franciscono. Il cd si avvale inoltre della partecipazione della cantante Nitza Rizo che si inserisce con alcuni preziosi “camei” vocali in duo con il solo contrabbasso o basso di Bertone. Tredici tracce che anche chi alla parola “jazz” prova un senso di soggezione, farebbe bene ad ascoltare poiché ne ricaverebbe sensazioni sorprendenti.

 

Ed a proposito di sorprese, già il primo brano, una rielaborazione della famosissima “Come together” di Lennon e McCartney, costituisce una curiosità per come il brano è stato stravolto e reinventato sino a renderlo quasi irriconoscibile (in quel contesto è inserito anche “Footprints” che dà il titolo all'intero progetto). Di tutt'altra fattura è “Duck Walks”, che ci porta in una dimensione più prossima a quella della musica da film mentre il brano successivo, “Andros”, potrebbe stare nel novero della cosiddetta musica “ambient”, con organo e basso che conferiscono al brano colore e profondità. Ma quando sentite le prime note di “Ballano ancora”, abbassate le luci, versatevi un poco di whisky e cercate una ragazza con la quale ballare perchè l'atmosfera si fa magica, con quella batteria stancamente “spazzolata”, le note del Fender Rhodes e quelle intriganti del contrabbasso; è certamente uno dei brani migliori dell'album. “Cantilena Menor” è il primo dei quattro interventi di Nitza Rizo, tutti brevi, tutti intensi, tutti caratterizzati da quella simbiosi con i bassi di Bertone. Altro grande brano è “Coincidence”, ove ritorna prepotente il pianoforte di Gorlier che s'inventa voli da equilibrista delle note per poi lasciare il campo ai virtuosismi di Bertone al contrabbasso approdando ad un finale da applausi per l'intensità dei colori e l'eleganza. “Ruisenor” ripropone la voce di Nitza Rizo che pare correre mano nella mano con le note del basso. “Una foto di carta” si annuncia come un percorso jazz apparentemente un po' criptico, che si apre ben presto però alle note dolci del pianoforte che disegna un percorso più fruibile e offre sensazioni impalpabilii. Ancora voce e contrabbasso per “Gotas de Rocio” (il rischio che si corre è quello della ripetitività), ma ecco il momento della “passerella” di questo trio straordinario. Il brano di intitola (non a caso) “Olio di gomito” e si apre con un bel dialogo tra batteria e pianoforte per poi distendersi sino ad offrire a ciascuno dei musicisti dei momenti di “a solo” assolutamente godibili, virtuosismi senza mai andare sopra le righe, musica certamente anche da vedere oltre che da ascoltare. “Cancion” è un altro bell'intervento di Nitza Rizo mentre “Lumière” è forse il brano jazz più classico dell'intero lavoro prima di arrivare alla chiusura con la voce di Rizo che assume questa volta un andamento quasi malinconico che impedisce ogni distrazione, sino all'ultima nota. Salvo il brano di apertura, tutti recano la firma di Bertone (in coppia con Nitza Rizo quelli interpretati in duo con la cantante). Un bel disco senza dubbio, un disco importante proprio per quell'approccio che fa della fruibilità, anche al di là della dimensione jazzistica, una sua prerogativa, senza però mai concedere nulla alla banalità.

 

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Il Commento

ECCO I MOTIVI DELLE RECENSIONI SENZA FRETTA

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Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto per quale ragione le recensioni degli album su “Un'altra Music@” compaiano sistematicamente a distanza di qualche settimana, se non di qualche mese, dalla loro pubblicazione. Si tratta di una scelta o di un'esigenza dettata dalle ridotte dimensioni della nostra redazione e degli spazi sul magazine? Fermo restando che in redazione siamo in pochissimi e ci siamo imposti di ascoltare sempre tutto ciò che finisce sulle nostre scrivanie (contrariamente a quanto fanno altri che si limitano a fare il copia/incolla di quanto inviano le agenzie di stampa), il che richiede tempo, molto tempo, è anche una scelta dettata da una riflessione più ampia. Da quando le nuove tecnologie hanno di fatto ridotto ai minimi termini il mercato discografico, abbiamo assistito al trionfo dell'usa e getta che tutto divora e tutto azzera. Cosicchè, di un cd uscito oggi, sulle riviste specializzate, si parla nei prossimi cinque giorni, dopodichè cala il silenzio. Tutti ne scrivono insieme e tutti lo fanno subito. In virtù di quella esigenza di “stare sul pezzo” che, se è irrinunciabile qualora ci si occupi di cronaca, non lo è affatto quando ci si occupa di arte in genere (dalla musica al settore editoriale, dall'arte visiva alle programmazioni teatrali). In tal modo, un prodotto che ha richiesto mesi quando non anni di lavoro, “sfiorisce” in pochi giorni soppiantato da altre produzioni, destinate a fare la medesima fine. “Un'altra Music@”, ponendosi in alternativa rispetto alle dilaganti tempistiche dei lanci e della promozione discografica, non intende farsi risucchiare da questo vortice, che sta alla base del mancato consolidamento di tante produzioni discografiche, ma anche della mancata affermazione di artisti ai quali non viene più concesso il tempo di “crescere” e di entrare in sintonia con il pubblico. Il pubblicare una recensione settimane o mesi dopo l'uscita di un album, significa continuare a fare vivere quel prodotto, significa sottoporlo nuovamente all'attenzione di chi legge e di chi ascolta, recuperando le distrazioni di coloro che, fuorviati dalla frenesia delle uscite in tempo reale, si sono forse persi la possibilità di cogliere il senso di una canzone o il percorso artistico di un album. Una rivista che si occupa di musica non ha e non deve avere i tempi della cronaca. Né ha esigenze di primogenitura. Non importa se prima di noi a scrivere di quel cd sono state altre riviste. Importa la professionalità con la quale noi ci accostiamo a quel lavoro, l'attenzione che gli dedichiamo, il rispetto che portiamo a chi ci ha richiesto un parere. Oltre alla già espressa convinzione che non vi sia lavoro musicale o comunque artistico che possa esaurirsi in cinque giorni. Ed a costo di sembrare “passatista” a tale proposito mi piace ricordare che nel tempo dei vinili le canzoni di maggior successo del Festival di Sanremo occupavano le classifiche discografiche sino a maggio, per poi lasciare il posto ai brani di “Un disco per l'estate” che si contendevano i piazzamenti sino a ottobre. Altri tempi, certo. Tempi in cui la musica si ascoltava davvero ed il lavoro di un artista era un progetto al quale veniva concesso il tempo per esplicarsi e svilupparsi. Se ciò non accadeva i fattori avversi erano altri, non certo l'ansia di divorare tutto e subito.

G. Pe.

 

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